mercoledì 28 marzo 2018

"La Morte di Ivan Il'ič" di Lev Tolstoj


"In loro vedeva se stesso, tutto quello di cui aveva vissuto, e vedeva chiaramente che era tutto sbagliato, era un orribile enorme inganno che nascondeva la vita e la morte."

Lev Tolstoj

La morte ha avuto, nell'esistenza umana, sempre un aspetto estremamente importante nella sua forma lontana nell'immaginario. Sono stati scritti libri su di lei (in alcuni è anche protagonista), saggi filosofici, medico-fisiologici, scientifici, più o meno religiosi, quantità di frasi, battute ironiche di questo scrittore o quell'attore, volte ad esorcizzarla ma, beffardamente, tanto più avviciniamo la morte alla nostra realtà quotidiana, tanto più cerchiamo disperatamente di relegarla nelle cose da censurare, in quelle che non si possono nominare perché non sta bene, o portano sfortuna o ancora riescono a creare momenti di imbarazzo totale.
È difficile, per noi, guardare alla morte senza paure, sapere che di noi, prima o poi, non ci sarà più nulla, dare un  possibile senso ad essa.
Tolstoj, invece, con "La Morte di Ivan Il'ič" epura la morte da ogni finzione, allontanandola dal perbenismo borghese e restituendole la sua dimensione semplice, naturale nel processo evolutivo e ancor di più, eguagliarla simbolicamente ad una rinascita.
Il motivo di questa lettura  mi è stato dato dopo aver letto l'ultimo saggio letterario di Paolo Di Paolo "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie", dove mi aveva colpito la vicenda di questo protagonista che nell'incipit già si trova morto e poi, con un gioco dell'autore, andare a ritroso, narrando ciò che era stato in vita.
"La Morte di Ivan Il'ič" fu pubblicato nel 1886, otto anni dopo "Anna Karenina" ed è l'opera che coincide perfettamente con il suo periodo di conversione alla fede cattolica (fine anni '70, inizio '80).
Lev Tolstoj (1828-1910) fu un uomo che più che stare al passo con i tempi, li precorreva: non era il classico scrittore "da scrivania" (come mi ha raccontato una persona appassionata dell'autore in uno scambio di battute), Tolstoj era attivo in molte questioni sociali che affioravano nella Russia retrograda di quel tempo (pena di morte, persecuzioni religiose, l'arretratezza culturale) che divenivano vere e proprie lotte che certo dovevano costargli non poche critiche. Ma anche sul piano personale Tolstoj era attanagliato da travagli interiori; da proprietario terriero amava la terra e gli animali, tale da divenire con gli anni vegetariano, in un mondo che ancora non conosceva il significato di questa parola.
"La Morte di Ivan Il'ič" rientra pienamente in questa sua personalità stravagante e pioniera; fra le sue opere più sentite, dove poteva infondere il suo insegnamento.


La vicenda ambientata nell'impero russo, nella seconda metà del XIX secolo, si apre con la messa funebre del trapassato Ivan Il'ič Golovin, alto giudice della Corte d'Appello, a cui presenziano la famiglia e gli amici, imbarazzati per un sentimento di completa indifferenza che non riescono a dissimulare e presi da un formale contegno dovuto solo alla rispettabilità della propria posizione borghese e non per compassione del defunto.
Ivan Il'ič è un uomo che ha vissuto una esistenza nel modo "più semplice e comune" possibile.
Proveniente da una famiglia relativamente abbiente, intelligente ed allegro, Ivan Il'ič fa la sua scalata sociale, tassello dopo tassello, arrivando ad un invidiabile status ma sempre conducendo una vita di rettitudine, onestà che lo rendono stimato e rispettato anche dai ceti più alti. Si sposa per consolidare la sua ascesa con una ragazza di buona famiglia che gli dà due figli. Il matrimonio, inizialmente felice ed unito, si rivela con gli anni complicato e segnato da continui litigi e dissapori ma Ivan Il'ič si rifugia ancor di più nella carriera e all'inseguimento continuo di nuovi progetti ed idee.
Finché un giorno, per un banale incidente domestico, Ivan Il'ič  si ammala gravemente: nessun riposo, nessuna cura possono salvarlo da una morte ormai imminente.
Ribellandosi ad una fine per lui ingiusta dopo una vita passata nel lavoro, Ivan Il'ič , in seguito, comincia a capire e a ridimensionare la scala dei suoi valori.


