mercoledì 24 gennaio 2018

Ma esistono veramente i libri sopra-sottovalutati? Umile trattazione di un fenomeno sempre in voga




Quello dei libri sopra o sottovalutati è un argomento fra i più discussi dai lettori forti e non ; una domanda che ricorre spesso nei book social, nei forum, nei gruppi di lettura e se la domanda è sempre la stessa, molteplici sono le risposte e i sentimenti e le nature di ognuno, perché c'è chi si getta con foga nelle proprie opinioni e chi invita ad una pacata prudenza, chi chiama tutte le sue letture imprescindibili e chi sconsiglia la lettura di alcuni di questi.
Democraticamente chiunque può abbattersi contro un classico della letteratura e buttarlo senza indugio nel cestino della spazzatura o lanciarlo direttamente dalla finestra e al contempo osannare un'ultima pubblicazione o anche invertire le suddette azioni. Ma cosa sono i libri sopra o sottovalutati?
Se è lo stesso aggettivo ad indicarcelo, vorrei comunque sottolineare con una espressione più incisiva che sono tutti quei libri valutati più o meno di quanto effettivamente valgano.
Spero che nessuno me ne vorrà a male e che nessuno si sentirà preso in causa da questo post che è scritto in maniera umile e spensierata, perché non è un tema trattato negli ultimi venti o trent'anni ma in tutte le epoche c'è sempre stato un libro (o più) sopra-sottovalutato, si è sempre scritto o detto «Ecco, questo è il libro più sopra-sottovalutato della storia» e il fenomeno non ha solo riguardato i lettori o critici come si penserebbe, ma scrittori, case editrici ed eminenti fondazioni letterarie.
Nel 1850 Charlotte Brontë (1816-1855) dovette scrivere una prefazione a "Cime Tempestose" della sorella Emily per chiarire alcune critiche mosse verso questo romanzo, che erano sorte a causa della mancanza di familiarità dei lettori con l'autrice e il suo ambiente. Nonostante i buoni intenti, la prefazione non servì a molto, anzi non fece altro che relegare Emily Brontë (1818-1848) all'ombra della sorella per molto tempo.
Una sorte amara fu quella toccata a "Il Grande Gatsby"  di Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) che dopo il grande successo al momento della pubblicazione, passata però l'età del jazz, venne dimenticato dai più e sopravvalutato dalla nuova generazione di scrittori e lettori per la sua storia "troppo zoppicante".
Pur essendo stato il primo a cimentarsi nella scrittura Israel Joshua Singer (1893-1944), non conobbe mai la notorietà toccata invece al fratello Isaac Bashevis (1904-1991), premio Nobel per la letteratura 1978, considerato sopravvalutato per lo stile rispetto a quest'ultimo.
Non sono mai mancate le "denigrazioni" fra scrittori, celebri quelle di Gide su Proust (poi pentitosi) o Virginia Woolf (1882-1941) che scrisse dell'"Ulysses" di James Joyce (1882-1941) : "Genio non ne ha, direi, ma di una purezza inferiore. Il libro è prolisso. È torbido. È plebeo, non solo nel senso ovvio, ma nel senso letterario".
Nella primavera del 2012 Paulo Coelho in una intervista, parlando sempre dell'"Ulysses" lo definì quello che "ha causato male all'umanità", ritenendolo esclusivamente un esercizio di stile.
David Foster Wallace (1962-2008) non fu risparmiato dalle critiche dello scrittore di "American Psyco" Brett Easton Ellis dichiarato da questo "un impostore della letteratura". E si potrebbe andare avanti con Faletti su Kerouac, Dorfles su Baricco.
Ma tralasciando queste schermaglie fra scrittori, dettate a volte da un miscuglio di invidia e sana competizione, i libri più marcati dalla storia di sottovalutazione, sono stati scritti da donne.
Per secoli confinata come lettura d'evasione, leggera o per trascorrere un pigro pomeriggio, la letteratura fatta dalle donne è stata volutamente poco approfondita e studiata, tirata in ballo in un sottile gioco di sopra-sottovalutazione ed etichettata per questo a specificare il genere: letteratura femminile, come se la letteratura avesse bisogno di distinzioni.
Oggi questi testi sono ritornati alla ribalta e osservati da altri punti di vista, sono stati ristampati e godono di dignitosi successi, come le opere di Georgette Heyre (1902-1974), Shirley Jackson (1916-1965) o Daphne du Maurier (1907-1989).
Ma se è in corso per queste una possibile riabilitazione, si potrà mai perdonare l'Accademia Svedese che di recente ha rivelato di aver considerato nel 1961 sopravvalutati, all'epoca della loro popolarità, scrittori come Tolkien o Moravia, allontanandoli dal Nobel, il primo per la "sua prosa di seconda categoria" il secondo per una certa "forma di monotonia generale riscontrata nelle opere"?
D'altronde il confine tra la sopra e sottovalutazione è molto labile: un libro può passare dall'una all'altra categoria a seconda del momento storico o degli ideali o sogni di una generazione.
Così nel calderone dei libri sopravvalutati degli ultimi anni vi entrano: "Il Signore degli Anelli" perché benché osannato come pietra miliare del fantasy, il suo autore è considerato più un creativo che narratore, "Il Codice da Vinci" amato dalle masse ma criticato per gli elementi controversi e fonti non attendibili, "Cent'Anni di Solitudine" perché complesso e surreale come "Aspettando Godot" e "Moby Dick" ai quali si aggiunge "Don Chisciotte" e "Guerra e Pace" troppo lungo mentre in "Emma" della Austen non succede nulla per quattrocento pagine; Milan Kundera detiene il primato per essere sia sopra che sottovalutato.¹
Personalmente ho riscontrato che nemmeno Dacia Maraini può esimersi da queste riflessioni. Appena pubblico qualcosa che la riguarda, vengo inondata da critiche, sicuramente alcune accorte, ma non tutte, e che si uniscono anche a quelle del noto marito.
In passato io stessa ho sopravvalutato un romanzo molto popolare nei primi anni 2000, "Il Petalo Cremisi e il Bianco" dello scrittore olandese Michel Faber; eppure a distanza di qualche anno lo ricordo come un buon libro che ha saputo ricreare quell'atmosfera di turbamenti sessuali (solo in superficie repressi) della Londra vittoriana.
I best-seller, appunto, risultano quelli presi maggiormente in causa, confermando a volte i loro titoli nelle classifiche anche a distanza di tempo, altre volte scomparendo del tutto dopo un buon avvio: mi ricordo da ragazza casi letterari come le opere di Banana Yoshimoto o "La Solitudine dei Numeri Primi" o ancora "Storia di una Ladra di Libri".

