mercoledì 16 maggio 2018

"Un Incantevole Aprile" di Elizabeth von Arnim


Tutto ebbe inizio in un club per signore di Londra, un pomeriggio di febbraio - il club era modesto e il pomeriggio deprimente - quando Mrs Wilkins, giunta da Hampstead per fare acquisti, dopo aver pranzato al club di cui faceva parte prese il «Times» da un tavolo della sala fumatori e, scorrendo con occhio distratto la colonna degli annunci personali, vide questo annuncio:
«Per gli amanti del glicine r del sole. Piccolo castello medioevale italiano sulle coste del Mediterraneo affittasi ammobiliato per il mese di aprile. Servitù inclusa. C.P. 1000, The Times» .

Athos Faccincani "Portofino"

Il mese di maggio è rimasto meteorologicamente in modo un po' incerto: mattine dolcemente assolate che si alternavano, improvvisamente, a rumorosi temporali che non lasciavano certo spazio a progetti di scampagnate o passeggiate fuori città. L'aprile romano era invece cominciato con una tarda primavera, con fiori e piante impazienti di aprirsi alla nuova stagione. E nondimeno noi, davanti a tanto rigoglio di natura e vita, ci lasciamo un poco trasportare da nuovi sentimenti di bellezza e speranza che si erano assopiti nei mesi invernali.
Ed è lo stesso leitmotiv che si sussegue nel luminoso romanzo di Elizabeth von Arnim (1861-1941),  a cui sono stata spinta e guidata da mia sorella.
La scrittrice australiana ma d'adozione britannica, sta vivendo una seconda fioritura nelle pubblicazioni di varie case editrici e un secondo affetto da parte di un nuovo pubblico, dopo essere stata dimenticata e le sue opere relegate nella categoria del "prettamente femminile", il che voleva dire leggera, sdolcinata e con pochi contenuti; giustamente adatti per le graziose teste del gentil sesso.
Ma Elizabeth von Arnim, benché apparentemente legata all'elite mondana tardo ottocentesca, fu invece una donna che si dedicò all'animo umano, ai nuovi impulsi che sconvolsero l'Europa subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Fu ribelle, molto libera per l'epoca, capace di offrirsi alla vita intellettuale ma non tralasciando quella sensoriale, perché fermamente convinta che non si dovesse liberare sola la mente delle donne ma anche il loro corpo.
"Un Incantevole Aprile", tra i suoi romanzi più famosi, fu pubblicato nel 1923, ispirato ad una vacanza di un mese veramente effettuata dall'autrice nel 1921, presso la nostra riviera ligure¹.
Con la fine del Primo Conflitto, l'Italia conobbe un recupero nel campo del turismo, e questa volta non dipeso unicamente da curiosità e ricerche storiche, bensì dal clima, dalla bellezza e dal modo di vivere italiano.


Il romanzo si apre intorno agli anni '20, in una piovosa Londra, dove due giovani donne sedute ad un club per signore, leggono entrambe un'inserzione sul Times da parte di un ricco possidente che mette in affitto, con tanto di servitù, il suo bel castello medioevale, sulle coste del Mediterraneo, per il mese d'aprile.
Le due signore, Mrs Wilkins e Mrs Arbuthnot, sono sedotte dall'accattivante pubblicità e dalla prospettiva di poter trascorrere, per la prima volta, un mese di vacanze, sole, dopo aver dedicato per anni la loro esistenza alla vita domestica, al coniuge, al prossimo e ad una fin troppo severa morigeratezza di costumi. Infine le due accettano ma non essendo ricche, e nonostante abbiamo risparmiato del danaro "per un giorno di pioggia", il costo per l'affitto rimane elevato per loro.
Escogitano, dunque, una selezione di possibili, altre due sconosciute candidate per il soggiorno, in modo da poter dividere la somma e renderla leggera per ognuna. Per il posto si presentano una ricca ma arida vedova, Mrs Fischer, e una bellissima ma annoiata giovane dell'alta aristocrazia, Lady Caroline Dester.
Nel castello di San Salvatore, sulla riviera ligure, le quattro donne vorrebbero passare i giorni vacanzieri distanti le une dalle altre e lontano dal loro mondo lasciato in Inghilterra.
Ma la bellezza del posto con la sua brezza marina, il calore del sole, la lussureggiante e variegata vegetazione, le inducono a riflettere sulla loro vita, i loro sentimenti e su dove risieda la loro felicità e come ricercarla.
Così si avvicinano, creano legami, e il loro corpo e la loro mente si rinutre di gioiosa speranza, di nuove idee e di perdono. Nella seconda parte della vacanza subentrano altri personaggi a rendere la trama più viva ed intricata, dove tra humor ed equivoci che i protagonisti confondono o interpretano erroneamente le intenzioni dell'uno o dell'altro, la vicenda si risolve in un lieto fine aspettato ma rivelatore e significativo.