Con un colpo geniale da gran narratore, Tolstoj descrive la vita del suo personaggio piuttosto banalmente, in modo ordinario, non molto entusiasmante: una vita che fila via retta, senza picchi di tragicità né di euforia, perché è nell'ultima parte, nel finale, che l'autore opera al dramma.
La morte è un processo lungo per Ivan Il'ič , contraddistinto da malesseri, dolori fisici che si fondono a quelli morali e nella riflessione della propria condotta e di quella degli altri.
Per quelli che rimangono, la malattia e la morte di Ivan Il'ič viene seguita con indifferenza e anzi, proprio come ostacolo al proseguo della normale quotidianità. Solo a Ivan Il'ič è dato sapere il significato della morte, dell'accettazione di questa, per poi sorprendersi in una epifania che gli rivela tutto l'egoismo per cui ha vissuto: si spoglia in un attimo dei valori borghesi, il lavoro, il denaro, l'importanza sociale, le formalità e abbracciando la morte, tutte questi bei orpelli si dissolvono per lasciar spazio alla luce e ad una rinascita a cui l'autore crede con fede.
Si potrebbe pensare che questo libro parli unicamente di morte, ma non è così. Tolstoj ci sta sottilmente indicando, in un monito, come una vita, la vera vita, debba essere vissuta pienamente: risaltando le cose che veramente contano in essa, l'amore e l'energia spesa a favore del prossimo.



M.P.





Libro:

"La Morte di Ivan Il'ič", L. Tolstoj, Feltrinelli

lunedì 19 marzo 2018

"Prima della Quiete" di Elena Gianini Belotti


"Guardati bene, aggiunse, da non fare ciò che ho detto e pensa che muoio per questo motivo. Sia la mia morte un esempio alle mie nipoti e ricorda loro, quando conosceranno il mondo, l'infelicissima Italia che muore per l'onore". [...] L'ultimo sussulto di rabbia prima della quiete.



Il venticinque giugno del 1886 Matilde Serao scrisse per il Corriere della Sera se non il suo intervento più conosciuto, quello più disperato ed accorato, "Come Muoiono le Maestre".
Rifacendosi alla recente, triste storia ed indegna fine di Italia Donati, maestra del comune di Porciano presso Pistoia, la Serao denunciava lo stato di profonda indigenza che durante il Regno d'Italia, le insegnanti erano costrette a subire: contributi pecuniari inferiori rispetto ai colleghi uomini, aule come porcili con precarie condizioni igieniche, scarso materiale didattico, soprusi da parte di sindaci, astio da parte dei contadini che vedevano perdere i figli come forza lavoro; le mastre morivano per l'eccessiva fatica, di fame, patendo il freddo o le malattie.
La Legge Coppino del 1877 promulgata sotto il governo Depretis, voleva diminuire l'analfabetismo nel nuovo ordine italiano crescendo cittadini utili al bisogno nazionale, portò quindi le cinque classi elementari gratuite con obbligo di frequenza per le prime tre; in ogni pur piccola frazione doveva essere presente una scuola. Ma di fatto l'istruzione rimaneva affare dei comuni¹, con tutte le problematiche connesse che la stessa Serao aveva smascherato nell'articolo citato.
L'insegnamento da parte di giovani donne rappresentava, dopo il 1861, un tiepido passo verso il riconoscimento dell'indipendenza femminile, ma dalla grammatica alla pratica ci si scontrava con incresciose situazioni, come quella accaduta all'infelice Italia Donati, uno dei primi fatti di cronaca che sconvolsero l'opinione pubblica di gente comune, intellettuali e giornalisti.
Il caso dell'infelice maestra della provincia di Pistoia, suicidatasi per rivendicare la propria innocenza a causa di calunnie e maldicenze gravissime, fu ripreso centodiciassette anni dopo dalla scrittrice e pedagogista montessoriana Elena Gianini Belotti, già autrice del libro cult degli anni Settanta "Dalla Parte delle Bambine" (1973).
Da sempre impegnata per la parità di genere e per un'esistenza femminile vissuta nella sua completa dignità e valore, l'autrice attraverso questo spunto narra una storia di sessismo, ignoranza e miseria morale.
Pubblicato nel 2003 sotto il titolo di "Prima della Quiete" (l'anno dopo ricevette il Premio Grinzane Cavour), il romanzo della Belotti si apre come una ricostruzione-indagine sul dramma accaduto a venticinque anni dall'unificazione italiana, supportandolo da uno stile delicato e penetrante, cercando di avvicinarsi alle emozioni, sentimenti, alle voci del tempo che fu.