"La Lettrice", F. Zandomeneghi

E quindi esistono veramente i libri sopra o sottovalutati? E nel caso bisogna credere alle classifiche, ai ricordi, ai book-social, ai blogger o ai giudizi di importanti critici?
Cosa ci spinge ad ammonire o prendere a benevolenza quell'oggetto millenario che è il libro?
Per la mia nulla opinione, esistono ed esisteranno sempre perché siamo una società in evoluzione e rispetto a secoli prima, abbiamo il diritto di ribellarci a sistemi e convenzioni assodate, ma non per moda o passaparola, bensì attraverso un pensiero approfondito e soprattutto nostro.
La maggior parte delle opere che chiamiamo sopravvalutate risultano (forse) non capite (forse) le capiremo o (forse) non le capiremo mai.
E mancato il tempo, è stato dato troppo tempo o non era adatto il momento. Si potrebbe ricorrere alla teoria delle "affinità elettive", in quanto crediamo di essere legati ad un tale libro per poi renderci conto di avere un'affinità maggiore con un altro. E quindi una questione puramente di feeling, o di approccio.
Comunque anche questa spiegazione può rientrare nelle argomentazioni traballanti, allora mi rifaccio ad una citazione sentita di William Somerset Maugham (1874-1965): "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te".
Quindi se in questi esistono tematiche su cui è impossibile chiudere gli occhi, è anche vero che il messaggio finale è diverso per ogni lettore (critico o blogger che sia).
Bisognerebbe ritornare a leggere più spontaneamente e liberamente, non restando ossessionati da mode o tam tam mediatici; leggere per conoscere, non fermarsi a galleggiare sulla superficie del libro ma avere il coraggio di inoltrarsi e soffermarsi nelle e fra le parole.
Sarebbe più bello e confortevole dare una seconda opportunità a noi e al libro, e se proprio questo non è riuscito a soddisfarci, si potrebbe condizionare una pace perché c'è stato l'impegno e l'impegno è un atto d'amore.