Su questo testo ho letto molti pareri contrastanti: ci sono lettori che pur trovandolo di loro gradimento per la leggerezza e la piacevolezza della lettura, ritengono invece la trama troppo debole e tutto nell'insieme poco avvincente.
Forse perché la Arnim non avrebbe mai voluto dare al suo romanzo alcunché di "avvincente", semmai di riflessione, e guardandolo sotto questo punto di vista che si scopre la sua originalità e un profumo di moderno.

Compiere un viaggio di sole donne, negli anni Venti, non era un fatto alquanto scontato e perfino riprovevole se le donne in questione erano di ordini sociali diversi.
Nel libro, infatti, pur essendovi fra le protagoniste ceti differenti, questi, una volta trovato l'ambiente opportuno, si annullano e ognuna può seguire solamente il proprio istinto.
Si innesca un incantesimo in cui sono coinvolti i personaggi come il lettore, dove a monopolizzare gli animi e i caratteri, si presenta la natura, rigogliosa, aperta a farsi ammirare e a schiudere pensieri ed emozioni. Per la Arnim il giardino era inteso come vita, esplorazione dell'amore, della bellezza, della felicità e della ribellione interiore.
D'altronde il giardino è sempre stato il locus amoenus  favorito della letteratura; nelle opere classiche o prettamente nella letteratura inglese: è nel giardino dove l'Alice di Carroll percorre la sua iniziazione alla vita e dove si avviano le vicende del Peter Pan di Barrie, mentre con la Burnett il giardino diventa il "risveglio" di Mary Lennox.
Gran parte dell'Europa stessa subì la fascinazione dei giardini vittoriani nel primo Novecento ma per l'autrice tutto questo aveva un significato diverso.
Sei anni prima della celebre affermazione di Virginia Woolf (1882-1941) sulla "stanza tutta per sé", alle donne era consentito, proprio nel giardino, poter esprimere la loro indipendenza, creatività, solitudine e poter essere libere dai vincoli domestici, coniugali a cui erano costrette in casa, sotto gli sguardi attenti dell'universo maschile, e motivo caro alla scrittrice, potevano permettersi piena autonomia di movimento e di pensiero.


M.P.



¹ Il Castello Brown a Portofino dove la scrittrice inglese prese alloggio. Oggi visitabile.





Ebook:

"Un Incantevole Aprile", E. Von Arnim, Bollati Borignhieri


mercoledì 9 maggio 2018

"The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"


"Alta sulla città, in cima a un'imponente colonna, si ergeva la statua del Principe Felice. Lui era tutto coperto di sottili foglie d'oro fino, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rosso scintillava sull'elsa della sua spada". ("Il Principe Felice", Oscar Wilde)