Alla fine del XIX secolo il Cintolese, piccola e oscura frazione del comune di Munsummano Terme, era poco più di una palude dove la gente del luogo, per lo più uomini e donne dalle condizioni economiche più miserevoli, sopravviveva alla povertà pescando, raccogliendo erbe palustri da usare come foraggio o per creare spazzole, scope o coperture per materassi.
In questa comunità umile e incolta era nata nel 1863 Italia Donati.
Figlia di un granataio (fabbricante di scope), cresciuta in una famiglia troppo numerosa per soddisfare la fame di ognuno, Italia Donati si era elevata, intelligente e curiosa, dalla massa gretta, conseguendo con duri sforzi la licenza di maestra comunale.
Nel 1883 era stata assunta dal comune di Porciano, a dieci chilometri dal Cintolese, dove come dipendente, era stata costretta a subire gli approcci molesti da parte del sindaco Raffaello Torrigiani, grande proprietario terriero dalla condotta amorale, forzata inoltre a porre il suo domicilio, pena il licenziamento, proprio nella villa del Torrigiani, sola e lontana dai suoi parenti.
In realtà Italia non fu presa a benvolere nemmeno dal paese che la disprezzava per la sua bellezza, l'intelligenza, l'emancipazione, per i suoi metodi di insegnamento così moderni e liberi che privavano, con disappunto dei genitori, i bambini alle giornate da lavorare ai campi.
Nel 1884 un anonimo la denunciò per aborto illegale sotto la complicità del sindaco. Quest'ultimo si dimise ma per Italia iniziò un linciaggio verbale costituito da insulti e calunnie corali che si espanse presto in tutta la zona, così grave da portarla in un gorgo di paura ed emarginazione di cui non riuscì più a risollevarsi.
A nulla valsero le sue proteste d'innocenza, il disperato, ultimo tentativo di sottoporsi, lei timida e riservata, con coraggio ad una visita ginecologica che dimostrasse la sua illibatezza. Neanche questo venne accolto.
Italia era stata educata nel valore dell'onore, della reputazione e sapeva come questa rappresentasse per una donna povera l'unica ricchezza. Sempre più sola e rifiutata, la notte tra il trenta maggio e il primo giugno del 1886, fermate le sottane con due spille da balia, "le riusciva intollerabile immaginare che l'acqua le sollevasse le gonne e quelli che l'avrebbero trovata con le gambe scoperte [...] avessero motivo di ridere di lei", si lasciò affogare presso il fiume Rimaggio.

"Il prezzo dell'onore è la morte e solo a quel prezzo viene restituito".

La visita medica eseguita sul suo corpo ne confermerà la verginità.

