mercoledì 16 maggio 2018

"Un Incantevole Aprile" di Elizabeth von Arnim


Tutto ebbe inizio in un club per signore di Londra, un pomeriggio di febbraio - il club era modesto e il pomeriggio deprimente - quando Mrs Wilkins, giunta da Hampstead per fare acquisti, dopo aver pranzato al club di cui faceva parte prese il «Times» da un tavolo della sala fumatori e, scorrendo con occhio distratto la colonna degli annunci personali, vide questo annuncio:
«Per gli amanti del glicine r del sole. Piccolo castello medioevale italiano sulle coste del Mediterraneo affittasi ammobiliato per il mese di aprile. Servitù inclusa. C.P. 1000, The Times» .

Athos Faccincani "Portofino"

Il mese di maggio è rimasto meteorologicamente in modo un po' incerto: mattine dolcemente assolate che si alternavano, improvvisamente, a rumorosi temporali che non lasciavano certo spazio a progetti di scampagnate o passeggiate fuori città. L'aprile romano era invece cominciato con una tarda primavera, con fiori e piante impazienti di aprirsi alla nuova stagione. E nondimeno noi, davanti a tanto rigoglio di natura e vita, ci lasciamo un poco trasportare da nuovi sentimenti di bellezza e speranza che si erano assopiti nei mesi invernali.
Ed è lo stesso leitmotiv che si sussegue nel luminoso romanzo di Elizabeth von Arnim (1861-1941),  a cui sono stata spinta e guidata da mia sorella.
La scrittrice australiana ma d'adozione britannica, sta vivendo una seconda fioritura nelle pubblicazioni di varie case editrici e un secondo affetto da parte di un nuovo pubblico, dopo essere stata dimenticata e le sue opere relegate nella categoria del "prettamente femminile", il che voleva dire leggera, sdolcinata e con pochi contenuti; giustamente adatti per le graziose teste del gentil sesso.
Ma Elizabeth von Arnim, benché apparentemente legata all'elite mondana tardo ottocentesca, fu invece una donna che si dedicò all'animo umano, ai nuovi impulsi che sconvolsero l'Europa subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Fu ribelle, molto libera per l'epoca, capace di offrirsi alla vita intellettuale ma non tralasciando quella sensoriale, perché fermamente convinta che non si dovesse liberare sola la mente delle donne ma anche il loro corpo.
"Un Incantevole Aprile", tra i suoi romanzi più famosi, fu pubblicato nel 1923, ispirato ad una vacanza di un mese veramente effettuata dall'autrice nel 1921, presso la nostra riviera ligure¹.
Con la fine del Primo Conflitto, l'Italia conobbe un recupero nel campo del turismo, e questa volta non dipeso unicamente da curiosità e ricerche storiche, bensì dal clima, dalla bellezza e dal modo di vivere italiano.


Il romanzo si apre intorno agli anni '20, in una piovosa Londra, dove due giovani donne sedute ad un club per signore, leggono entrambe un'inserzione sul Times da parte di un ricco possidente che mette in affitto, con tanto di servitù, il suo bel castello medioevale, sulle coste del Mediterraneo, per il mese d'aprile.
Le due signore, Mrs Wilkins e Mrs Arbuthnot, sono sedotte dall'accattivante pubblicità e dalla prospettiva di poter trascorrere, per la prima volta, un mese di vacanze, sole, dopo aver dedicato per anni la loro esistenza alla vita domestica, al coniuge, al prossimo e ad una fin troppo severa morigeratezza di costumi. Infine le due accettano ma non essendo ricche, e nonostante abbiamo risparmiato del danaro "per un giorno di pioggia", il costo per l'affitto rimane elevato per loro.
Escogitano, dunque, una selezione di possibili, altre due sconosciute candidate per il soggiorno, in modo da poter dividere la somma e renderla leggera per ognuna. Per il posto si presentano una ricca ma arida vedova, Mrs Fischer, e una bellissima ma annoiata giovane dell'alta aristocrazia, Lady Caroline Dester.
Nel castello di San Salvatore, sulla riviera ligure, le quattro donne vorrebbero passare i giorni vacanzieri distanti le une dalle altre e lontano dal loro mondo lasciato in Inghilterra.
Ma la bellezza del posto con la sua brezza marina, il calore del sole, la lussureggiante e variegata vegetazione, le inducono a riflettere sulla loro vita, i loro sentimenti e su dove risieda la loro felicità e come ricercarla.
Così si avvicinano, creano legami, e il loro corpo e la loro mente si rinutre di gioiosa speranza, di nuove idee e di perdono. Nella seconda parte della vacanza subentrano altri personaggi a rendere la trama più viva ed intricata, dove tra humor ed equivoci che i protagonisti confondono o interpretano erroneamente le intenzioni dell'uno o dell'altro, la vicenda si risolve in un lieto fine aspettato ma rivelatore e significativo.

Su questo testo ho letto molti pareri contrastanti: ci sono lettori che pur trovandolo di loro gradimento per la leggerezza e la piacevolezza della lettura, ritengono invece la trama troppo debole e tutto nell'insieme poco avvincente.
Forse perché la Arnim non avrebbe mai voluto dare al suo romanzo alcunché di "avvincente", semmai di riflessione, e guardandolo sotto questo punto di vista che si scopre la sua originalità e un profumo di moderno.

Compiere un viaggio di sole donne, negli anni Venti, non era un fatto alquanto scontato e perfino riprovevole se le donne in questione erano di ordini sociali diversi.
Nel libro, infatti, pur essendovi fra le protagoniste ceti differenti, questi, una volta trovato l'ambiente opportuno, si annullano e ognuna può seguire solamente il proprio istinto.
Si innesca un incantesimo in cui sono coinvolti i personaggi come il lettore, dove a monopolizzare gli animi e i caratteri, si presenta la natura, rigogliosa, aperta a farsi ammirare e a schiudere pensieri ed emozioni. Per la Arnim il giardino era inteso come vita, esplorazione dell'amore, della bellezza, della felicità e della ribellione interiore.
D'altronde il giardino è sempre stato il locus amoenus  favorito della letteratura; nelle opere classiche o prettamente nella letteratura inglese: è nel giardino dove l'Alice di Carroll percorre la sua iniziazione alla vita e dove si avviano le vicende del Peter Pan di Barrie, mentre con la Burnett il giardino diventa il "risveglio" di Mary Lennox.
Gran parte dell'Europa stessa subì la fascinazione dei giardini vittoriani nel primo Novecento ma per l'autrice tutto questo aveva un significato diverso.
Sei anni prima della celebre affermazione di Virginia Woolf (1882-1941) sulla "stanza tutta per sé", alle donne era consentito, proprio nel giardino, poter esprimere la loro indipendenza, creatività, solitudine e poter essere libere dai vincoli domestici, coniugali a cui erano costrette in casa, sotto gli sguardi attenti dell'universo maschile, e motivo caro alla scrittrice, potevano permettersi piena autonomia di movimento e di pensiero.


M.P.



¹ Il Castello Brown a Portofino dove la scrittrice inglese prese alloggio. Oggi visitabile.





Ebook:

"Un Incantevole Aprile", E. Von Arnim, Bollati Borignhieri


mercoledì 9 maggio 2018

"The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"


"Alta sulla città, in cima a un'imponente colonna, si ergeva la statua del Principe Felice. Lui era tutto coperto di sottili foglie d'oro fino, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rosso scintillava sull'elsa della sua spada". ("Il Principe Felice", Oscar Wilde)




Fino a pochi anni fa, Oscar Wilde (1854-1900) era l'autore i cui aforismi (estrapolati non sempre appropriatamente dalle sue opere), circolavano numerosi nella rete.
Oggi i suoi aforismi sono stati dimenticati e con essi l'autore stesso; le sue opere non sono più lette e la sua figura, sensibile ed eccentrica allo stesso tempo, poco approfondita e capita.
Wilde rientra, assieme a quella lunga lista di colleghi che si allunga ancora di più con gli anni, fra gli scomparsi della letteratura e se esistesse un "Chi l'ha visto?" per tale causa, certo lui sarebbe fra i più difficili da ricercare.
Eppure, lasciando da parte il gioco, Wilde fu un personaggio popolare che dominò gran parte del primo Ottocento inglese: scrittore, critico letterario, favolista, drammaturgo; i suoi testi accoglievano consensi, grandi applausi da parte del pubblico, luci sfavillanti dei più prestigiosi teatri con le primedonne dell'epoca che sgomitavano per un ruolo prominente.
Omaggiato nei salotti più ridondanti dell'aristocrazia vittoriana, che sapeva ben amare un divo, ma con altrettanta rigidità, rinnegarlo al suo primo passo falso.
E le luci con gli applausi si spensero così anche per lui, quando nel 1895 il marchese di Queensberry, padre di Lord Alfred Douglas poeta e studente di Oxford ed amante di Wilde, impugnò un lungo processo contro di lui per sodomia, in modo tale da difendere la sua onorabilità dai pettegolezzi.
In definitiva lo scrittore venne riconosciuto colpevole e la sua pena venne comminata con due anni di carcere duro a Reading e la perdita del diritto d'autore.
Ma ciò che colpì violentemente Wilde, oltre alla difficoltà di scrivere poco, fu l'umiliante e tenace ostracismo da parte di chi, anni prima, lo aveva celebrato fra i più grandi; come un reietto o appestato, Oscar Wilde prese rifugio nel buio dell'esilio.
Proprio in questo lasso di tempo, tra l'esilio e la morte, che si incentra "The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"; più che film una ricostruzione sugli ultimi anni di vita dello scrittore irlandese, scritto, diretto ed interpretato da Rupert Everett.
Per chi ha più di venticinque anni, certo si ricorderà il famoso britannico attore di celebri commedie ("Il matrimonio del mio migliore amico", "Shakespeare in Love") e di alcune opere dello stesso Wilde ("Un marito ideale", "Sogno di una notte di mezza estate"), intelligente  e brillante, la sua sua carriera ha subito un rallentamento dopo aver dichiarato la sua omosessualità.
Everett ha realizzato il film tra Stati Uniti, Belgio, Gran Bretagna ed Italia, avvalendosi di un cast non certo minore come Colin Firth ("Il paziente inglese", "La ragazza con l'orecchino di perla", "Il discorso del re"), Colin Morgan ("Merlin"), Emily Watson ("Storia di una ladra di libri", "La teoria del tutto").