Fino a pochi anni fa, Oscar Wilde (1854-1900) era l'autore i cui aforismi (estrapolati non sempre appropriatamente dalle sue opere), circolavano numerosi nella rete.
Oggi i suoi aforismi sono stati dimenticati e con essi l'autore stesso; le sue opere non sono più lette e la sua figura, sensibile ed eccentrica allo stesso tempo, poco approfondita e capita.
Wilde rientra, assieme a quella lunga lista di colleghi che si allunga ancora di più con gli anni, fra gli scomparsi della letteratura e se esistesse un "Chi l'ha visto?" per tale causa, certo lui sarebbe fra i più difficili da ricercare.
Eppure, lasciando da parte il gioco, Wilde fu un personaggio popolare che dominò gran parte del primo Ottocento inglese: scrittore, critico letterario, favolista, drammaturgo; i suoi testi accoglievano consensi, grandi applausi da parte del pubblico, luci sfavillanti dei più prestigiosi teatri con le primedonne dell'epoca che sgomitavano per un ruolo prominente.
Omaggiato nei salotti più ridondanti dell'aristocrazia vittoriana, che sapeva ben amare un divo, ma con altrettanta rigidità, rinnegarlo al suo primo passo falso.
E le luci con gli applausi si spensero così anche per lui, quando nel 1895 il marchese di Queensberry, padre di Lord Alfred Douglas poeta e studente di Oxford ed amante di Wilde, impugnò un lungo processo contro di lui per sodomia, in modo tale da difendere la sua onorabilità dai pettegolezzi.
In definitiva lo scrittore venne riconosciuto colpevole e la sua pena venne comminata con due anni di carcere duro a Reading e la perdita del diritto d'autore.
Ma ciò che colpì violentemente Wilde, oltre alla difficoltà di scrivere poco, fu l'umiliante e tenace ostracismo da parte di chi, anni prima, lo aveva celebrato fra i più grandi; come un reietto o appestato, Oscar Wilde prese rifugio nel buio dell'esilio.
Proprio in questo lasso di tempo, tra l'esilio e la morte, che si incentra "The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"; più che film una ricostruzione sugli ultimi anni di vita dello scrittore irlandese, scritto, diretto ed interpretato da Rupert Everett.
Per chi ha più di venticinque anni, certo si ricorderà il famoso britannico attore di celebri commedie ("Il matrimonio del mio migliore amico", "Shakespeare in Love") e di alcune opere dello stesso Wilde ("Un marito ideale", "Sogno di una notte di mezza estate"), intelligente  e brillante, la sua sua carriera ha subito un rallentamento dopo aver dichiarato la sua omosessualità.
Everett ha realizzato il film tra Stati Uniti, Belgio, Gran Bretagna ed Italia, avvalendosi di un cast non certo minore come Colin Firth ("Il paziente inglese", "La ragazza con l'orecchino di perla", "Il discorso del re"), Colin Morgan ("Merlin"), Emily Watson ("Storia di una ladra di libri", "La teoria del tutto").


È il 1897 quando Oscar Wilde (Rupert Everett) esce finalmente dal carcere di Reading, dopo aver scontato la sua pena di due anni. È provato nella salute a causa dei lavori forzati a cui è stato costretto, dalle umiliazioni pesanti ed è finanziariamente sul lastrico.
Della vecchia gloria, degli omaggi, dei teatri, non è rimasto più nulla. Esule in Francia sotto falso nome, è costretto a nascondersi dalla società. Viene accolto ed aiutato dagli ultimi due amici rimasti: lo scrittore Reginald Turner (Colin Firth) e il giornalista Robert Ross (Edwin Thomas), innamorato di Wilde senza essere ricambiato.
Questo sente la mancanza della moglie Costance (Emily Watson) e quella dei suoi due figli, ma l'amore che prova per "Bosie" Douglas (Colin Morgan) è ancora forte.
Costance tenta una riconciliazione col marito, ma quando scopre della ripresa del rapporto con Douglas, lei che possiede del denaro, gli nega l'unico sussidio e la patria potestà.
Intanto Wilde e Bosie fuggono a Napoli, dove trascorrono, grazie al denaro di cui quest'ultimo è fornito, giorni di sperpero  e dissolutezza fino all'intervento di Lady Quennsberry che taglia la rendita mensile al figlio. Bosie in mancanza di soldi, lascia definitivamente lo scrittore.
Questi ripiega a Parigi, dove povero e malandato, si è ridotto a chiedere l'elemosina, facendo abuso di alcool e cocaina, vagando da una bettola all'altra e dove prima allietava il bel mondo inglese, ora diverte l'ambigua gente della Suburra parigina.

«Perché la rovina ci affascina così tanto?»

In questi stretti e sporchi atri, conosce due giovani accattoni e uno dei due ne diventa l'amante, mentre insieme formano il solo pubblico a cui racconta la storia del "Il Principe Felice".
I giorni passano e Wilde si aggrava sempre di più: ricoverato in una camera d'albergo, corroso nel corpo da quel che crede sifilide (in realtà sara meningite contratta in carcere), stremato nell'animo dai rimorsi di coscienza per l'improvvisa morte della moglie e dall'ultimo rifiuto di Bosie, chiede l'estrema unzione.
Muore l'ultimo giorno di novembre, circondato dai due ragazzi e dai due fedeli amici, dopo aver concluso la favola del "Il Principe Felice".