Quel che è riuscita a creare la Belotti è un testo di una profondità disarmante che meriterebbe l'onore di essere letto nei gruppi di lettura, nelle scuole, nei circoli letterari, al Parlamento, ovunque ci sia un raduno di uomini e donne; per il suo messaggio universale.
La sua penna sensibile ed attenta ha rievocato con maestria l'accaduto, come quell'Italia così lontana dalla sua proclamata unificazione, affossata dal pregiudizio, dal servilismo, dagli usi e costumi di un popolo ignorante e illimitato.
Proprio per questo l'autrice pone tanta attenzione sul potere dell'istruzione, di una educazione che eleva dalle masse, che si scontra con forza netta contro ogni pensiero chiuso o mollo.
È un libro che omaggia la cultura, l'insegnamento e il loro ampio respiro.

E. G. Belotti

Mi sono commossa nella lettura di alcune pagine, come nella scena in cui Italia prova a nascondere le sue belle curve con delle fasce dagli sguardi furtivi, annientando in questo modo la sua femminilità, e ho provato rabbia quando al consiglio comunale (dove si doveva decidere la sentenza di assoluzione o meno della maestra), la seduta risulta solo una messinscena per mettere in atto vendette, rispolverare rancori passati e rimarcare l'appartenenza ad una società patriarcale.
Ma la vicenda di Italia Donati non è da considerarsi un episodio lontano dal nostro vivere quotidiano; purtroppo è una storia ancora senza fine. Questa ci rammenta quanto le donne siano oggi costrette a subire soprusi, molestie, maldicenze e atti anche peggiori, quanto queste debbano nella loro vita giustificarsi, perdonare, lottare per conquistare, conquistarsi un'identità e la libertà del proprio corpo e della propria mente e quanto nessuna società esistente sia pronta a discolpare gli inciampi di una donna.
Da qui parte la denuncia della Belotti nelle ultime righe del romanzo: laddove è vero e sacrosanto richiamare alla memoria tutte le vittime di fascismi o razzismi, è altrettanto giusto che lo stesso onore debba essere riconosciuto alle "martiri del sessismo" e il loro diritto di essere ricordate per le future generazioni di uomini e donne, affinché tutto questo non accada più.

Ultimamente va molto di moda scrivere belle biografie sui personaggi femminili che sono riusciti a rendere le loro esistenze speciali e affascinanti, ma questo non sarebbe avvenuto, mai, se non ci fossero state così tante giovani donne a cadere sul campo dell'emancipazione.

Ho in mente l'unico ritratto di Italia, che emana gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza. Indossa una camicetta ornata di un volant, al collo un cammeo appeso a una catenina, i folti capelli acconciati alla moda del tempo. La sua era una famiglia contadina analfabeta - solo il fratello sapeva leggere e scrivere - ma lei era riuscita a trasmigrare alla sia pur modesta condizione di insegnante. E benché l'attaccamento alle sue radici e ai suoi affetti fosse rimasto inalterato, altri orizzonti s'erano spalancati ai suoi occhi, altre curiosità, altri desideri avevano acceso la sua mente e infiammato i suoi pensieri. Così la vedo rizzarsi accanto a me e contemplare estatica il sole che affonda dietro i monti pisani e l'acqua degli stagni che si tinge di lilla e di viola.


M.P.



¹ Solamente nel 1911 con la Legge Daneo-Credaro (sotto il governo Giolitti) la scuola italiana passava come servizio statale.





Libro:

"Prima della Quiete", E. G. Belotti, Bur Rizzoli


venerdì 2 marzo 2018

"Il Mandarino Meraviglioso" di Asli Erdoğan


Mezzanotte, città vecchia di Ginevra: vie lastricate, statue, fontane, luci di lampioni dal vetro giallo bianco, negozi dalle vetrine illuminate, gallerie... Vecchie cartine, francobolli, libri stampati nell'ultimo secolo, candelabri, lampadari, pianoforti, macchine da scrivere, grammofoni, soprammobili, scatole cinesi, statuette africane, maschere veneziane, Madre Maria e suo figlio in croce, lampade giapponesi, scrittoi, servizi da tè in porcellana, posaceneri d'argento, Buddha obesi, elefanti di cristallo, stoffe indiane...
Fra mille e un genere di oggetti capaci di accarezzare la forza dell'immaginazione, neanche uno solo mi ricorda Istanbul, la mia infanzia e la mia indubbiamente triste, sterile e sprecata gioventù. La sola e unica cosa che ritrovo qui, sui marciapiedi, sono gli ippocastani...