È il 1897 quando Oscar Wilde (Rupert Everett) esce finalmente dal carcere di Reading, dopo aver scontato la sua pena di due anni. È provato nella salute a causa dei lavori forzati a cui è stato costretto, dalle umiliazioni pesanti ed è finanziariamente sul lastrico.
Della vecchia gloria, degli omaggi, dei teatri, non è rimasto più nulla. Esule in Francia sotto falso nome, è costretto a nascondersi dalla società. Viene accolto ed aiutato dagli ultimi due amici rimasti: lo scrittore Reginald Turner (Colin Firth) e il giornalista Robert Ross (Edwin Thomas), innamorato di Wilde senza essere ricambiato.
Questo sente la mancanza della moglie Costance (Emily Watson) e quella dei suoi due figli, ma l'amore che prova per "Bosie" Douglas (Colin Morgan) è ancora forte.
Costance tenta una riconciliazione col marito, ma quando scopre della ripresa del rapporto con Douglas, lei che possiede del denaro, gli nega l'unico sussidio e la patria potestà.
Intanto Wilde e Bosie fuggono a Napoli, dove trascorrono, grazie al denaro di cui quest'ultimo è fornito, giorni di sperpero  e dissolutezza fino all'intervento di Lady Quennsberry che taglia la rendita mensile al figlio. Bosie in mancanza di soldi, lascia definitivamente lo scrittore.
Questi ripiega a Parigi, dove povero e malandato, si è ridotto a chiedere l'elemosina, facendo abuso di alcool e cocaina, vagando da una bettola all'altra e dove prima allietava il bel mondo inglese, ora diverte l'ambigua gente della Suburra parigina.

«Perché la rovina ci affascina così tanto?»

In questi stretti e sporchi atri, conosce due giovani accattoni e uno dei due ne diventa l'amante, mentre insieme formano il solo pubblico a cui racconta la storia del "Il Principe Felice".
I giorni passano e Wilde si aggrava sempre di più: ricoverato in una camera d'albergo, corroso nel corpo da quel che crede sifilide (in realtà sara meningite contratta in carcere), stremato nell'animo dai rimorsi di coscienza per l'improvvisa morte della moglie e dall'ultimo rifiuto di Bosie, chiede l'estrema unzione.
Muore l'ultimo giorno di novembre, circondato dai due ragazzi e dai due fedeli amici, dopo aver concluso la favola del "Il Principe Felice".

La pellicola segue fedelmente le ultime vicende dell'autore, non risparmiandogli né la genialità né la sofferenza inflittagli ma neanche una vita di eccessi e disordini.
Il ritratto che dà è privo di quella retorica e di quell'eufemismo che si trova nelle striminzite biografie delle sue opere: è la storia di un uomo che ha conosciuto le luci e il buio di una società radicata nel pregiudizio e nel disprezzo, incapace di comprendere o perdonare; un uomo con le sue debolezze (Bosie) e le sue dipendenze (alcool e droga).
Il talentuoso Everett è stato spettacolare nell'aver saputo dare anima e corpo, alle tante sfaccettature di Oscar Wilde: quella di scrittore di successo, di uomo in disgrazia, di esule e emarginato, di padre, marito, amante e vittima/colpevole di tormenti per sé e per gli altri, perché esiste, in alcuni uomini, questa forza trascinante che è la rovina, a cui si va, inspiegabilmente, volontariamente incontro.
L'omosessualità entra prepotentemente nel film, ma viene messa sullo stesso piano della paura del diverso, della povertà, di un'esistenza non conforme ai canoni prescritti.
Così ci si stupisce, apprendendo dal film, della rivalutazione postuma, avvenuta solamente lo scorso anno, quando la regina Elisabetta ha firmato un documento nel quale ha sancito la fine di ogni forma di discriminazione per i cittadini degli stati membri del Commonwealth.



Ma una menzione la meritano anche le figure di Reginald Turner (1869-1938) e Robert Ross (1869-1918) gli amici rimasti con lui fino alla fine, e in particolare "Robbie" Ross che si occupò di diffondere ai posteri il suo testamento letterario ed umano. Anche queste persone che hanno operato con coraggio, in un periodo storico non facile, per il riconoscimento di quelle libertà, di quella formazione intellettuale, meritano il diritto di essere ricordate.
Il titolo del film richiama ad una delle più belle favole (se non la più bella), scritte da Wilde e pubblicata nel 1888, che si ripete come un dolce sottofondo musicale lungo tutta la proiezione.
Everett ha riassunto con questo racconto ("Il Principe Felice"¹) tutto l'essere dello scrittore, con tanta sensibilità ed acutezza, e il significato intrinseco della sua opera: la rondine che descrive le meraviglie dell'Egitto con il sole, il fiume, gli animali esotici al Principe Felice, non riesce ad entusiasmarlo di alcunché, poiché quest'ultimo gli confida che il mistero più grande dell'esistenza sono le miserie umane, e Wilde lo aveva capito.
Come aveva capito che c'era al mondo una cosa che andava oltre la letteratura, l'arte, il teatro, la gloria; che superava persino la bellezza, il valore sui cui aveva fondato la sua vita: questa era l'amore.

«Portami le due cose più preziose della città» disse Dio a uno dei Suoi Angeli; e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto.
«Hai scelto bene» disse Dio, «perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà per sempre, e nella mia città d'oro il Principe Felice pronuncerà le mie lodi».




M.P.



¹ "Il Principe Felice e altre storie", O. Wilde, Oscar Mondadori





mercoledì 2 maggio 2018

"Il Lungo Sguardo" di Elizabeth Jane Howard


Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.


Lauren Bacall (1924-2014)

La scrittrice inglese Angela Lambert (1940-2007) disse una volta riguardo al "Il Lungo Sguardo"«Non capirò mai perché non venga riconosciuto come uno dei grandi romanzi del XX secolo».
Ed è la stessa frase che mi sono detta leggendo questo particolare, profondo ed elegante romanzo di Elizabeth Jane Howard (1923-2014):  quanto il secolo passato, così ingente di fatti giganteschi e sconfinati, abbia volutamente disdegnato le sue vicende più piccole ed individuali.
La Howard è una di quei pochi autori, degni successori di Jane Austen, ad aver fatto del microcosmo il macrocosmo, ad aver portato in superficie gli aspetti intimi della vita borghese, vivisezionando le loro coscienze, raccontandoli nel progressivo cambiamento degli eventi storici e rendendoli importanti quanto quest'ultimi.
L'autrice che lungo il Novecento è stata riconosciuta più per il gossip che come valente scrittrice, oggi sta vivendo una seconda giovinezza in campo letterario, grazie alle repentine pubblicazioni della Fazi Editore, al successo mediatico della fortunata saga famigliare dei Cazalet, l'opera più celebre, un affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Un piano di rivalutazione riuscito però a metà, perché se il numero dei suoi lettori accresce le sue stime di giorno in giorno, ivi compresa tutta la mercanzia derivante, sottovalutato è ancora il valore rispetto ai grandi nomi maschili e i suoi libri non riescono ad andare oltre alla bella copertina, alle promozioni, non riescono insomma ad inserirsi nell'autorevolezza delle grandi opere.
Si dovrebbe inseguire uno studio più serio e accurato dei suoi lavori, per non farli passare semplicemente come un "fenomeno" o "la moda del momento"; dare quel qualcosa di "senza tempo" che solo i classici hanno e che i romanzi della Howard meriterebbero.
"Il Lungo Sguardo" fu pubblicato nel 1956 (trentadue anni prima dei Cazalet), quando ancora giovane, bella e libera, Jane Howard aveva lasciato marito e figlia per dedicarsi in modo esclusivo alla scrittura.
Questo lungo testo esplora la disintegrazione del matrimonio borghese nei primi anni del XX secolo, attraverso la tormentata e debilitata storia di una coppia inglese abbiente, usando però il metodo ingegnoso della cronologia inversa, dove la trama viene rivelata dalla fine al suo principio; espediente che dà, solo a fine lettura, una più completa visione dell'intreccio.


Sulle colline di Hampstead, nella Londra degli anni Cinquanta del Novecento, Antonia e Conrad Fleming stanno festeggiando l'ufficializzazione del matrimonio del loro figlio Julian.
Ma l'occasione che dovrebbe essere lieta e di buon auspicio per il futuro, non porta nessuna gioia o consolazione nell'animo di Antonia, che vede suo figlio sposarsi senza amore e sua figlia Deirdre  intrappolata in rapporti complicati.
Questo turbinio di sentimenti inafferrabili e irrefrenabili, rimanda Antonia allo sfacelo della sua vita coniugale, l'andamento di un matrimonio fatto solo di apparenze e nulla più. A quarantatré anni Antonia ha abbandonato l'approvazione e l'affetto per il marito per dare un presente significativo per se stessa, ormai sola.
Ma cosa ne è stato del passato? Per cosa ha inseguito negli anni, i minuti, le ore, i giorni, il futuro?
Ripercorrendo in senso antiorario, ventiquattro anni della sua esistenza, il romanzo ci riporta sguardi, episodi sporadici dell'unione di questa coppia, seguendo la prospettiva del personaggio femminile ma anche i processi mentali di Conrad, dove quest'ultimo si è sposato perché spinto da un desiderio egoistico, lei per fuga dal mondo circostante. Questa coppia, questi due corpi e menti distinte, incomunicabili tra loro e distanti, sono unite unicamente dal contratto del loro matrimonio e per questo esplorano ognuno una realtà diversa della stessa vita: lui plasmando la bellezza della moglie a suo piacimento, lei sottomettendosi al suo sguardo e rimettendosi alla sua protezione.
Così negli anni duri del secondo conflitto, nei primi di matrimonio, la luna di miele e la prima giovinezza di Antonia.

Leggendo "Il Lungo Sguardo" mi sono accorta di quanto fossi impreparata a questo tipo di testo: vi cercavo ingenuamente l'amata autrice dei Cazalet, invece ho trovato molto di più.
Ciò potrebbe confermare quanto, a volte, le letture che crediamo così abitudinarie e quasi scontate, su uno stesso autore o tematica, non siano poi così palesemente monotone e in grado di tenerci comodamente seduti in poltrona.
Quello della Howard è un romanzo in cui domina l'introspezione, un susseguirsi di suoni, gesti, ritmi e percezioni, voci, tocchi fuggevoli e sguardi che vagano fra passato e futuro.