La pellicola segue fedelmente le ultime vicende dell'autore, non risparmiandogli né la genialità né la sofferenza inflittagli ma neanche una vita di eccessi e disordini.
Il ritratto che dà è privo di quella retorica e di quell'eufemismo che si trova nelle striminzite biografie delle sue opere: è la storia di un uomo che ha conosciuto le luci e il buio di una società radicata nel pregiudizio e nel disprezzo, incapace di comprendere o perdonare; un uomo con le sue debolezze (Bosie) e le sue dipendenze (alcool e droga).
Il talentuoso Everett è stato spettacolare nell'aver saputo dare anima e corpo, alle tante sfaccettature di Oscar Wilde: quella di scrittore di successo, di uomo in disgrazia, di esule e emarginato, di padre, marito, amante e vittima/colpevole di tormenti per sé e per gli altri, perché esiste, in alcuni uomini, questa forza trascinante che è la rovina, a cui si va, inspiegabilmente, volontariamente incontro.
L'omosessualità entra prepotentemente nel film, ma viene messa sullo stesso piano della paura del diverso, della povertà, di un'esistenza non conforme ai canoni prescritti.
Così ci si stupisce, apprendendo dal film, della rivalutazione postuma, avvenuta solamente lo scorso anno, quando la regina Elisabetta ha firmato un documento nel quale ha sancito la fine di ogni forma di discriminazione per i cittadini degli stati membri del Commonwealth.



Ma una menzione la meritano anche le figure di Reginald Turner (1869-1938) e Robert Ross (1869-1918) gli amici rimasti con lui fino alla fine, e in particolare "Robbie" Ross che si occupò di diffondere ai posteri il suo testamento letterario ed umano. Anche queste persone che hanno operato con coraggio, in un periodo storico non facile, per il riconoscimento di quelle libertà, di quella formazione intellettuale, meritano il diritto di essere ricordate.
Il titolo del film richiama ad una delle più belle favole (se non la più bella), scritte da Wilde e pubblicata nel 1888, che si ripete come un dolce sottofondo musicale lungo tutta la proiezione.
Everett ha riassunto con questo racconto ("Il Principe Felice"¹) tutto l'essere dello scrittore, con tanta sensibilità ed acutezza, e il significato intrinseco della sua opera: la rondine che descrive le meraviglie dell'Egitto con il sole, il fiume, gli animali esotici al Principe Felice, non riesce ad entusiasmarlo di alcunché, poiché quest'ultimo gli confida che il mistero più grande dell'esistenza sono le miserie umane, e Wilde lo aveva capito.
Come aveva capito che c'era al mondo una cosa che andava oltre la letteratura, l'arte, il teatro, la gloria; che superava persino la bellezza, il valore sui cui aveva fondato la sua vita: questa era l'amore.

«Portami le due cose più preziose della città» disse Dio a uno dei Suoi Angeli; e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto.
«Hai scelto bene» disse Dio, «perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà per sempre, e nella mia città d'oro il Principe Felice pronuncerà le mie lodi».




M.P.



¹ "Il Principe Felice e altre storie", O. Wilde, Oscar Mondadori





mercoledì 2 maggio 2018

"Il Lungo Sguardo" di Elizabeth Jane Howard


Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.


Lauren Bacall (1924-2014)

La scrittrice inglese Angela Lambert (1940-2007) disse una volta riguardo al "Il Lungo Sguardo"«Non capirò mai perché non venga riconosciuto come uno dei grandi romanzi del XX secolo».
Ed è la stessa frase che mi sono detta leggendo questo particolare, profondo ed elegante romanzo di Elizabeth Jane Howard (1923-2014):  quanto il secolo passato, così ingente di fatti giganteschi e sconfinati, abbia volutamente disdegnato le sue vicende più piccole ed individuali.
La Howard è una di quei pochi autori, degni successori di Jane Austen, ad aver fatto del microcosmo il macrocosmo, ad aver portato in superficie gli aspetti intimi della vita borghese, vivisezionando le loro coscienze, raccontandoli nel progressivo cambiamento degli eventi storici e rendendoli importanti quanto quest'ultimi.
L'autrice che lungo il Novecento è stata riconosciuta più per il gossip che come valente scrittrice, oggi sta vivendo una seconda giovinezza in campo letterario, grazie alle repentine pubblicazioni della Fazi Editore, al successo mediatico della fortunata saga famigliare dei Cazalet, l'opera più celebre, un affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Un piano di rivalutazione riuscito però a metà, perché se il numero dei suoi lettori accresce le sue stime di giorno in giorno, ivi compresa tutta la mercanzia derivante, sottovalutato è ancora il valore rispetto ai grandi nomi maschili e i suoi libri non riescono ad andare oltre alla bella copertina, alle promozioni, non riescono insomma ad inserirsi nell'autorevolezza delle grandi opere.
Si dovrebbe inseguire uno studio più serio e accurato dei suoi lavori, per non farli passare semplicemente come un "fenomeno" o "la moda del momento"; dare quel qualcosa di "senza tempo" che solo i classici hanno e che i romanzi della Howard meriterebbero.
"Il Lungo Sguardo" fu pubblicato nel 1956 (trentadue anni prima dei Cazalet), quando ancora giovane, bella e libera, Jane Howard aveva lasciato marito e figlia per dedicarsi in modo esclusivo alla scrittura.
Questo lungo testo esplora la disintegrazione del matrimonio borghese nei primi anni del XX secolo, attraverso la tormentata e debilitata storia di una coppia inglese abbiente, usando però il metodo ingegnoso della cronologia inversa, dove la trama viene rivelata dalla fine al suo principio; espediente che dà, solo a fine lettura, una più completa visione dell'intreccio.