M.P.




¹ Ho preso queste informazioni da varie riviste letterarie italiane ed inglesi.

martedì 16 gennaio 2018

"Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" di Carla Marcone


Teresa provò pena per quella donna e pena per se stessa e per ogni donna. E rabbia, rabbiosa, per quel marchio che le decretava diverse fin dalla nascita. Un marchio invisibile che le condannava a vivere sempre in guardia, a proteggere da pericoli reali o immaginari, a difendersi dentro e contro un mondo di uomini; a impegnarsi il doppio per ottenere meno della metà. Ciò che per un uomo era una banalità, per una donna diventava un rischio e richiedeva strategie e prudenza, risultando spesso irrealizzabile. Un marchio che le condannava a combattere o a soccombere.




Ho scelto di aprire le letture del nuovo anno con questo piccolo libro di nemmeno centosessanta pagine: un romanzo storico, ma non di quelli che rammentano grandi avvenimenti, scenografie epocali in cui sono inseriti nella miseria e nella nobiltà i drammi esistenziali di protagonisti contrastati.
Questo è un romanzo intimo e familiare. Familiare perché si sofferma su un periodo particolare della storia italiana, conosciuto assai bene ma talvolta perfino negato o nascosto abilmente per non far sentir troppo il puzzo della vergogna, anche a distanza di secoli.
Così qui, tra la verità storica e l'immaginario, si staglia la figura di una donna realmente esistita in una Italia confusa e persa nel difficile passaggio dell'età borbonica alla costruzione morale e storica di una nazione.
Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri (1826-1903) fu una nobildonna napoletana, scrittrice e filantropa, dimenticata con troppa fretta insieme alle sue carte e alle sue opere da una storia a lungo legata ad un unico genere, quello maschile.
Nel 1880 venne da lei inaugurato il primo ospedale moderno ed attrezzato, volto al ricovero dei bambini ammalati, gli orfani e disadattati di Napoli, continuato ad essere in uso fino al 1975.


Pubblicato nel 2017 dalla scrittrice napoletana Carla Marcone, "Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" è il ritratto di immagini vivide e sfocate di una vita eccezionale, costretta dalla natura a crinoline e sottomissione ma votata ad un temperamento ribelle nei confronti di un culto della tradizione troppo stretto; Teresa Filangieri incarna su di sé quel progresso morale e culturale negato alle donne.
La seguiamo nel romanzo muoversi nella famiglia, nel matrimonio, nel breve ruolo di madre e conseguentemente a questo, nel folle ma caparbio coraggio di realizzare il sogno del primo ricovero nel sud Italia per bambini senza asilo.
Una donna scontratasi contro un muro di potere maschile, indifferenze, miserie, il cui alto rango non ha avvantaggiato la sua impresa, ma anzi che ha dovuto supportare il suo sesso in mancanza di mezzi disponibili all'universo femminile dell'epoca.
Fuori una Napoli uscita dal dominio borbonico, cerca disperatamente una annessione, non solo geografica, ad un'Italia dimentica delle offerte promesse, una Napoli che confonde il sacro e il profano, divisa tra cielo e terra, dove gli angeli muoiono e i diavoli si redimono, dove i profumi delle belle dame e la bellezza del mare si mescola per le strade al sangue e agli escrementi di uomini e bestie e un popolo lazzarone trascinato tra colpe e grazie.