Dietro quelle sottilissime tensioni coniugali, descritte impareggiabilmente tra silenziosi compromessi e accettate sofferenze, c'è la figura della donna, moglie od amante che sia; incastonato gioiello nelle dita dell'uomo, sottomessa e relegata nell'apparente formalità di una società maschilista ancora imbevuta di vittorianesimo, dove nulla, persino il suo corpo, le è dovuto.
Gli uomini si accomunano tutti nella loro unidimesionalità, nella ricerca di un piano stabile e sicuro, dove poter uscire e rientrare senza macchiarsi più di tanto. Le donne, invece, sono tratteggiate con tutte le sfumature e le vulnerabilità di cui sono capaci.
È chiaro che questo romanzo non può essere la storia di una coppia, come si vuol far credere, bensì di una donna e della distruzione del suo mondo che comincia già da lontano, nell'impreparazione alla vita causata dagli adulti, di una sequela di inganni dietro l'angolo, alla mancanza di un istruzione migliore, solidarietà e sicurezza verso se stesse, e che culmina col matrimonio, dove a legarsi non sono due esseri ma due ruoli, uniti nella convenzionalità ma estranei fra di loro.
Si può dire che la saga dei Cazalet siano la summa di tutte le tematiche care alla Howard mentre "Il Lungo Sguardo" la loro estensione; corposa, lenta ed intensa, un motivo di purezza incomparabile e significativa.



M.P.



Libro:

"Il Lungo Sguardo", E. J. Howard, La Biblioteca di Repubblica - L'Espresso - Fazi Editore






martedì 24 aprile 2018

Zinaida Serebrjakova, la gioia di vivere l'arte


Nella seconda metà del XIX secolo il grande Impero Russo stava attraversando gli ultimi passi lungo il viale del tramonto: il travaglio dell'era riformistica (voluta da Alessandro II), l'industrializzazione,lafame di terre el'impoverimento dei contadini, generò un continuo fermento rivoluzionario tenuto da artisti ed intellettuali come Lev Tolstoj.
Queste prime "agitazioni" che sarebbero poi culminate con la definitva e irrompente rivoluione d'Ottobre nel 1917, non intaccarono comunque le opere di Zinaida Sebrjakova (1884-1967),tra le prime artiste di gran livello nella Russia di quel periodo.
Con gli occhi di oggi, la sua è un'arte che subito rimane impressa, perilsuo stile vibrante, gioioso,realistico, senza tempo, industruttibile quasi, dove la luce e i corpi diventano messaggi di bellezza e amore.
Zinaida Serebrjakova (nata Lanceray) nacque in una provincia ucraina; figlia d'arte, ebbe un'educazione libera, completa e contrariamente al suo tempo,paritaia al genere maschile.
In vari articoli scritti sul blog, riguardanti artiste,intellettuali o pioniere,ho sempre cercato di sottolineare quanto l'accesso ad un'istruzione  universale e moderna, possa accrescere l'individualità, la realizzazione del proprio essere e della creatività di una donna. E la Serebrjakova fu una donna libera di dedicarsi alla pittura, su commissione o per puro diletto, di formarsi come professionista nelle migliori scuole o viaggiando tra Occidente ed Oriente.
Pur interessata ai vari -ismi artistici che con costanza si susseguivano in Europa, rimase fedele al gruppo dei Mir Iskusstva (1898-1905), un'associazione di artisti e letterati russi cosmopoliti che opponendosi ad ogni accademismo, rinnovarono l'arte aprendosi allo stile francese e delle grandi capitali europee,prendendovi a grandi mani spunti dall'art noueau al simbolismo.
Zinaida Serebrjakova pur aderendovi, si distinse comunque dal gruppo per la predilezione di temi popolari e l'armonia dei colori. La sua pittura monumentale e realista premeva sulla bellezza,la natura,i legami famigliari, con un'attenzione per le donne, i bambini e il lavoro.
Così i suoi quadri si riempivano di colazioni autunnali, immagini di vita rurale russa, il ballo, paesaggi, nature morte, tanti ritratti.
La pittrice non passò indenne alle traversie storiche: nel 1919 il marito morì di tifo, contratto nelle carceri bolsceviche e conseguentemente la sua tenuta fu razziata, durante l'occupazione nazista in Francia dovette rinunciare alla cittadinanza russa prendendo quella francese, oltre ad una lunga separazione da due dei suoi quattro figli, ma artisticamente, nonostante il susseguirsi di correnti più moderne e sperimentali, non abbandonò mai la bellezza e l'umanità che avevano caratterizzato quel periodo antecedente al tramonto degli zar.

"Al Tavolo da Toletta"

"Al Tavolo da Toletta" non è solo il capolavoro di Zinaida Serebrjakova ma anche il dipinto che simboleggia al meglio la sua arte e il modo di farla.
Realizzato nell'inverno del 1909 (fu esposto l'anno seguente alla mostra dei Mir Iskusstva), nella sua tenuta a Neskuchnoye, il quadro non è altro che un autoritratto allo specchio, gioioso, spontaneo, semplice. La pittrice si è rappresentata in uno dei momenti più intimi e riservati di una donna: quello mentre si pettina.
Con indosso una sottoveste bianca, la Serebrjakova con la mano destra tiene ben ferma la folta capigliatura per poi con quella sinistra pettinarne le estremità. I capelli bruni contrastano la bianchezza delle braccia e delle spalle, creando un effetto incredibilmente moderno e dinamico.
Sullo sfondo si notano una parte del letto e vari mobili di arredo ma sono gli oggetti sul tavolo a catturare l'attenzione dello spettatore: candele, profumi, una collana di perle, un cuscino con degli spilli, insomma tutti i vezzosi prodotti del corredo femminile che ogni donna tiene sulla propria toeletta. La donna accenna ad un vago sorriso mentre tutta la scena è pervasa dalla luminosità e dalla leggerezza dei colori che rasserenano e ci inducono ad indugiare ancora sul dipinto, sulla sua bellezza e l'insieme degli oggetti.
Pur essendo una composizione insolita, la Serebrjakova esprime una certa felicità, e soprattutto il talento di raffigurare un piccolo mondo a mo' di opera d'arte.

È domenica mattina nella sua tenuta di Neskuchnoye e l'artista raffigura l'ora della colazione: in "A Colazione" (1914), Zinaida Serebrjakova raffigura i suoi tre figli intenti a consumare il primo pasto della giornata. La tavola è apparecchiata in modo principesco che denota il benessere della famiglia e anche questa volta l'artista si sofferma sul cibo postovi sopra con grande cura.
Il pane rappresentava il prodotto primario della cucina russa; utilizzato per accompagnare le minestre e soprattutto per colazione.

"A Colazione"

In fondo alla tavola sono presenti, in un piattino, le frittelle chiamate syrniki, ripiene di tvorog (formaggio vaccino)¹, mentre le minestre o le zuppe comparivano sovente durante l'arco della giornata. Nel quadro viene enfatizzato il gioco di mani dei vari protagonisti: in quello dei due bambini, l'uno di fronte all'altro, che si servono per bere e per mangiare, in quelle sconosciute che servono la zuppa e nel gesto irriverente della bambina mentre guarda la madre/pittrice.
L'armonia dei colori, la colazione ricca, e gli sguardi dei due bambini apportano un effetto di tenerezza e un tono materno che rendono la Serebrjakova fra le più abili nella ritrattistica famigliare e simile alle atmosfere intime e dolci di Mary Cassatt.

"Sbiancando la Stoffa" è un'opera celebre in cui è riuscita ad unire la pittura monumentale alle tematiche popolari. È un omaggio alla terra, alla Russia, alla vita contadina e in particolare alle donne lavoratrici.
Contro una porzione di cielo velata da nuvole, si vedono quattro giovani donne impegnate nei campi a pulire le loro balle di stoffa. Le linee dei loro corpi sono morbide e toniche mentre l'orizzonte molto basso conferisce alle donne una figura imponente in cui il rito umile e ordinario delle contadine ne recupera un significato epico, avvalorato anche dalla profondità dei rossi, dei verdi e marroni.
Dipinto nel 1917, questo fu l'ultimo lavoro prima degli orrori della rivoluzione russa.

"Sbiancando la Stoffa"

"Castello di Carte"  (1919) è il lavoro più mesto della pittrice russa, la quale rappresenta, attraverso un gioco in cui sono coinvolti i suoi quattro figli, l'anno più orribile della sua vita.
Può un semplice gioco mostrare o simboleggiare un momento di inquieta,  profonda tragicità? Far trapelare una traccia della sofferenza che si sta vivendo?
Nel 1919, in piena rivoluzione, Zinaida Serebrjakova vide la sua amata tenuta di Neskuchnoye saccheggiata e data alle fiamme. Riparò a Kharkov (sempre in Ucraina),ma la famiglia subì mesi e mesi di indigenza economica e penuria di cibo,in uno stato di intensa prostrazione emotiva.

"Castello di Carte"

Così l'artista, su uno sfondo scuro, raffigura i suoi piccoli costruire con pazienza ed attenzione, un castello fatto di carte. È vero che il quadro non ha la stessa piacevolezza, lo stesso evidente benessere rivelato in "At the Breakfast", ma il senso tragico dell'opera, il segno evidente che qualcosa da quel 1914 è cambiato,è nella presenza di quegli oggetti sul tavolo.
Un libro e una bambola abbandonati, una piantina di fiori appassati, simbolo di un passato, di un benessere che non esiste più: i volti dei ragazzi sono presi dall'ansietà e dalla cura di non far crollare il loro fragile castello di carta, che in questo istante è la loro vita.

"Sulla Spiaggia" (1927) è un'altra delle opere di quest'artista che mi ha colpito e rimandato alla memoria, forse solo per la grandezza delle figure, ai personaggi ritratti da Tamara de Lempicka.

"Sulla Spiaggia"

Due figure femminili sono raffigurate,in primissimo piano, prendere il sole sugli scogli,in una bella giornata d'estate. La Serebrjakova ne disegna anche una porzione di mare, le cui onde si infrangono sotto di loro. La prima donna (molto probabilmente la figlia), dorme placidamente: ha una bretella del costume un poco spostata oltre la spalla,immagine più che di sensualità, di spontaneità ed arrendevolezza al piacere del momento. La seconda di spalle sembra guardare la vastità d'acqua davanti a lei.
Il passato, con le sue tragicità appare ormai un ricordo lontano.