Sulle colline di Hampstead, nella Londra degli anni Cinquanta del Novecento, Antonia e Conrad Fleming stanno festeggiando l'ufficializzazione del matrimonio del loro figlio Julian.
Ma l'occasione che dovrebbe essere lieta e di buon auspicio per il futuro, non porta nessuna gioia o consolazione nell'animo di Antonia, che vede suo figlio sposarsi senza amore e sua figlia Deirdre  intrappolata in rapporti complicati.
Questo turbinio di sentimenti inafferrabili e irrefrenabili, rimanda Antonia allo sfacelo della sua vita coniugale, l'andamento di un matrimonio fatto solo di apparenze e nulla più. A quarantatré anni Antonia ha abbandonato l'approvazione e l'affetto per il marito per dare un presente significativo per se stessa, ormai sola.
Ma cosa ne è stato del passato? Per cosa ha inseguito negli anni, i minuti, le ore, i giorni, il futuro?
Ripercorrendo in senso antiorario, ventiquattro anni della sua esistenza, il romanzo ci riporta sguardi, episodi sporadici dell'unione di questa coppia, seguendo la prospettiva del personaggio femminile ma anche i processi mentali di Conrad, dove quest'ultimo si è sposato perché spinto da un desiderio egoistico, lei per fuga dal mondo circostante. Questa coppia, questi due corpi e menti distinte, incomunicabili tra loro e distanti, sono unite unicamente dal contratto del loro matrimonio e per questo esplorano ognuno una realtà diversa della stessa vita: lui plasmando la bellezza della moglie a suo piacimento, lei sottomettendosi al suo sguardo e rimettendosi alla sua protezione.
Così negli anni duri del secondo conflitto, nei primi di matrimonio, la luna di miele e la prima giovinezza di Antonia.

Leggendo "Il Lungo Sguardo" mi sono accorta di quanto fossi impreparata a questo tipo di testo: vi cercavo ingenuamente l'amata autrice dei Cazalet, invece ho trovato molto di più.
Ciò potrebbe confermare quanto, a volte, le letture che crediamo così abitudinarie e quasi scontate, su uno stesso autore o tematica, non siano poi così palesemente monotone e in grado di tenerci comodamente seduti in poltrona.
Quello della Howard è un romanzo in cui domina l'introspezione, un susseguirsi di suoni, gesti, ritmi e percezioni, voci, tocchi fuggevoli e sguardi che vagano fra passato e futuro.


Dietro quelle sottilissime tensioni coniugali, descritte impareggiabilmente tra silenziosi compromessi e accettate sofferenze, c'è la figura della donna, moglie od amante che sia; incastonato gioiello nelle dita dell'uomo, sottomessa e relegata nell'apparente formalità di una società maschilista ancora imbevuta di vittorianesimo, dove nulla, persino il suo corpo, le è dovuto.
Gli uomini si accomunano tutti nella loro unidimesionalità, nella ricerca di un piano stabile e sicuro, dove poter uscire e rientrare senza macchiarsi più di tanto. Le donne, invece, sono tratteggiate con tutte le sfumature e le vulnerabilità di cui sono capaci.
È chiaro che questo romanzo non può essere la storia di una coppia, come si vuol far credere, bensì di una donna e della distruzione del suo mondo che comincia già da lontano, nell'impreparazione alla vita causata dagli adulti, di una sequela di inganni dietro l'angolo, alla mancanza di un istruzione migliore, solidarietà e sicurezza verso se stesse, e che culmina col matrimonio, dove a legarsi non sono due esseri ma due ruoli, uniti nella convenzionalità ma estranei fra di loro.
Si può dire che la saga dei Cazalet siano la summa di tutte le tematiche care alla Howard mentre "Il Lungo Sguardo" la loro estensione; corposa, lenta ed intensa, un motivo di purezza incomparabile e significativa.



M.P.



Libro:

"Il Lungo Sguardo", E. J. Howard, La Biblioteca di Repubblica - L'Espresso - Fazi Editore