mercoledì 21 febbraio 2018

Luci e nuove visioni dal Nord


Intorno alla prima metà del XIX secolo la Danimarca affrontava un progressivo cambiamento sociale e soprattutto industriale che avrebbe in seguito gettato le basi verso l'adeguamento al più vicino modernismo europeo. In particolare, l'importante vita culturale che la società cercava di stimolare, era tutta concentrata nella capitale, Copenaghen. E a Copenaghen la Royal Danish of Fine Arts, la più antica istituzione artistica, divenne il pilastro per la formazione di nuovi pittori ed artisti, accompagnandoli nella promulgazione del proprio storicismo e neoclassicismo.
La famiglia divenne il centro basilare di questo mondo e i pittori si specializzarono in queste rappresentazioni intime e chiuse.
Eppure già alla seconda metà del secolo il più stretto, tradizionale realismo non era più in grado di esprimere le nuove e più intuitive idee che percorrevano l'Occidente in quell'epoca. Ci fu una frattura da cui scaturì tutto quel patrimonio di espressioni artistiche, estetiche, modi di vivere che fecero della penisola Scandinava un marchio di creatività e nuove visioni fino ai nostri giorni.


Vilhelm Hammershøi (1864-1916), forse il più grande dei maestri danesi, visse in questa fase di grandi cambiamenti. Figlio di un mercante, Hammershøi si può definire il capostipite dell'arte degli interni in Danimarca, il poeta del silenzio, delle donne ritratte di spalle, del minimalismo e della luce fredda. Studiò alla Royal Danish of Fine Arts ma di fatto ruppe ogni rapporto con l'Accademia.
La sua pittura pur celebrando artisti del nome di Rembrandt o Vermeer, apporta una complessità psicologica moderna, una vaga percezione di malinconia o di un dramma intimo accaduto o che sta per accadere. Le poche rappresentazioni di figure umane (tutte viste da lontano) e i pochi dettagli delle stanze riprodotte, fungono da interazione con l'ambiente e da esplorazione dei fenomeni di luce.
"Interior in Strandgade, sunlight on the Floor" (1901) risulta fra i quadri maggiormente citati della sua intera produzione.
In una camera pulita ma disadorna e spoglia, dalle pareti bianche, vi presenzia una grande finestra centrale con tende tirate ai lati, illuminata dalla luce del sole, la quale si riflette sul pavimento. A destra una porta sinistramente chiusa mentre nell'angolo opposto compare una donna seduta con un lungo abito nero, di spalle, che china la testa su un'attività sconosciuta che a noi non è dato sapere.
Il dipinto pur nella sua essenzialità provoca nello spettatore un momento di tensione e mistero; il cromatismo è ridotto al minimo, la luce è soffusa ma fredda e insieme alla porta chiusa e all'occupazione ignota della donna, non traspare nessuna manifestazione di sollievo; è come se il dramma non fosse fisico o pratico ma all'interno della camera e quindi nell'intimo della protagonista.

"Interior in Strandgade, sunlight on the Floor" (1901)



Pur non godendo della stessa fama di Hammershøi, Carl Vilhelm Holsøe (1863-1916) divenne comunque molto popolare nella Danimarca industrializzata di fine Ottocento; non possedeva certo la sua tecnica, le doti espressive ma si fece comunque largo grazie all'armonia e alle atmosfere da lui create nei suoi dipinti.
Figlio di artisti, Holsøe studiò anche lui alla Royal Danish Academy of Fine Arts debuttando nel 1886. Nella sua vita ebbe molti riconoscimenti, premi, per i suoi paesaggi, nature morte e maggiormente per le scene d'interni molto realistiche, legate alla vita quotidiana dove soprattutto comparivano delicate figure femminili.

"Aspettando dalla Finestra"

"Aspettando dalla Finestra"emerge fra i dipinti più piacevoli dell'artista, dove una giovane donna dignitosamente seduta in ambiente intimo e raccolto, è apparentemente in attesa di qualcuno o qualcosa, alla finestra. La composizione è riccamente dettagliata, quasi ad esaltare gli oggetti stessi, il mobilio in mogano, le bianche tende che finiscono di adagiarsi sul pavimento paiono quasi soffici al tatto, e la veste della giovane rifinita su ogni punto. Dalla finestra filtra la luce del giorno, il cui riflesso e insieme i colori tenui creano un momento in cui non è tanto la trepidazione della fanciulla ad affascinarci quanto la bellezza di tutti quei valori rappresentati.
Holsøe riprese molte delle tematiche di Hammershøi, ma i suoi quadri hanno un clima sereno e disteso: la luce calda, e un cromatismo vivace offre allo spettatore un conforto più intenso di quello del maestro danese.