"Terrazza a Collioure"

"Terrazza a Collioure" è di qualche anno dopo (1930) e con questo la pittrice ha raffigurato uno dei suoi tanti viaggi in giro per il mondo.
Collioure è un comune francese,il cui panorama fiabesco, si trova incastonato come un gioiello tra i Pirenei Orientali e la splendida baia del Mediterraneo.
Nella prima metà del XX secolo, Collioure fu un importante centro di attività culturali e soprattutto artistiche: qui si insediarono artisti come Matisse, Picasso, Braque, colpiti dalla natura e dalla bellezza del paesaggio circostante.
Zinaida Serebrjakova in questo dipinto ci mostra la casa dove, forse, era andata a soggiornare, mostrandocela da un punto angolato.
Un tavolo con una pianta sopra, una sedia a cui è appena una borsa, una giovane donna intenta in qualche lavoro e questa volta non il mare ma una rigogliosa vegetazione come sfondo, col sole caldo del Mediterraneo che inonda la terrazza di luce e d'estate.


¹ Penso che i prodotti qui raffigurati siano questi. Sono accette nel caso chiarificazioni o smentite.



M.P.



mercoledì 11 aprile 2018

"Easter Parade" di Richard Yates


"Né l'una né l'altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a pensarci si aveva sempre l'impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori."




La lettura di "Easter Parade" è stata la mia rivelazione in questi primi mesi del 2018. Ero uscita col pensiero di comprare un Malamud, poi, combattuta se prendere o meno un suo titolo dal prezzo un po' alto, sono stata consigliata verso Yates da quel talent-scout di libri che è mia sorella, spingendomi a provare questa sorta di "Ragione e Sentimento" dai risvolti però tetri.
E non poteva avere più ragione. È stata una lettura nuova, spiazzante ma che mi ha fatta trovare a mio agio e in affinità con la scrittura al tempo stesso, forse perché  non si può resistere al richiamo del suo stile così moderno e sfrondato.
Della vita di Richard Yates (1926-1992), della sua sfortunata infanzia, della sua vita disordinata tra alcool e irascibilità, della sua aspirazione ad essere uno degli scrittori più letti nella seconda metà del XX secolo, se ne può trovare molto, ma mai quanto nelle sue opere perché Yates si legge nei suoi romanzi.
Eppure questo autore che nella sua fama postuma, verso la fine del Novecento e i primi albori degli anni Duemila, aveva rinnovato l'immaginario letterario americano con un'alternanza straziante di sogni e disillusioni, disfatte avverate prima ancora delle premesse, in una prosa veloce ed asciutta, in vita si era immeritato il titolo di "il più grande scrittore sconosciuto d'America"; criticato e non molto amato se non per "Revolutionary Road" e "Easter Parade", offuscato dall'arrivo di una nuova, fresca ondata di generazione di scrittori.
"Easter Parade" pubblicato nel 1976, quindici anni dopo "Revolutionary Road", fu salutato all'epoca tra i migliori lavori, dove l'autore attraverso una lunga saga famigliare di due sorelle, descriveva la classe media che aveva percorso l'America tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del Novecento.


Le sorelle Sarah ed Emily Grimes di New York, figlie di genitori separati, un correttore di bozze e un'aspirante immobiliarista particolare quanto surreale chiamata da loro solamente col nome di Pookie, vivono l'infanzia tra traslochi, giochi, esperienze.
Sarah è bella, romantica e tradizionalista, mentre Emily riflessiva e indipendente; le due sorelle crescendo, mantengono un legame stretto e solidale e pur di diverse personalità, entrambe anelano all'amore, al successo, ad una vita diversa.
Nel 1941, una sontuosa sfilata pasquale segna inconsapevolmente per le Grimes gli ultimi giorni felici: Sarah sposa un vicino di casa somigliante in modo incredibile all'attore Laurence Oliver, Emily, studiosa, si dà alla carriera giornalistica. Ma il castello di sogni che hanno innalzato negli anni precedenti, si sgretola progressivamente. Sarah votata alla vita domestica, trova solamente violenza ed umiliazione, Emily (il personaggio dove si sposta gran parte del romanzo), dopo aver perso, senza ragione, la verginità, accumula continue relazioni sempre più degradanti.
Anche il loro rapporto si sfalda, determinando per quasi cinquant'anni incomunicabilità, incomprensioni, gelosie reciproche, fino ad arrivare, per ognuna di loro, ad una fatale fine.

Tra i fattori che mi hanno portato in sintonia con il nuovo autore, prima ancora delle vicende e delle tematiche affrontate, è stata innanzitutto la scrittura. Dialoghi secchi, prosa esile, una scorrevolezza il cui termine più appropriato sarebbe "ipnotica": non erano le pagine che velocemente voltavo ma la vita stessa che fuoriusciva dal libro. Essenziale, sincera, libera, forse la più bella in cui mi sono imbattuta dopo Fitzgerald ed Hemingway.
Yates sbatte in faccia al lettore la sua scrittura come il suo romanzo amaro, impietoso, avaro di sentimenti e speranze, biografico, incongruo a quel titolo rimandante ad un momento gioioso (se mai c'è stato) e comunque intangibile.
Da antiamericano Yates disprezzava la tendenza dei suoi connazionali per il lieto fine; nella sua visione l'inseguimento del sogno e della felicità è vano, lontano e indistinguibile e abbandonato quindi alla tragicità.
Sono presenti gli stessi pensieri cari a Fitzgerald, ma mentre quest'ultimo ci rende possibile almeno per un attimo vederlo, quasi sfiorarlo, adattandolo ad un testo poetico, per Richard Yates è solo un miraggio, in uno scritto senza romanticismi benché non priva di allegorie.

R. Yates

Si potrebbe, quindi, pensare ad un destino già prestabilito per le sorelle Grimes, ma per il mio piccolo parere, influisce nelle loro esistenze anche la volontà di ognuna che si spegne subito ad una piccolezza incontrata: come quando Sarah volendo scrivere un libro, lascia il suo intento nel momento in cui si accorge di dover effettuare qualche viaggio a proposito, o Emily che non sfrutta le sue doti per sfondare nel campo giornalistico perché si abbandona più ai sensi.
E in questi casi non c'è niente di meglio da fare che bere un drink, che non è poi tanto lontano da un nuovo guaio.
Così, in questo guazzabuglio di destino e libero arbitrio, lo scrittore americano vi mostra un'altra componente che pesa nei nostri eventi drammatici o meno: l'inspiegabilità della vita.

«Gioia, ne abbiamo parlato e riparlato centinaia di volte. È una di quelle vicende su cui non si potrà mai sapere con certezza la verità. La vita è piena di cose del genere.»

"Easter Parade" non è comunque unicamente un romanzo di fatti privati: velato nel suo interno c'è la storia sociale degli Stati Uniti d'America, lungo gran parte del Novecento, verso quella perdita dell'innocenza, quando il sogno di un posto al solo s'era ormai infranto ed era più difficile abdicare a qui valori di giovinezza, libertà, intraprendenza.
Forse sono troppo a digiuno di Richard Yates per comprendere alcuni meccanismi più profondi, ma questa prima lettura mi ha dato il motivo di continuare ancora.



M.P.




Libro:

"Easter Parade", R. Yates, Minimun Fax


mercoledì 28 marzo 2018

"La Morte di Ivan Il'ič" di Lev Tolstoj


"In loro vedeva se stesso, tutto quello di cui aveva vissuto, e vedeva chiaramente che era tutto sbagliato, era un orribile enorme inganno che nascondeva la vita e la morte."

Lev Tolstoj

La morte ha avuto, nell'esistenza umana, sempre un aspetto estremamente importante nella sua forma lontana nell'immaginario. Sono stati scritti libri su di lei (in alcuni è anche protagonista), saggi filosofici, medico-fisiologici, scientifici, più o meno religiosi, quantità di frasi, battute ironiche di questo scrittore o quell'attore, volte ad esorcizzarla ma, beffardamente, tanto più avviciniamo la morte alla nostra realtà quotidiana, tanto più cerchiamo disperatamente di relegarla nelle cose da censurare, in quelle che non si possono nominare perché non sta bene, o portano sfortuna o ancora riescono a creare momenti di imbarazzo totale.
È difficile, per noi, guardare alla morte senza paure, sapere che di noi, prima o poi, non ci sarà più nulla, dare un  possibile senso ad essa.
Tolstoj, invece, con "La Morte di Ivan Il'ič" epura la morte da ogni finzione, allontanandola dal perbenismo borghese e restituendole la sua dimensione semplice, naturale nel processo evolutivo e ancor di più, eguagliarla simbolicamente ad una rinascita.
Il motivo di questa lettura  mi è stato dato dopo aver letto l'ultimo saggio letterario di Paolo Di Paolo "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie", dove mi aveva colpito la vicenda di questo protagonista che nell'incipit già si trova morto e poi, con un gioco dell'autore, andare a ritroso, narrando ciò che era stato in vita.
"La Morte di Ivan Il'ič" fu pubblicato nel 1886, otto anni dopo "Anna Karenina" ed è l'opera che coincide perfettamente con il suo periodo di conversione alla fede cattolica (fine anni '70, inizio '80).
Lev Tolstoj (1828-1910) fu un uomo che più che stare al passo con i tempi, li precorreva: non era il classico scrittore "da scrivania" (come mi ha raccontato una persona appassionata dell'autore in uno scambio di battute), Tolstoj era attivo in molte questioni sociali che affioravano nella Russia retrograda di quel tempo (pena di morte, persecuzioni religiose, l'arretratezza culturale) che divenivano vere e proprie lotte che certo dovevano costargli non poche critiche. Ma anche sul piano personale Tolstoj era attanagliato da travagli interiori; da proprietario terriero amava la terra e gli animali, tale da divenire con gli anni vegetariano, in un mondo che ancora non conosceva il significato di questa parola.
"La Morte di Ivan Il'ič" rientra pienamente in questa sua personalità stravagante e pioniera; fra le sue opere più sentite, dove poteva infondere il suo insegnamento.


