mercoledì 7 febbraio 2018

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" di Paolo Di Paolo


A volte, da un romanzo, riporti anche solo una frase. Un'intuizione. Una cosa che ignoravi.
A volte, anche solo una visione o un gesto.
Altre volte, una storia che assomiglia alla tua.



Purtroppo conoscevo Paolo Di Paolo solo di notorietà. E dire che ha sempre orbitato in zone di Roma che frequento spesso. Ho mancato a molti dei suoi appuntamenti, anche limitrofi, solo per avere questo tremendo difetto di diffidenza nei confronti di scrittori viventi.
Paolo Di Paolo è un fiorente scrittore romano scoperto e sostenuto da Dacia Mariani e con la collaborazione di autori di importante calibro si è affermato nel panorama letterario; Nel 2013 è stato tra i finalisti del Premio Strega.
L'ultimo libro "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" pubblicato sul finire del 2016 e presentato alla manifestazione letteraria di Più Libri Più Liberi, è un'antologia di ventisette romanzi (più tanti altri brevemente citati) recensiti quasi seguendo l'uso abituale di un romanzo, un lungo racconto.
Per caso mi sono trovata davanti questo suo libro, passato fra altre mani e altri occhi e mi ha catturato, in questa fortuita circostanza, l'idea di tale libro-contenitore di romanzi, storie, selezionate non per l'altezza della loro fama o del riscontro favorevole su generazioni di lettori, ma per "affezione" dello scrittore-lettore.
Perché non è detto che libri di riconosciuta autorevolezza rientrino obbligatoriamente in quelli che più sentiamo nostri, che più ci hanno trascinato sentimentalmente.
In questo esperimento lo scrittore (ri)diventa lettore, ripassa la sua vita nella sua vita letteraria, dedicando per ogni opera un proprio passo, un concetto, una visuale somigliante o no alla sua.
Dedicato ad una signora realmente esistita che ha iniziato l'autore verso l'amore per i libri (come potremo scordare chi per primo ci ha portato per mano in questa avventura?) e dedicato nel particolare ai lettori forti, a chi perpetua con invariabile costanza, in ogni ritaglio di spazio la lettura (ma non è detto che anche altri non potrebbero approcciarsi), il saggio si inoltra nelle tante sfaccettature della letteratura che diventano le altrettante dell'uomo: se nella lettura è vero che si ricerca una certa evasione da tutto ciò che ci circonda, è ancor più vero che in essa noi (ri)troviamo una realtà più vicina alla nostra, che è stata, che poteva essere, perché arricchendoci delle storie, dei personaggi che si incontrano, si riflettono in noi le nostre stesse aspirazioni, sogni e delusioni o ciò che non abbiamo mai provato.
Chi non vorrebbe qualche volta "cancellare il lunedì" e poter allungare ancora di qualche ora le giornate spensierate proprio come Tom Sawer? Chi è riuscito a passare indenne l'adolescenza senza troppi turbamenti o ribellioni che torturavano invece l'animo di Holden Caulfield?
Probabilmente c'è stato nel passato un ragazzo che si è ritrovato nascosto nella sua cameretta a leggere i più che intimi monologhi di Portnoy, arrossendo ogniqualvolta gli venisse rivolta una domanda inquisitoria...
L'opera di Di Paolo è un caleidoscopio di sentimenti, situazioni, riflessioni letterarie che sarebbe troppo noioso e lungo descriverle tutte, quindi mi limiterò a scrivere solo alcune che mi hanno colpito.