Skagen era un piccolo, importante villaggio di pescatori situato nella parte più settentrionale dello Jutland dove, secondo il mito, si svolsero le drammatiche vicende del principe Amleth.
Alla fine del XIX secolo invece, vi mossero i primi passi quelli che in seguito si chiamarono i pittori di Skagen, un gruppo chiuso di artisti uomini e donne affiatati tra loro, che esplorando i movimenti pittorici europei, portarono nell'età d'oro della pittura danese, elementi derivanti dall'Impressionismo e dalla scuola realistica di Barbizon. Il gruppo disegnando en plein air, si staccò dalla città, dall'industrializzazione che stava cambiando l'assetto sociale ed architettonico della Danimarca e abbracciarono un maggior rapporto con la natura, la vita umile, campestre o marina e in particolare cogliendo le sfumature di colore e le variazioni della luce.
Anna Archer, nata Brøndum (1859-1935) fu per così dire la figlia di Skagen, essendo l'unica nativa del luogo. Figlia di un locandiere, espresse il suo talento pittorico già dall'infanzia. Debuttò nel 1880 unendosi ai pittori di Skagen non potendo entrare all'Accademia poiché questa rifiutava le donne. Forse la più promettente del gruppo, incentrò la sua pittura di genere nelle scene d'interni, la vita quotidiana con soggetti di donne e bambini in una atmosfera intima, invadendo di luce le sue realizzazioni. Dopo il matrimonio col pittore Michael Archer, continuò a dipingere.
"Sunlight in the Blu Room" (1891) è il quadro più caratteristico e talentuoso, dove l'armonia dei colori e la brillantezza della luce la rendono un capolavoro ancora poco noto.
Influenzata da Vermeer, la Archer rende ancora più esclusiva e dettagliata la propria rappresentazione.

"Sunlight in the Blu Room" (1891)

Concentra il suo lavoro su una parte di una stanza dove le sfumature di blu dominano la scena nei cuscini delle sedie, nei muri e nel grembiule della bambina (la figlia Helga) intenta nell'uncinetto dà le spalle allo spettatore. Una luminosa luce estiva fluisce dalle finestre riproducendo sul muro l'ombra delle piante e dorando i capelli della piccola: tutto è conformato ad un'atmosfera di serena tranquillità e vita quotidiana, eppure non è Helga il vero soggetto del quadro, tanto che sembra confondersi in esso, risaltando invece la giocosa vivacità dei colori blu e giallo e della luce che si ripetono all'unisono della camera.




Nel numeroso gruppo di Skagen figurava, un po' distaccata, il personaggio di Marie Krøyer (1867-1940) nata Triepke; una donna molto bella, di grande talento, la cui vita contrassegnata da passioni e travagli quasi da eroina romantica, poteva diventare un buon soggetto per un film, e così in effetti è stato fatto.
Figlia della classe media, Marie, proprio come la Archer, non potendo iscriversi all'Accademia, risparmiava i soldi per prendere lezioni private di pittura ma diversamente dalla Archer, aveva poca fiducia in se stessa, non considerava abbastanza la sua "predisposizione" al livello di altri colleghi e del marito il pittore Peder Severin Krøyer (1851-1909). La Krøyer viveva il ruolo di moglie e madre con più contrasti e tensioni intime rispetto ad altre artiste e dall'epoca del matrimonio di lei abbiamo ben poco. Per questo durante tutta la sua esistenza le furono riconosciute unicamente la bellezza e la capacità con cui realizzava arredi di mobilio; solamente alla morte della figlia, molti dei suoi lavori furono acquistati dal Museo Skagen che cercò di dare fama a quella che avrebbe potuto essere tra i maggiori talenti di Skagen. Oggi Marie Krøyer è divenuta un simbolo per tutte le donne danesi verso una riconoscenza di uguali diritti, di educazione e formazione, paritaria agli uomini.

"Interno con Donna che Cuce"

Nel quadro "Interno con Donna che Cuce" la Krøyer propone un motivo simile al capolavoro della Archer, ai suoi antipodi; questa volta con un personaggio femminile più grande, in un ambiente più ricco di oggetti e consono alla donna.
I colori sono delicati ma la pennellata è più veloce, c'è molta sperimentazione, una ricerca stilistica differente in confronto ad Anna Archer: tutto è meno dettagliato e le forme meno vivide.
La luce filtra dalla finestra con meno intensità fermandosi appena sul tavolo, sulla veste e sulla sedia in primo piano, ma non perde brillantezza e naturalità.





M.P.

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