La vicenda ambientata nell'impero russo, nella seconda metà del XIX secolo, si apre con la messa funebre del trapassato Ivan Il'ič Golovin, alto giudice della Corte d'Appello, a cui presenziano la famiglia e gli amici, imbarazzati per un sentimento di completa indifferenza che non riescono a dissimulare e presi da un formale contegno dovuto solo alla rispettabilità della propria posizione borghese e non per compassione del defunto.
Ivan Il'ič è un uomo che ha vissuto una esistenza nel modo "più semplice e comune" possibile.
Proveniente da una famiglia relativamente abbiente, intelligente ed allegro, Ivan Il'ič fa la sua scalata sociale, tassello dopo tassello, arrivando ad un invidiabile status ma sempre conducendo una vita di rettitudine, onestà che lo rendono stimato e rispettato anche dai ceti più alti. Si sposa per consolidare la sua ascesa con una ragazza di buona famiglia che gli dà due figli. Il matrimonio, inizialmente felice ed unito, si rivela con gli anni complicato e segnato da continui litigi e dissapori ma Ivan Il'ič si rifugia ancor di più nella carriera e all'inseguimento continuo di nuovi progetti ed idee.
Finché un giorno, per un banale incidente domestico, Ivan Il'ič  si ammala gravemente: nessun riposo, nessuna cura possono salvarlo da una morte ormai imminente.
Ribellandosi ad una fine per lui ingiusta dopo una vita passata nel lavoro, Ivan Il'ič , in seguito, comincia a capire e a ridimensionare la scala dei suoi valori.


Con un colpo geniale da gran narratore, Tolstoj descrive la vita del suo personaggio piuttosto banalmente, in modo ordinario, non molto entusiasmante: una vita che fila via retta, senza picchi di tragicità né di euforia, perché è nell'ultima parte, nel finale, che l'autore opera al dramma.
La morte è un processo lungo per Ivan Il'ič , contraddistinto da malesseri, dolori fisici che si fondono a quelli morali e nella riflessione della propria condotta e di quella degli altri.
Per quelli che rimangono, la malattia e la morte di Ivan Il'ič viene seguita con indifferenza e anzi, proprio come ostacolo al proseguo della normale quotidianità. Solo a Ivan Il'ič è dato sapere il significato della morte, dell'accettazione di questa, per poi sorprendersi in una epifania che gli rivela tutto l'egoismo per cui ha vissuto: si spoglia in un attimo dei valori borghesi, il lavoro, il denaro, l'importanza sociale, le formalità e abbracciando la morte, tutte questi bei orpelli si dissolvono per lasciar spazio alla luce e ad una rinascita a cui l'autore crede con fede.
Si potrebbe pensare che questo libro parli unicamente di morte, ma non è così. Tolstoj ci sta sottilmente indicando, in un monito, come una vita, la vera vita, debba essere vissuta pienamente: risaltando le cose che veramente contano in essa, l'amore e l'energia spesa a favore del prossimo.



M.P.





Libro:

"La Morte di Ivan Il'ič", L. Tolstoj, Feltrinelli

lunedì 19 marzo 2018

"Prima della Quiete" di Elena Gianini Belotti


"Guardati bene, aggiunse, da non fare ciò che ho detto e pensa che muoio per questo motivo. Sia la mia morte un esempio alle mie nipoti e ricorda loro, quando conosceranno il mondo, l'infelicissima Italia che muore per l'onore". [...] L'ultimo sussulto di rabbia prima della quiete.



Il venticinque giugno del 1886 Matilde Serao scrisse per il Corriere della Sera se non il suo intervento più conosciuto, quello più disperato ed accorato, "Come Muoiono le Maestre".
Rifacendosi alla recente, triste storia ed indegna fine di Italia Donati, maestra del comune di Porciano presso Pistoia, la Serao denunciava lo stato di profonda indigenza che durante il Regno d'Italia, le insegnanti erano costrette a subire: contributi pecuniari inferiori rispetto ai colleghi uomini, aule come porcili con precarie condizioni igieniche, scarso materiale didattico, soprusi da parte di sindaci, astio da parte dei contadini che vedevano perdere i figli come forza lavoro; le mastre morivano per l'eccessiva fatica, di fame, patendo il freddo o le malattie.
La Legge Coppino del 1877 promulgata sotto il governo Depretis, voleva diminuire l'analfabetismo nel nuovo ordine italiano crescendo cittadini utili al bisogno nazionale, portò quindi le cinque classi elementari gratuite con obbligo di frequenza per le prime tre; in ogni pur piccola frazione doveva essere presente una scuola. Ma di fatto l'istruzione rimaneva affare dei comuni¹, con tutte le problematiche connesse che la stessa Serao aveva smascherato nell'articolo citato.
L'insegnamento da parte di giovani donne rappresentava, dopo il 1861, un tiepido passo verso il riconoscimento dell'indipendenza femminile, ma dalla grammatica alla pratica ci si scontrava con incresciose situazioni, come quella accaduta all'infelice Italia Donati, uno dei primi fatti di cronaca che sconvolsero l'opinione pubblica di gente comune, intellettuali e giornalisti.
Il caso dell'infelice maestra della provincia di Pistoia, suicidatasi per rivendicare la propria innocenza a causa di calunnie e maldicenze gravissime, fu ripreso centodiciassette anni dopo dalla scrittrice e pedagogista montessoriana Elena Gianini Belotti, già autrice del libro cult degli anni Settanta "Dalla Parte delle Bambine" (1973).
Da sempre impegnata per la parità di genere e per un'esistenza femminile vissuta nella sua completa dignità e valore, l'autrice attraverso questo spunto narra una storia di sessismo, ignoranza e miseria morale.
Pubblicato nel 2003 sotto il titolo di "Prima della Quiete" (l'anno dopo ricevette il Premio Grinzane Cavour), il romanzo della Belotti si apre come una ricostruzione-indagine sul dramma accaduto a venticinque anni dall'unificazione italiana, supportandolo da uno stile delicato e penetrante, cercando di avvicinarsi alle emozioni, sentimenti, alle voci del tempo che fu.


Alla fine del XIX secolo il Cintolese, piccola e oscura frazione del comune di Munsummano Terme, era poco più di una palude dove la gente del luogo, per lo più uomini e donne dalle condizioni economiche più miserevoli, sopravviveva alla povertà pescando, raccogliendo erbe palustri da usare come foraggio o per creare spazzole, scope o coperture per materassi.
In questa comunità umile e incolta era nata nel 1863 Italia Donati.
Figlia di un granataio (fabbricante di scope), cresciuta in una famiglia troppo numerosa per soddisfare la fame di ognuno, Italia Donati si era elevata, intelligente e curiosa, dalla massa gretta, conseguendo con duri sforzi la licenza di maestra comunale.
Nel 1883 era stata assunta dal comune di Porciano, a dieci chilometri dal Cintolese, dove come dipendente, era stata costretta a subire gli approcci molesti da parte del sindaco Raffaello Torrigiani, grande proprietario terriero dalla condotta amorale, forzata inoltre a porre il suo domicilio, pena il licenziamento, proprio nella villa del Torrigiani, sola e lontana dai suoi parenti.
In realtà Italia non fu presa a benvolere nemmeno dal paese che la disprezzava per la sua bellezza, l'intelligenza, l'emancipazione, per i suoi metodi di insegnamento così moderni e liberi che privavano, con disappunto dei genitori, i bambini alle giornate da lavorare ai campi.
Nel 1884 un anonimo la denunciò per aborto illegale sotto la complicità del sindaco. Quest'ultimo si dimise ma per Italia iniziò un linciaggio verbale costituito da insulti e calunnie corali che si espanse presto in tutta la zona, così grave da portarla in un gorgo di paura ed emarginazione di cui non riuscì più a risollevarsi.
A nulla valsero le sue proteste d'innocenza, il disperato, ultimo tentativo di sottoporsi, lei timida e riservata, con coraggio ad una visita ginecologica che dimostrasse la sua illibatezza. Neanche questo venne accolto.
Italia era stata educata nel valore dell'onore, della reputazione e sapeva come questa rappresentasse per una donna povera l'unica ricchezza. Sempre più sola e rifiutata, la notte tra il trenta maggio e il primo giugno del 1886, fermate le sottane con due spille da balia, "le riusciva intollerabile immaginare che l'acqua le sollevasse le gonne e quelli che l'avrebbero trovata con le gambe scoperte [...] avessero motivo di ridere di lei", si lasciò affogare presso il fiume Rimaggio.

"Il prezzo dell'onore è la morte e solo a quel prezzo viene restituito".

La visita medica eseguita sul suo corpo ne confermerà la verginità.

Quel che è riuscita a creare la Belotti è un testo di una profondità disarmante che meriterebbe l'onore di essere letto nei gruppi di lettura, nelle scuole, nei circoli letterari, al Parlamento, ovunque ci sia un raduno di uomini e donne; per il suo messaggio universale.
La sua penna sensibile ed attenta ha rievocato con maestria l'accaduto, come quell'Italia così lontana dalla sua proclamata unificazione, affossata dal pregiudizio, dal servilismo, dagli usi e costumi di un popolo ignorante e illimitato.
Proprio per questo l'autrice pone tanta attenzione sul potere dell'istruzione, di una educazione che eleva dalle masse, che si scontra con forza netta contro ogni pensiero chiuso o mollo.
È un libro che omaggia la cultura, l'insegnamento e il loro ampio respiro.

E. G. Belotti

Mi sono commossa nella lettura di alcune pagine, come nella scena in cui Italia prova a nascondere le sue belle curve con delle fasce dagli sguardi furtivi, annientando in questo modo la sua femminilità, e ho provato rabbia quando al consiglio comunale (dove si doveva decidere la sentenza di assoluzione o meno della maestra), la seduta risulta solo una messinscena per mettere in atto vendette, rispolverare rancori passati e rimarcare l'appartenenza ad una società patriarcale.
Ma la vicenda di Italia Donati non è da considerarsi un episodio lontano dal nostro vivere quotidiano; purtroppo è una storia ancora senza fine. Questa ci rammenta quanto le donne siano oggi costrette a subire soprusi, molestie, maldicenze e atti anche peggiori, quanto queste debbano nella loro vita giustificarsi, perdonare, lottare per conquistare, conquistarsi un'identità e la libertà del proprio corpo e della propria mente e quanto nessuna società esistente sia pronta a discolpare gli inciampi di una donna.
Da qui parte la denuncia della Belotti nelle ultime righe del romanzo: laddove è vero e sacrosanto richiamare alla memoria tutte le vittime di fascismi o razzismi, è altrettanto giusto che lo stesso onore debba essere riconosciuto alle "martiri del sessismo" e il loro diritto di essere ricordate per le future generazioni di uomini e donne, affinché tutto questo non accada più.