La presenza di Asli Erdoğan a Roma nella passata edizione di Più Libri Più Liberi, ha scoperchiato ulteriormente il vaso di Pandora sul dramma che tanti giornalisti, scrittori, attivisti, dissidenti vivono tutt'oggi: sparizioni, torture, processi, a volte omicidi, verità storiche negate e pressioni sulla libertà di stampa o pensiero. Tragiche realtà impossibili da concepire nel nostro tempo e in nazioni che godono di scambi commerciali e diplomatici, come l'Egitto (per quanto ancora dovremmo aspettare finché sia fatta verità e giustizia per Giulio Regeni?) o beneficiano nel sentirsi europee, come la Turchia.
Non conosco la Turchia, non ci sono mai stata, ma per sentito dire, so di quei bellissimi tramonti che appaiono nel crepuscolo sul Bosforo; gli stessi malinconici e perduti tramonti di cui parla la scrittrice.
Asli Erdoğan ha un curriculum da poter far invidia a qualunque scrittore odierno: nata ad Istanbul nel 1967, ha lasciato la fisica (è stata fra le prime cittadine turche a lavorare al CERN di Ginevra), per approdare in quella lotta e passione che è la scrittura.
Inserita nella classifica dei cinquanta "autori del futuro" da una rivista francese, ha ricevuto riconoscimenti e i suoi libri sono tradotti in varie lingue; è stata attivista per i diritti umani e quest'anno ha vinto il Premio Simone de Beauvoir (per i diritti sulla libertà delle donne).
Un'affermazione nel campo letterario graduale e meritata ma resa dolorosa ed inumana dalla lunga prigionia avvenuta nel 2016, dopo il finto golpe in Turchia, con la formale accusa di terrorismo; effettivamente per protesta al regime assoluto di Erdoğan.
Questa scrittrice è diventata così, un po' la portavoce di quel gruppo di esuli a cui non è stata spezzata ancora la voce; visionari folli assetati di libertà e cultura.
"Il Mandarino Meraviglioso" pubblicato nel 1996, è il primo scritto della Erdoğan che la pose subito all'attenzione del panorama letterario turco. Dopo aver fatto fortuna in Europa, è arrivato in Italia nel 2014 presso l'editore Keller; oggi è certamente il suo testo più celebre e rappresentativo.
"Il Mandarino Meraviglioso" è una novella notturna, e come tale può essere solo poetica, immaginifica, frammentata in piccoli testi, dialoghi, pensieri e racconto.
Della protagonista, la voce narrante, si estende principalmente una storia di solitudine, senso di perdita e spaesamento in una Ginevra oscura e fuorviante.
Il titolo prende il nome da un balletto dell'ungherese Béla Bartók (1881-1945), ispirata ad una antica leggenda cinese.


Una giovane donna turca, immigrata, bionda, vaga per le strade meno usuali della capitale svizzera. Ha un occhio bendato, perso per un motivo mai precisato come non è menzionato nemmeno il perché del suo esilio. Ci accompagna nel suo mondo esclusivamente notturno, dove solo nelle strade poco illuminate e ambigue, nei lungofiume, nelle bettole e nelle vie dove si mescolano comunità multietniche, trova un poco di conforto nel nascondersi dalla conformità di una città che sente minacciosamente straniera.
Nel suo peregrinare fisico e mentale ci appaiono fosche immagini dal suo passato, della sua infanzia e gioventù repressa, la negazione della femminilità e del desiderio sessuale in una Istanbul prima odiata e infine vagheggiata:

Il proprio Paese, una volta intollerabile, si è trasformato adesso in un paradiso dei sogni perduto, ma ormai, ai sogni non crede più.