"Pescatori sulla Spiaggia di Napoli" Elvira Raimondi

Il libro scritto molto bene, mi ha rimandato alla nostalgica letteratura delle autrici meridionali; il racconto sembra quasi un sussurro di voci olografiche venute dal passato o presenti, soffocate da desideri mai espressi, altre innalzate con rabbia e sentimento da una terra troppo calpestata, la cui storia sembra essere stata arrestata per sempre in quel punto: tra gli ultimi fasti dell'Ottocento e l'inizio di una unificazione mai raggiunta.
La Marcone ne mostra la povertà, l'arretratezza culturale e industriale di un ceto straccione, nomade eppure dignitoso e legato alla consanguineità della terra e degli intenti.
Ho condiviso il motivo della scrittura del romanzo che è stato quello di ridare vita ad una "donna che ha contribuito a rendere il mondo migliore": "[...] Tutto è stato trafugato, niente rimane di un sogno realizzato con fatica" perché quel luogo non è più un ospedale ma una sede amministrativa circondata da immondizia e sporco.
Negli ultimi tempi si sta riscrivendo un passato in cui le donne hanno il loro considerevole capitolo, tuttavia la strada verso il riconoscimento delle loro opere (e del debito che abbiamo con la nostra dimenticanza), è ancora lunga.
Forse verrà un giorno in cui si dedicheranno piazze, monumenti alle donne che con la loro vita hanno trasmesso lezioni di civiltà ai posteri; si leggeranno più libri e si osserveranno con più soddisfazione le loro creazioni, ma fino a quel giorno, ogni testimonianza, è una fonte preziosa da preservare per il futuro.




M.P.





Libro:

"Teresa Filangeri una duchessa contro un mondo di uomini", C. Marcone, Scrittura e Scritture

lunedì 8 gennaio 2018

"La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth


"Tutti i concerti di piazza - che avevano luogo sotto il balcone del signor capitano distrettuale - avevano inizio con la Marcia di Radetzky. Benché i membri della banda ne avessero una conoscenza tale da poterla suonare nel pieno della notte e del sonno senza ricevere indicazioni, il direttore riteneva necessario leggere ogni singola nota dello spartito."




Il 2018 è arrivato e colgo ancora l'occasione per augurare un buon anno a tutti i lettori del blog mentre mi appresto a recensire l'ultima lettura dell'anno passato che purtroppo non sono riuscita a completare prima, "La Marcia di Radetzky" di Roth.
Dopo la buona annata del 2017, il libro che lo ha concluso non mi ha lasciata molto entusiasta: ho trovato alcuni passi lenti, dovuti anche alle lunghe descrizioni e al repentino passaggio di un protagonista all'altro in modo discontinuo, e in alcuni momenti perfino noioso tanto da dover saltare (ahimè) qualche riga per non addormentarmi troppo. D'altro canto ho scorto dei brani encomiabili, soprattutto nel momento di dover trascrivere un concetto o un evento seguendo metafore o percezioni alludendo a sentimenti o azioni.
Questa strana dualità riscontrata, mi ha portata ad apprezzare nell'opera più i contenuti che la trama; meno gli uomini Trotta e più il suo messaggio finale, o meglio la morale perché tutto è narrato da Roth come una fiaba.
Joseph Roth (1894-1939) fu il più sensibile cantore della "finis Austriae" insieme a Stefan Zweig (1881-1942) e Ernst Lothar Müller (1890-1974), di quel momento storico e geografico del crollo del potente impero austro-ungarico e insieme nostalgico e spirituale per la sorte di milioni di popoli e di un mondo non sopravvissuto.
Joseph Roth fu un personaggio particolare. Austriaco ma nato in Galizia, portò dentro di sé la sua cultura ebraica e sostenitrice del regno asburgico e per questo la fine di quel mondo fu per lui una devastazione. Butterato dall'alcolismo e da alcune manie, Roth annegò le sue frustrazioni in un lento e disordinato declino fisico e interiore.
Il suo noto romanzo venne pubblicato nel 1932, un anno prima della dittatura hitleriana, e muove le sue basi all'interno del declino e della caduta dell'impero attraverso la storia di tre generazioni dell'immaginaria famiglia di origine slovena dei Trotta.
L'emblematico titolo ripreso dal brano musicale di Strauss, diventato il simbolo delle vittorie degli Asburgo dopo la vittoria a Custoza nel 1848, viene qui usato invece per schernire un tempo di glorie, fanfare, dorate armature, medaglie al valore che non esistono più, perché il romanzo si apre si con un gesto eroico ma nel bel mezzo della sconfitta degli austriaci a Solferino (la nostra II Guerra d'Indipendenza) nel 1859; il primo segnale di una imminente e lenta disfatta di un secolo in decadenza.