Ultimamente va molto di moda scrivere belle biografie sui personaggi femminili che sono riusciti a rendere le loro esistenze speciali e affascinanti, ma questo non sarebbe avvenuto, mai, se non ci fossero state così tante giovani donne a cadere sul campo dell'emancipazione.

Ho in mente l'unico ritratto di Italia, che emana gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza. Indossa una camicetta ornata di un volant, al collo un cammeo appeso a una catenina, i folti capelli acconciati alla moda del tempo. La sua era una famiglia contadina analfabeta - solo il fratello sapeva leggere e scrivere - ma lei era riuscita a trasmigrare alla sia pur modesta condizione di insegnante. E benché l'attaccamento alle sue radici e ai suoi affetti fosse rimasto inalterato, altri orizzonti s'erano spalancati ai suoi occhi, altre curiosità, altri desideri avevano acceso la sua mente e infiammato i suoi pensieri. Così la vedo rizzarsi accanto a me e contemplare estatica il sole che affonda dietro i monti pisani e l'acqua degli stagni che si tinge di lilla e di viola.


M.P.



¹ Solamente nel 1911 con la Legge Daneo-Credaro (sotto il governo Giolitti) la scuola italiana passava come servizio statale.





Libro:

"Prima della Quiete", E. G. Belotti, Bur Rizzoli


venerdì 2 marzo 2018

"Il Mandarino Meraviglioso" di Asli Erdoğan


Mezzanotte, città vecchia di Ginevra: vie lastricate, statue, fontane, luci di lampioni dal vetro giallo bianco, negozi dalle vetrine illuminate, gallerie... Vecchie cartine, francobolli, libri stampati nell'ultimo secolo, candelabri, lampadari, pianoforti, macchine da scrivere, grammofoni, soprammobili, scatole cinesi, statuette africane, maschere veneziane, Madre Maria e suo figlio in croce, lampade giapponesi, scrittoi, servizi da tè in porcellana, posaceneri d'argento, Buddha obesi, elefanti di cristallo, stoffe indiane...
Fra mille e un genere di oggetti capaci di accarezzare la forza dell'immaginazione, neanche uno solo mi ricorda Istanbul, la mia infanzia e la mia indubbiamente triste, sterile e sprecata gioventù. La sola e unica cosa che ritrovo qui, sui marciapiedi, sono gli ippocastani...




La presenza di Asli Erdoğan a Roma nella passata edizione di Più Libri Più Liberi, ha scoperchiato ulteriormente il vaso di Pandora sul dramma che tanti giornalisti, scrittori, attivisti, dissidenti vivono tutt'oggi: sparizioni, torture, processi, a volte omicidi, verità storiche negate e pressioni sulla libertà di stampa o pensiero. Tragiche realtà impossibili da concepire nel nostro tempo e in nazioni che godono di scambi commerciali e diplomatici, come l'Egitto (per quanto ancora dovremmo aspettare finché sia fatta verità e giustizia per Giulio Regeni?) o beneficiano nel sentirsi europee, come la Turchia.
Non conosco la Turchia, non ci sono mai stata, ma per sentito dire, so di quei bellissimi tramonti che appaiono nel crepuscolo sul Bosforo; gli stessi malinconici e perduti tramonti di cui parla la scrittrice.
Asli Erdoğan ha un curriculum da poter far invidia a qualunque scrittore odierno: nata ad Istanbul nel 1967, ha lasciato la fisica (è stata fra le prime cittadine turche a lavorare al CERN di Ginevra), per approdare in quella lotta e passione che è la scrittura.
Inserita nella classifica dei cinquanta "autori del futuro" da una rivista francese, ha ricevuto riconoscimenti e i suoi libri sono tradotti in varie lingue; è stata attivista per i diritti umani e quest'anno ha vinto il Premio Simone de Beauvoir (per i diritti sulla libertà delle donne).
Un'affermazione nel campo letterario graduale e meritata ma resa dolorosa ed inumana dalla lunga prigionia avvenuta nel 2016, dopo il finto golpe in Turchia, con la formale accusa di terrorismo; effettivamente per protesta al regime assoluto di Erdoğan.
Questa scrittrice è diventata così, un po' la portavoce di quel gruppo di esuli a cui non è stata spezzata ancora la voce; visionari folli assetati di libertà e cultura.
"Il Mandarino Meraviglioso" pubblicato nel 1996, è il primo scritto della Erdoğan che la pose subito all'attenzione del panorama letterario turco. Dopo aver fatto fortuna in Europa, è arrivato in Italia nel 2014 presso l'editore Keller; oggi è certamente il suo testo più celebre e rappresentativo.
"Il Mandarino Meraviglioso" è una novella notturna, e come tale può essere solo poetica, immaginifica, frammentata in piccoli testi, dialoghi, pensieri e racconto.
Della protagonista, la voce narrante, si estende principalmente una storia di solitudine, senso di perdita e spaesamento in una Ginevra oscura e fuorviante.
Il titolo prende il nome da un balletto dell'ungherese Béla Bartók (1881-1945), ispirata ad una antica leggenda cinese.


Una giovane donna turca, immigrata, bionda, vaga per le strade meno usuali della capitale svizzera. Ha un occhio bendato, perso per un motivo mai precisato come non è menzionato nemmeno il perché del suo esilio. Ci accompagna nel suo mondo esclusivamente notturno, dove solo nelle strade poco illuminate e ambigue, nei lungofiume, nelle bettole e nelle vie dove si mescolano comunità multietniche, trova un poco di conforto nel nascondersi dalla conformità di una città che sente minacciosamente straniera.
Nel suo peregrinare fisico e mentale ci appaiono fosche immagini dal suo passato, della sua infanzia e gioventù repressa, la negazione della femminilità e del desiderio sessuale in una Istanbul prima odiata e infine vagheggiata:

Il proprio Paese, una volta intollerabile, si è trasformato adesso in un paradiso dei sogni perduto, ma ormai, ai sogni non crede più.

Lo stesso occhio perduto diventa il centro di infinite diramazioni metaforiche: della malattia e del dolore fisico, di una visione più lungimirante e sensibile rispetto al mondo circostante (non per questo si farà chiamare la Cassandra da un occhio solo), di un vuoto interiore e il simbolo feroce dell'esilio eterno. Accanto a ciò, la donna ci parla di Michelle, un personaggio da lei inventato e reputato il suo opposto binario, di cui non è mai riuscita a scrivere una storia e della sua relazione con Sergio, l'uomo amato e anch'esso perduto, che prende la parte principale del libro.
Conosciuto prima di perdere l'occhio, quest'amore viene vissuto nell'insensibilità di lui e nella durezza di lei. Proprio quando la donna comincia a vivere il periodo più rigoglioso della sua vita, Sergio scompare per sempre.
Fra i passaggi più belli c'è quello in cui la giovane turca, dopo aver passato la notte con Sergio, la mattina dopo racconta all'amato la storia di un vecchio e brutto mandarino che innamorato di una bellissima prostituta, riesce a passare la notte con lei. La bella è complice di una banda di ladri che intrufolatisi nella stanza, tentano di uccidere il mandarino; ogni colpo di spada o coltello non riesce a provocare nemmeno una piccola ferita sul suo corpo. A questo punto i ladri fuggono e la bella prostituta colpita dalla forza miracolosa del mandarino, si innamora perdutamente. Ma ogni tocco, pur carezzevole di lei, provoca delle ferite che si aprono sul corpo del vecchio, tanto che questo ne muore dissanguato.

"Starry Night" (1922-24), Edvard Munch

Devo scrivere, ad onor del vero, che nell'opera edita dalla Keller sono presenti in aggiunta un altro racconto ambientato ad Istanbul e una manciata di liberi pensieri distaccati dalla novella principale ma dal motivo conduttore armonico ad essa.
Ho preferito recensire unicamente la prima, per la singolarità e il suo profondo contenuto (anche se non ho capito il motivo per cui l'editore abbia posto la dicitura "romanzo" sulla copertina)
Fatta questa dovuta premessa, "Il Mandarino Meraviglioso" è un testo difficile ed enigmatico.
Ho faticato nello scontrarmi con tanta durezza e fatalità che traspaiono nell'animo della giovane protagonista e penso che un lettore giovane ne riscontrerebbe anche di più.
Perché questa forte malinconia intrisa in ogni concetto, può essere posseduta solamente da chi "ha vissuto" uno strappo, una lacerazione interiore che diventa fisica, quindi visibile. Ma non è detto che questa visibilità sia capita ed accettata dagli altri.
L'autrice non ci dice di che cosa si tratti o come curarla e nemmeno la beffarda ironia dell'ultima riga del racconto riesce a sdrammatizzare questo dolore.
Possiamo intuirlo nel notturno girovagare della giovane donna e intravederlo negli sguardi sfuggenti delle persone incontrate e nelle relazioni instaurate.
Il ricordo della patria comporta questo duplice sentimento di astio e ribellione, rimembranza e ricerca che si fanno ancora più grandi nella condizione di essere donna, immigrata, di chi non può ritornare nel passato e neppure andare avanti nel futuro.
La lettura del "Mandarino Meraviglioso" mi ha riportato allo stile, alla poesia e ai processi mentali delle "Notti Bianche" di Dostoevskij; una composizione intensa e amara, dalla parte degli esuli e di chi prova il coraggio di non conformarsi alla società dei nostri tempi.

L'esilio è la severa punizione della fuga, una volta abbandonato il passato non si può più tornagli incontro.


M.P.