Come Frédéric Moreau de "L'Educazione Sentimentale" di Flaubert ( da me apprezzato maggiormente della "Bovary"), giovane ardimentoso e di grande prospettive, vede sfumare l'occasione a cui ha sempre ambito perché in quell'attimo si ritrova distratto dal pensiero dell'amata.  Ma d'altronde una questione privata può avere la meglio su qualsiasi cosa succeda nel mondo; ogni orrore, guerra, viene dimenticata  quando in quel momento c'è qualcosa che ci strugge di più, come lo sa bene il partigiano Milton di Fenoglio. O Papà Goriot (di Balzac) che privandosi di qualunque cosa per amore delle figlie, muore infine solo e abbandonato da esse. Come muore lo stesso Padre di Cormac McCarthy nel romanzo "La Strada" preservando la vita al Figlio.
E anche se la morte alla fine dovesse arrivare inaspettatamente, noi riusciremo a capire per cosa siamo nati come Ivan Il'ic e che si dovrebbe vivere per amore e solidarietà verso il prossimo come dice Camus ne "La Peste".

Devo dire che non mi sono ritrovata in tutti i ragionamenti dell'autore sui ventisette romanzi scelti, ma la lettura è un affare anche soggettivo. Ho apprezzato invece l'umiltà di Paolo di Paolo nel porsi questa volta non nelle vesti a lui solite, bensì nel lettore. Si fa un gran parlare, oggi, di scrittori che ammettono di aver letto pochi libri nella loro esistenza, il che non è condannabile certamente, eppure ho rintracciato in questo caso la perfetta riprova della tesi di Eco sull'immortalità del lettore, che per un breve istante anche quest'ultimo e lo scrittore possono equipararsi, perché ciò che l'uomo per millenni ha sempre raccontato nella sua storia è prima di tutto la vita, vivere.
È vero che i libri non ci danno la soluzione su come viverla nel modo più congeniale o fortunato; non ci rendono né migliori né peggiori, né più colti o più belli, nondimeno senza di essi noi lettori ci sentiremmo degli altri; altri che non siamo noi.

Perché la letteratura ci racconta. La sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l'amore, le ambizioni, le illusioni - magari perdute; la voglia di andare lontano o di tornare a casa; la paura di invecchiare e tutte le paure, ma anche tutte le speranze.

M.P.





Libro:

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie", P. Di Paolo, Editori Laterza




giovedì 1 febbraio 2018

"L'Amore in un Clima Freddo" di Nancy Mitford


«No, ma la cosa che davvero mi incuriosisce sul debutto in Inghilterra è l'amore. Tutti hanno storie d'amore? È l'unico argomento di conversazione?
Fui costretta ad ammettere che era così.»
«Oh, accidenti. Ero sicura che lo avresti detto... Succedeva anche in India, naturalmente, ma credevo che magari in un clima freddo...[...]»




La prima volta che mi sono imbattuta nelle sorelle Mitford fu nell'estate di due anni fa, leggendo la biografia di Angela Lambert su Eva Braun.
Erano citate come le sei ragazze inglesi snob figlie di David Mitford, secondo barone di Redesdale, divenute celebri nella prima metà del XX secolo per le loro vite ricche di eleganza, gioventù, bellezza e insieme di pettegolezzi, scandali e un privato non proprio pulito: due di loro, Diana (la più bella) e Unity (la minore) abbracciarono senza riserve il nazismo e Hitler sempre in cerca di appoggi importanti, prima della guerra, diede loro un'importanza politica che certo non possedevano nella realtà; "anche se antica [la famiglia Mitford] apparteneva più alla nobiltà di campagna che all'aristocrazia, con tenute nel Northumberland, nell'Oxfordshire e nel Gloucestershire".
Oggi chiameremo le Mitford come delle influencer, delle socialité fresche e spigliate, ambiziose di conquistare il mondo, di affascinarlo e sconvolgerlo con le loro esistenze. E così doveva essere allora.
Dopo la Grande Guerra, l'Inghilterra pur uscitane vincitrice, dovette attraversare un periodo, non breve, di incertezza economica e politica che non risparmiò nemmeno le grandi famiglie aristocratiche. Serpeggiò un clima di risentimento ed insoddisfazione (conciso con l'età del jazz) soprattutto fra i figli e le figlie più giovani del bel mondo patrizio e alto-borghese, di tutta una generazione che non aveva assistito agli orrori del conflitto.
Soprannominati come il gruppo di "Bright Young Things", questi giovani si distinguevano per i loro eccessi e per una vita trascorsa unicamente in uno sfrenato edonismo.
Questa società esclusiva venne immortalata nelle prime fotografie di Cecil Beaton (1904-1980), futuro sceneggiatore e partecipante anch'egli del gruppo insieme alle Mitford ed altri personaggi divenuti in seguito famosi.
Nancy Mitford (1904-1973) la maggiore e la più promettente delle sorelle in campo letterario, rievocò questo mondo frivolo e legato ai beni immobili, in una trilogia: "Inseguendo l'Amore" (1945), "L'Amore in un Clima Freddo" (1949), "Non Dirlo ad Alfred" (1960), di cui il più conosciuto è essenzialmente il secondo volume, non un capolavoro eppure fra i testi più letti e apprezzati in Inghilterra, per la prosa brillante e una narrazione piacevole ed arguta.