"La Marcia di Radetzky" racconta le alterne vicende di successo e di fallimenti di una famiglia di soldati e burocrati sloveni, dal loro zenit fino al nadir dell'impero austriaco e l'avvento della Grande Guerra. Joseph Trotta, sergente dell'esercito durante la battaglia nell'Italia settentrionale, salva la vita all'imperatore Francesco Giuseppe che concede al suo soldato una protezione eterna e il baronato del villaggio originario di Sipolje. Trotta diventa "l'eroe di Solferino", la pietra di paragone per i suoi cittadini e successori, ma la sua fede cieca e i suoi principi per l'imperatore vacillano a causa di un revisionismo storico. Il figlio Franz, capitano distrettuale di una provincia della Moravia, diviene anche lui il simbolo del potere ligio e onorevole di quell'epoca eppure già spettatore di un mondo presto in frantumi, attraverso la storia del triste e sensibile figlio Carl Joseph destinato alla carriera militare nelle zone del confine orientale.
Qui il tenente Carl Joseph rimane compromesso in una mondanità scellerata, fatta di promiscuità, giochi d'azzardo, duelli illegali, disonori pubblici, di quelle primi crepe visibili all'interno del grande imperial regio in attesa di una guerra salvificatrice che sarà altresì la sua tomba.

Stefan Zweig nell'opera "Il Mondo di Ieri" aveva scritto lo sfaldamento di questo vasto regno nel suo settore politico, sociale ed intellettuale; Roth lo fa con quello che per secoli era stato il vanto di questa terra, l'esercito, la forza maggiore che sosteneva insieme milioni di popoli diversissimi fra loro.
L'autore mostra la degradazione di una coralità umana e religiosa, dove uomini immobili e annoiati nei loro acquartieramenti, svuotati di qualsiasi ordine e valore morale nelle zone più estreme del confine, dove ha inizio l'avvicinarsi di un tramonto ineluttabile, connaturato in primis nell'animo di una generazione malata ed alienata che si fa carico di una precedente armonia che in realtà era solamente illusoria e chimerica.

J. Roth

La fine del mondo di ieri fu per il collega Zweig (togliendo il disastro della guerra), l'aprirsi di un'era moderna e libera, forse il momento storico più felice per lui; diverso fu per Roth e questo è da ricercarsi in un motivo ideologico: la caduta dell'impero coincideva con quello dello shtlet ebraico, da cui egli proveniva, con la conseguente fuga degli ebrei dall'Europa Centrale costretti ad emigrare verso Occidente, significava una nuova diaspora e la dispersione di tutta quella cultura ebraica mitteleuropea¹ ritrovatasi senza protezione ed ignara di quel che sarebbe avvenuto nemmeno vent'anni dopo.
Joseph Roth è da considerarsi degnamente fra i più grandi rievocatori di epoche passate e non stupisce il suo stile malinconico e poetico passare fra le macerie di un villaggio in rovina, fra le vergogne, il silenzio, armature arrugginite, azioni non più adatte alla commemorazione. Il mondo di ieri era rimasto per lui solo una fiaba da rammentare.


M.P.



¹ Tema approfondito anche dallo scrittore yiddish Israel Joshua Singer in "Da un Mondo che non c'è Più"





Libro:

"La Marcia di Radetzky", J. Roth, Newton Compton.