Libro

"Il Mandarino Meraviglioso", A. Erdoğan, Keller




mercoledì 21 febbraio 2018

Luci e nuove visioni dal Nord


Intorno alla prima metà del XIX secolo la Danimarca affrontava un progressivo cambiamento sociale e soprattutto industriale che avrebbe in seguito gettato le basi verso l'adeguamento al più vicino modernismo europeo. In particolare, l'importante vita culturale che la società cercava di stimolare, era tutta concentrata nella capitale, Copenaghen. E a Copenaghen la Royal Danish of Fine Arts, la più antica istituzione artistica, divenne il pilastro per la formazione di nuovi pittori ed artisti, accompagnandoli nella promulgazione del proprio storicismo e neoclassicismo.
La famiglia divenne il centro basilare di questo mondo e i pittori si specializzarono in queste rappresentazioni intime e chiuse.
Eppure già alla seconda metà del secolo il più stretto, tradizionale realismo non era più in grado di esprimere le nuove e più intuitive idee che percorrevano l'Occidente in quell'epoca. Ci fu una frattura da cui scaturì tutto quel patrimonio di espressioni artistiche, estetiche, modi di vivere che fecero della penisola Scandinava un marchio di creatività e nuove visioni fino ai nostri giorni.


Vilhelm Hammershøi (1864-1916), forse il più grande dei maestri danesi, visse in questa fase di grandi cambiamenti. Figlio di un mercante, Hammershøi si può definire il capostipite dell'arte degli interni in Danimarca, il poeta del silenzio, delle donne ritratte di spalle, del minimalismo e della luce fredda. Studiò alla Royal Danish of Fine Arts ma di fatto ruppe ogni rapporto con l'Accademia.
La sua pittura pur celebrando artisti del nome di Rembrandt o Vermeer, apporta una complessità psicologica moderna, una vaga percezione di malinconia o di un dramma intimo accaduto o che sta per accadere. Le poche rappresentazioni di figure umane (tutte viste da lontano) e i pochi dettagli delle stanze riprodotte, fungono da interazione con l'ambiente e da esplorazione dei fenomeni di luce.
"Interior in Strandgade, sunlight on the Floor" (1901) risulta fra i quadri maggiormente citati della sua intera produzione.
In una camera pulita ma disadorna e spoglia, dalle pareti bianche, vi presenzia una grande finestra centrale con tende tirate ai lati, illuminata dalla luce del sole, la quale si riflette sul pavimento. A destra una porta sinistramente chiusa mentre nell'angolo opposto compare una donna seduta con un lungo abito nero, di spalle, che china la testa su un'attività sconosciuta che a noi non è dato sapere.
Il dipinto pur nella sua essenzialità provoca nello spettatore un momento di tensione e mistero; il cromatismo è ridotto al minimo, la luce è soffusa ma fredda e insieme alla porta chiusa e all'occupazione ignota della donna, non traspare nessuna manifestazione di sollievo; è come se il dramma non fosse fisico o pratico ma all'interno della camera e quindi nell'intimo della protagonista.

"Interior in Strandgade, sunlight on the Floor" (1901)



Pur non godendo della stessa fama di Hammershøi, Carl Vilhelm Holsøe (1863-1916) divenne comunque molto popolare nella Danimarca industrializzata di fine Ottocento; non possedeva certo la sua tecnica, le doti espressive ma si fece comunque largo grazie all'armonia e alle atmosfere da lui create nei suoi dipinti.
Figlio di artisti, Holsøe studiò anche lui alla Royal Danish Academy of Fine Arts debuttando nel 1886. Nella sua vita ebbe molti riconoscimenti, premi, per i suoi paesaggi, nature morte e maggiormente per le scene d'interni molto realistiche, legate alla vita quotidiana dove soprattutto comparivano delicate figure femminili.

"Aspettando dalla Finestra"

"Aspettando dalla Finestra"emerge fra i dipinti più piacevoli dell'artista, dove una giovane donna dignitosamente seduta in ambiente intimo e raccolto, è apparentemente in attesa di qualcuno o qualcosa, alla finestra. La composizione è riccamente dettagliata, quasi ad esaltare gli oggetti stessi, il mobilio in mogano, le bianche tende che finiscono di adagiarsi sul pavimento paiono quasi soffici al tatto, e la veste della giovane rifinita su ogni punto. Dalla finestra filtra la luce del giorno, il cui riflesso e insieme i colori tenui creano un momento in cui non è tanto la trepidazione della fanciulla ad affascinarci quanto la bellezza di tutti quei valori rappresentati.
Holsøe riprese molte delle tematiche di Hammershøi, ma i suoi quadri hanno un clima sereno e disteso: la luce calda, e un cromatismo vivace offre allo spettatore un conforto più intenso di quello del maestro danese.





Skagen era un piccolo, importante villaggio di pescatori situato nella parte più settentrionale dello Jutland dove, secondo il mito, si svolsero le drammatiche vicende del principe Amleth.
Alla fine del XIX secolo invece, vi mossero i primi passi quelli che in seguito si chiamarono i pittori di Skagen, un gruppo chiuso di artisti uomini e donne affiatati tra loro, che esplorando i movimenti pittorici europei, portarono nell'età d'oro della pittura danese, elementi derivanti dall'Impressionismo e dalla scuola realistica di Barbizon. Il gruppo disegnando en plein air, si staccò dalla città, dall'industrializzazione che stava cambiando l'assetto sociale ed architettonico della Danimarca e abbracciarono un maggior rapporto con la natura, la vita umile, campestre o marina e in particolare cogliendo le sfumature di colore e le variazioni della luce.
Anna Archer, nata Brøndum (1859-1935) fu per così dire la figlia di Skagen, essendo l'unica nativa del luogo. Figlia di un locandiere, espresse il suo talento pittorico già dall'infanzia. Debuttò nel 1880 unendosi ai pittori di Skagen non potendo entrare all'Accademia poiché questa rifiutava le donne. Forse la più promettente del gruppo, incentrò la sua pittura di genere nelle scene d'interni, la vita quotidiana con soggetti di donne e bambini in una atmosfera intima, invadendo di luce le sue realizzazioni. Dopo il matrimonio col pittore Michael Archer, continuò a dipingere.
"Sunlight in the Blu Room" (1891) è il quadro più caratteristico e talentuoso, dove l'armonia dei colori e la brillantezza della luce la rendono un capolavoro ancora poco noto.
Influenzata da Vermeer, la Archer rende ancora più esclusiva e dettagliata la propria rappresentazione.

"Sunlight in the Blu Room" (1891)

Concentra il suo lavoro su una parte di una stanza dove le sfumature di blu dominano la scena nei cuscini delle sedie, nei muri e nel grembiule della bambina (la figlia Helga) intenta nell'uncinetto dà le spalle allo spettatore. Una luminosa luce estiva fluisce dalle finestre riproducendo sul muro l'ombra delle piante e dorando i capelli della piccola: tutto è conformato ad un'atmosfera di serena tranquillità e vita quotidiana, eppure non è Helga il vero soggetto del quadro, tanto che sembra confondersi in esso, risaltando invece la giocosa vivacità dei colori blu e giallo e della luce che si ripetono all'unisono della camera.




Nel numeroso gruppo di Skagen figurava, un po' distaccata, il personaggio di Marie Krøyer (1867-1940) nata Triepke; una donna molto bella, di grande talento, la cui vita contrassegnata da passioni e travagli quasi da eroina romantica, poteva diventare un buon soggetto per un film, e così in effetti è stato fatto.
Figlia della classe media, Marie, proprio come la Archer, non potendo iscriversi all'Accademia, risparmiava i soldi per prendere lezioni private di pittura ma diversamente dalla Archer, aveva poca fiducia in se stessa, non considerava abbastanza la sua "predisposizione" al livello di altri colleghi e del marito il pittore Peder Severin Krøyer (1851-1909). La Krøyer viveva il ruolo di moglie e madre con più contrasti e tensioni intime rispetto ad altre artiste e dall'epoca del matrimonio di lei abbiamo ben poco. Per questo durante tutta la sua esistenza le furono riconosciute unicamente la bellezza e la capacità con cui realizzava arredi di mobilio; solamente alla morte della figlia, molti dei suoi lavori furono acquistati dal Museo Skagen che cercò di dare fama a quella che avrebbe potuto essere tra i maggiori talenti di Skagen. Oggi Marie Krøyer è divenuta un simbolo per tutte le donne danesi verso una riconoscenza di uguali diritti, di educazione e formazione, paritaria agli uomini.

"Interno con Donna che Cuce"

Nel quadro "Interno con Donna che Cuce" la Krøyer propone un motivo simile al capolavoro della Archer, ai suoi antipodi; questa volta con un personaggio femminile più grande, in un ambiente più ricco di oggetti e consono alla donna.
I colori sono delicati ma la pennellata è più veloce, c'è molta sperimentazione, una ricerca stilistica differente in confronto ad Anna Archer: tutto è meno dettagliato e le forme meno vivide.
La luce filtra dalla finestra con meno intensità fermandosi appena sul tavolo, sulla veste e sulla sedia in primo piano, ma non perde brillantezza e naturalità.





M.P.

mercoledì 7 febbraio 2018

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" di Paolo Di Paolo


A volte, da un romanzo, riporti anche solo una frase. Un'intuizione. Una cosa che ignoravi.
A volte, anche solo una visione o un gesto.
Altre volte, una storia che assomiglia alla tua.