Ambientato nella campagna occidentale inglese fra le due guerre, la narratrice del romanzo, giovane debuttante dell'aristocrazia rurale, Fanny, fortunata spettatrice di vicende curiose e bizzarre di Hampton House, vasta proprietà terriera di una delle antiche famiglie dell'isola, Lord e Lady Montdore. Ritornati da un viaggio in India come rappresentanti della monarchia, organizzano il debutto "inglese" della loro unica figlia Polly, amica d'infanzia di Fanny.
I Montdore sono conservatori, incolti e tronfi del privilegio della loro posizione, dei legami con reali decaduti e più del denaro, della "visibilità" della loro ricchezza, fatta di gioielli e abiti, arredi e di una vita tendente all'eccesso. In particolare Lady Montdore ha spianato la strada al marito verso le più alte cariche mediante la sua rete di conoscenze e allevato la figlia negli agi, preservando la sua rara bellezza nella previsione di un matrimonio prestigioso.
Ma Polly bella come una dea eppure priva di immaginazione e apparentemente mancante di sentimento, rivela a Fanny di non essere adatta al matrimonio e di aver pensato che una volta tornata in Inghilterra, sarebbero cessati gli intrighi materni, visto il clima notoriamente rigido della nazione.
Fanny osserva il disfarsi e il riunirsi di questa famiglia non ancorata alla realtà ma ad obsoleti retaggi, sprovvista di buon senso, sopravvivere alla cieca tra maschere, sconsideratezze e misteri, incurante del bene o del male. Il libro si conclude come una fiaba, ma non gli stessi stereotipi.

Nancy Mitford foto di C. Beaton


"L'Amore in Clima Freddo" è essenzialmente un romanzo divertente e dissacrante, non corposo o formativo ma può rientrare fra quei libri di piacevole compagnia.
Ha una scorrevolezza narrativa fresca; non ricercata nelle noti descrittive la sua ricchezza si trova nella rappresentazione di un microcosmo affastellato di caricature più che di personaggi, portate all'esasperazione dalle loro perversioni, dal sesso. Non ci sono certezze, tutto è capovolto, imprevedibile, partendo dal modo di essere.
Fanny opera all'interno di questa elitaria classe, il ruolo di outsider, senza desiderare di entrare a farne parte ma nemmeno giudicandola o condannandola anche nei suoi aspetti negativi; la guarda con disincanto e bonomia nonostante tutto.
È difficile mettersi dalla parte della narratrice senza criticare questi personaggi grotteschi cadere così in basso nella dignità umana, se non ci fosse una spassosa ironia a salvarli, tenendo incollato il lettore per tutto il prosieguo della trama pur leggera.
Ma c'è anche altro nel sottosuolo del dileggio. C'è una società così racchiusa nel proprio confortevole ambiente e ottusa, incapace di mettere il naso fuori dal proprio egoismo, che non riesce ad intravedere la sua immagine specchiarsi nell'imminente fine; che dopo la Grande Guerra, questo è solamente un fatuo attimo, prima del dissolvimento definitivo.




M.P.







Libro:

"L'Amore in un Clima Freddo", N. Mitford, Adelphi