Lo stesso occhio perduto diventa il centro di infinite diramazioni metaforiche: della malattia e del dolore fisico, di una visione più lungimirante e sensibile rispetto al mondo circostante (non per questo si farà chiamare la Cassandra da un occhio solo), di un vuoto interiore e il simbolo feroce dell'esilio eterno. Accanto a ciò, la donna ci parla di Michelle, un personaggio da lei inventato e reputato il suo opposto binario, di cui non è mai riuscita a scrivere una storia e della sua relazione con Sergio, l'uomo amato e anch'esso perduto, che prende la parte principale del libro.
Conosciuto prima di perdere l'occhio, quest'amore viene vissuto nell'insensibilità di lui e nella durezza di lei. Proprio quando la donna comincia a vivere il periodo più rigoglioso della sua vita, Sergio scompare per sempre.
Fra i passaggi più belli c'è quello in cui la giovane turca, dopo aver passato la notte con Sergio, la mattina dopo racconta all'amato la storia di un vecchio e brutto mandarino che innamorato di una bellissima prostituta, riesce a passare la notte con lei. La bella è complice di una banda di ladri che intrufolatisi nella stanza, tentano di uccidere il mandarino; ogni colpo di spada o coltello non riesce a provocare nemmeno una piccola ferita sul suo corpo. A questo punto i ladri fuggono e la bella prostituta colpita dalla forza miracolosa del mandarino, si innamora perdutamente. Ma ogni tocco, pur carezzevole di lei, provoca delle ferite che si aprono sul corpo del vecchio, tanto che questo ne muore dissanguato.

"Starry Night" (1922-24), Edvard Munch

Devo scrivere, ad onor del vero, che nell'opera edita dalla Keller sono presenti in aggiunta un altro racconto ambientato ad Istanbul e una manciata di liberi pensieri distaccati dalla novella principale ma dal motivo conduttore armonico ad essa.
Ho preferito recensire unicamente la prima, per la singolarità e il suo profondo contenuto (anche se non ho capito il motivo per cui l'editore abbia posto la dicitura "romanzo" sulla copertina)
Fatta questa dovuta premessa, "Il Mandarino Meraviglioso" è un testo difficile ed enigmatico.
Ho faticato nello scontrarmi con tanta durezza e fatalità che traspaiono nell'animo della giovane protagonista e penso che un lettore giovane ne riscontrerebbe anche di più.
Perché questa forte malinconia intrisa in ogni concetto, può essere posseduta solamente da chi "ha vissuto" uno strappo, una lacerazione interiore che diventa fisica, quindi visibile. Ma non è detto che questa visibilità sia capita ed accettata dagli altri.
L'autrice non ci dice di che cosa si tratti o come curarla e nemmeno la beffarda ironia dell'ultima riga del racconto riesce a sdrammatizzare questo dolore.
Possiamo intuirlo nel notturno girovagare della giovane donna e intravederlo negli sguardi sfuggenti delle persone incontrate e nelle relazioni instaurate.
Il ricordo della patria comporta questo duplice sentimento di astio e ribellione, rimembranza e ricerca che si fanno ancora più grandi nella condizione di essere donna, immigrata, di chi non può ritornare nel passato e neppure andare avanti nel futuro.
La lettura del "Mandarino Meraviglioso" mi ha riportato allo stile, alla poesia e ai processi mentali delle "Notti Bianche" di Dostoevskij; una composizione intensa e amara, dalla parte degli esuli e di chi prova il coraggio di non conformarsi alla società dei nostri tempi.

L'esilio è la severa punizione della fuga, una volta abbandonato il passato non si può più tornagli incontro.


M.P.




Libro

"Il Mandarino Meraviglioso", A. Erdoğan, Keller