Purtroppo conoscevo Paolo Di Paolo solo di notorietà. E dire che ha sempre orbitato in zone di Roma che frequento spesso. Ho mancato a molti dei suoi appuntamenti, anche limitrofi, solo per avere questo tremendo difetto di diffidenza nei confronti di scrittori viventi.
Paolo Di Paolo è un fiorente scrittore romano scoperto e sostenuto da Dacia Mariani e con la collaborazione di autori di importante calibro si è affermato nel panorama letterario; Nel 2013 è stato tra i finalisti del Premio Strega.
L'ultimo libro "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" pubblicato sul finire del 2016 e presentato alla manifestazione letteraria di Più Libri Più Liberi, è un'antologia di ventisette romanzi (più tanti altri brevemente citati) recensiti quasi seguendo l'uso abituale di un romanzo, un lungo racconto.
Per caso mi sono trovata davanti questo suo libro, passato fra altre mani e altri occhi e mi ha catturato, in questa fortuita circostanza, l'idea di tale libro-contenitore di romanzi, storie, selezionate non per l'altezza della loro fama o del riscontro favorevole su generazioni di lettori, ma per "affezione" dello scrittore-lettore.
Perché non è detto che libri di riconosciuta autorevolezza rientrino obbligatoriamente in quelli che più sentiamo nostri, che più ci hanno trascinato sentimentalmente.
In questo esperimento lo scrittore (ri)diventa lettore, ripassa la sua vita nella sua vita letteraria, dedicando per ogni opera un proprio passo, un concetto, una visuale somigliante o no alla sua.
Dedicato ad una signora realmente esistita che ha iniziato l'autore verso l'amore per i libri (come potremo scordare chi per primo ci ha portato per mano in questa avventura?) e dedicato nel particolare ai lettori forti, a chi perpetua con invariabile costanza, in ogni ritaglio di spazio la lettura (ma non è detto che anche altri non potrebbero approcciarsi), il saggio si inoltra nelle tante sfaccettature della letteratura che diventano le altrettante dell'uomo: se nella lettura è vero che si ricerca una certa evasione da tutto ciò che ci circonda, è ancor più vero che in essa noi (ri)troviamo una realtà più vicina alla nostra, che è stata, che poteva essere, perché arricchendoci delle storie, dei personaggi che si incontrano, si riflettono in noi le nostre stesse aspirazioni, sogni e delusioni o ciò che non abbiamo mai provato.
Chi non vorrebbe qualche volta "cancellare il lunedì" e poter allungare ancora di qualche ora le giornate spensierate proprio come Tom Sawer? Chi è riuscito a passare indenne l'adolescenza senza troppi turbamenti o ribellioni che torturavano invece l'animo di Holden Caulfield?
Probabilmente c'è stato nel passato un ragazzo che si è ritrovato nascosto nella sua cameretta a leggere i più che intimi monologhi di Portnoy, arrossendo ogniqualvolta gli venisse rivolta una domanda inquisitoria...
L'opera di Di Paolo è un caleidoscopio di sentimenti, situazioni, riflessioni letterarie che sarebbe troppo noioso e lungo descriverle tutte, quindi mi limiterò a scrivere solo alcune che mi hanno colpito.


Come Frédéric Moreau de "L'Educazione Sentimentale" di Flaubert ( da me apprezzato maggiormente della "Bovary"), giovane ardimentoso e di grande prospettive, vede sfumare l'occasione a cui ha sempre ambito perché in quell'attimo si ritrova distratto dal pensiero dell'amata.  Ma d'altronde una questione privata può avere la meglio su qualsiasi cosa succeda nel mondo; ogni orrore, guerra, viene dimenticata  quando in quel momento c'è qualcosa che ci strugge di più, come lo sa bene il partigiano Milton di Fenoglio. O Papà Goriot (di Balzac) che privandosi di qualunque cosa per amore delle figlie, muore infine solo e abbandonato da esse. Come muore lo stesso Padre di Cormac McCarthy nel romanzo "La Strada" preservando la vita al Figlio.
E anche se la morte alla fine dovesse arrivare inaspettatamente, noi riusciremo a capire per cosa siamo nati come Ivan Il'ic e che si dovrebbe vivere per amore e solidarietà verso il prossimo come dice Camus ne "La Peste".

Devo dire che non mi sono ritrovata in tutti i ragionamenti dell'autore sui ventisette romanzi scelti, ma la lettura è un affare anche soggettivo. Ho apprezzato invece l'umiltà di Paolo di Paolo nel porsi questa volta non nelle vesti a lui solite, bensì nel lettore. Si fa un gran parlare, oggi, di scrittori che ammettono di aver letto pochi libri nella loro esistenza, il che non è condannabile certamente, eppure ho rintracciato in questo caso la perfetta riprova della tesi di Eco sull'immortalità del lettore, che per un breve istante anche quest'ultimo e lo scrittore possono equipararsi, perché ciò che l'uomo per millenni ha sempre raccontato nella sua storia è prima di tutto la vita, vivere.
È vero che i libri non ci danno la soluzione su come viverla nel modo più congeniale o fortunato; non ci rendono né migliori né peggiori, né più colti o più belli, nondimeno senza di essi noi lettori ci sentiremmo degli altri; altri che non siamo noi.

Perché la letteratura ci racconta. La sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l'amore, le ambizioni, le illusioni - magari perdute; la voglia di andare lontano o di tornare a casa; la paura di invecchiare e tutte le paure, ma anche tutte le speranze.

M.P.





Libro:

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie", P. Di Paolo, Editori Laterza




giovedì 1 febbraio 2018

"L'Amore in un Clima Freddo" di Nancy Mitford


«No, ma la cosa che davvero mi incuriosisce sul debutto in Inghilterra è l'amore. Tutti hanno storie d'amore? È l'unico argomento di conversazione?
Fui costretta ad ammettere che era così.»
«Oh, accidenti. Ero sicura che lo avresti detto... Succedeva anche in India, naturalmente, ma credevo che magari in un clima freddo...[...]»




La prima volta che mi sono imbattuta nelle sorelle Mitford fu nell'estate di due anni fa, leggendo la biografia di Angela Lambert su Eva Braun.
Erano citate come le sei ragazze inglesi snob figlie di David Mitford, secondo barone di Redesdale, divenute celebri nella prima metà del XX secolo per le loro vite ricche di eleganza, gioventù, bellezza e insieme di pettegolezzi, scandali e un privato non proprio pulito: due di loro, Diana (la più bella) e Unity (la minore) abbracciarono senza riserve il nazismo e Hitler sempre in cerca di appoggi importanti, prima della guerra, diede loro un'importanza politica che certo non possedevano nella realtà; "anche se antica [la famiglia Mitford] apparteneva più alla nobiltà di campagna che all'aristocrazia, con tenute nel Northumberland, nell'Oxfordshire e nel Gloucestershire".
Oggi chiameremo le Mitford come delle influencer, delle socialité fresche e spigliate, ambiziose di conquistare il mondo, di affascinarlo e sconvolgerlo con le loro esistenze. E così doveva essere allora.
Dopo la Grande Guerra, l'Inghilterra pur uscitane vincitrice, dovette attraversare un periodo, non breve, di incertezza economica e politica che non risparmiò nemmeno le grandi famiglie aristocratiche. Serpeggiò un clima di risentimento ed insoddisfazione (conciso con l'età del jazz) soprattutto fra i figli e le figlie più giovani del bel mondo patrizio e alto-borghese, di tutta una generazione che non aveva assistito agli orrori del conflitto.
Soprannominati come il gruppo di "Bright Young Things", questi giovani si distinguevano per i loro eccessi e per una vita trascorsa unicamente in uno sfrenato edonismo.
Questa società esclusiva venne immortalata nelle prime fotografie di Cecil Beaton (1904-1980), futuro sceneggiatore e partecipante anch'egli del gruppo insieme alle Mitford ed altri personaggi divenuti in seguito famosi.
Nancy Mitford (1904-1973) la maggiore e la più promettente delle sorelle in campo letterario, rievocò questo mondo frivolo e legato ai beni immobili, in una trilogia: "Inseguendo l'Amore" (1945), "L'Amore in un Clima Freddo" (1949), "Non Dirlo ad Alfred" (1960), di cui il più conosciuto è essenzialmente il secondo volume, non un capolavoro eppure fra i testi più letti e apprezzati in Inghilterra, per la prosa brillante e una narrazione piacevole ed arguta.


Ambientato nella campagna occidentale inglese fra le due guerre, la narratrice del romanzo, giovane debuttante dell'aristocrazia rurale, Fanny, fortunata spettatrice di vicende curiose e bizzarre di Hampton House, vasta proprietà terriera di una delle antiche famiglie dell'isola, Lord e Lady Montdore. Ritornati da un viaggio in India come rappresentanti della monarchia, organizzano il debutto "inglese" della loro unica figlia Polly, amica d'infanzia di Fanny.
I Montdore sono conservatori, incolti e tronfi del privilegio della loro posizione, dei legami con reali decaduti e più del denaro, della "visibilità" della loro ricchezza, fatta di gioielli e abiti, arredi e di una vita tendente all'eccesso. In particolare Lady Montdore ha spianato la strada al marito verso le più alte cariche mediante la sua rete di conoscenze e allevato la figlia negli agi, preservando la sua rara bellezza nella previsione di un matrimonio prestigioso.
Ma Polly bella come una dea eppure priva di immaginazione e apparentemente mancante di sentimento, rivela a Fanny di non essere adatta al matrimonio e di aver pensato che una volta tornata in Inghilterra, sarebbero cessati gli intrighi materni, visto il clima notoriamente rigido della nazione.
Fanny osserva il disfarsi e il riunirsi di questa famiglia non ancorata alla realtà ma ad obsoleti retaggi, sprovvista di buon senso, sopravvivere alla cieca tra maschere, sconsideratezze e misteri, incurante del bene o del male. Il libro si conclude come una fiaba, ma non gli stessi stereotipi.

Nancy Mitford foto di C. Beaton


"L'Amore in Clima Freddo" è essenzialmente un romanzo divertente e dissacrante, non corposo o formativo ma può rientrare fra quei libri di piacevole compagnia.
Ha una scorrevolezza narrativa fresca; non ricercata nelle noti descrittive la sua ricchezza si trova nella rappresentazione di un microcosmo affastellato di caricature più che di personaggi, portate all'esasperazione dalle loro perversioni, dal sesso. Non ci sono certezze, tutto è capovolto, imprevedibile, partendo dal modo di essere.
Fanny opera all'interno di questa elitaria classe, il ruolo di outsider, senza desiderare di entrare a farne parte ma nemmeno giudicandola o condannandola anche nei suoi aspetti negativi; la guarda con disincanto e bonomia nonostante tutto.
È difficile mettersi dalla parte della narratrice senza criticare questi personaggi grotteschi cadere così in basso nella dignità umana, se non ci fosse una spassosa ironia a salvarli, tenendo incollato il lettore per tutto il prosieguo della trama pur leggera.
Ma c'è anche altro nel sottosuolo del dileggio. C'è una società così racchiusa nel proprio confortevole ambiente e ottusa, incapace di mettere il naso fuori dal proprio egoismo, che non riesce ad intravedere la sua immagine specchiarsi nell'imminente fine; che dopo la Grande Guerra, questo è solamente un fatuo attimo, prima del dissolvimento definitivo.




M.P.







Libro:

"L'Amore in un Clima Freddo", N. Mitford, Adelphi