mercoledì 13 dicembre 2017

"L'Età dell'Innocenza" di Edith Wharton


A quell'epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima strada, di un nuovo teatro dell'Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d'oro un po' logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l'avevano cara perché, piccola e scomoda com'era, non costituiva un richiamo per la gente nuova che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla.

"L'Età dell'Innocenza" (1993), Martin Scorsese

Era mancato poco che nel 1921 la Wharton non riuscisse a prendere il Pulitzer.
Ancora una volta era un uomo ad essere il favorito e la famosa scrittrice americana superò per un soffio il contendente maschile, così da divenire la prima donna della storia a vincerlo.
Alcuni dissero che non poteva essere altrimenti, perché quel romanzo che fece la sua fortuna e che spopolò nei primi Anni Ruggenti del Novecento, richiamava alla memoria degli americani un mondo o un modo di vivere che la Prima Guerra Mondiale aveva spazzato via per sempre tanto che di esso non era rimasto nessuna traccia nelle giovani generazioni.
"L'Età dell'Innocenza" è un romanzo senza tempo, uno di quelli che si rileggono più volte e che non conosce fine o noia.
Al momento della pubblicazione, nel 1920, Edith Wharton (1862-1937) era già una conosciuta ed amata scrittrice con alle spalle un'esistenza vissuta controcorrente e ribelle ai dettami della casta a cui apparteneva; coraggiosa nella penna come durante la guerra.
Forse, nemmeno si può adattare la parola "romanzo" a questo titolo visto più come un grande affresco ricco si simbologie, scenari oleografici, sottili dettagli metaforici celati in piccoli gesti, negli ampi abiti delle dame come nei fiori all'occhiello dei gentiluomini e negli ambienti dorati della ristretta alta società americana.
Nessun autore ha riportato in vita quel momento ottocentesco con tanta eleganza e sensibilità come la Wharton, ricreando quelle atmosfere borderline di seduzione e innocenza care a Madame de La Fayette come a Flaubert.
E questo capolavoro letterario si apre come attraverso un gioco emotivo della sua autrice, in bilico anche lei fra la condanna di un mondo tramontato e il suo rimpianto.
Questo è il secondo incontro con la Wharton, dopo la tiepida lettura di "Gli Sguardi della Luna" in estate. La seconda rilettura invece dell'"L'Età dell'Innocenza" (la prima avvenne anni prima), è stata determinata dalla bellissima recensione di Sara Antonelli, ascoltata sul portale di Rai Letteratura.
Le sue parole scelte con cura per rendere al meglio la trama del libro e il momento storico, mi hanno così convinto a riprendere in mano la lettura.


La vicenda si apre nel 1870, in America, coprendo un lasso di tempo di circa trentatré anni.
La New York di quell'epoca, pur glorificandosi del proprio status democratico e libero, aveva prodotto un modus vivendi nelle più alte sfere della società che si allineava nella sua etica ai sistemi elitari e conservatori della più stretta aristocrazia. 
Come espresso nel belllissimo incipit del libro, questa rindondate e vana classe era costituita da abbienti uomini la cui ricchezza, consolidata grazie alle fortune degli antichi avi, permetteva e faceva godere loro di un'immobilità fisica, spirituale e culturale tale da non volersi mischiare con i nuovi borghesi e con il modernismo che sembrava soffiare con sempre, maggiore costanza da oltreoceano.
Newland Archer giovane avvocato, modello perfetto di questo intricato ordine, sta per sposarsi con la più bella ragazza di New York, May Welland, fresca ma vuota, appartenente ad una delle famiglie più antiche del posto. L'unione portata avanti da anni dai rispettivi nucli familiari, viene improvvisamente disturbata dall'arrivo della cugina della promessa sposa Ellen Olenska.
Maritata ad un conte polacco la Olenska è fuggita da un'esistenza, seppur culturalmente brillante, offuscata dalla condotta disgraziata del coniuge; tornata in patria è mal sopportata dai parenti che vedono in lei non una vittima ma l'inizio di uno scandalo sociale, di un pericoloso rovesciamento dei dettami morali del sistema.
Newland si innamora di questa donna "diversa" dalle altre, che ha conosciuto la vita al di là di un ambiente refrattario e omertoso; riesce ad intravedere, attraverso lei, la realtà con la sua insicurezza ed impotenza sotto strati di cinismo e false innocenze.
Eppure, nonostante il vero e forte sentimento che lo lega ad Ellen è incapace ad uscir fuori da quel mondo protetto e sicuro e accentando il suo destino, rimane ultimo sopravvissuto di un'età in fase di decadenza.

Il concetto predominante per la Wharton è la rievocazione di un passato (di cui lei stessa aveva fatto parte) che l'America spinta prima dalla guerra poi dalla fascinazione del pensiero europeo, aveva dimenticato. Questo aveva portato similitudini con l'era vittoriana: una classe chiusa, dove più che l'individuo contava la solidarietà del gruppo, delle relazioni di sangue e dei rapporti coniugali, votata al culto dell'apparenza dove dispiaceri e sofferenze non si vivevano e nemmeno potevano essere menzionate. Una netta divisione tra l'universo maschile improntato nell'ozio, nel pettegolezzo e nell'ipocrisia mentre il corrispettivo femminile assicurato ad un'immagine eternamente ingenua e conservatrice del primordiale ruolo di sposa e madre.

Edith Wharton

La scrittrice tratteggia con maestria ripetute visioni di rituali di nozze, annuali balli nel grande salone dei Beaufort, oggetti che hanno una relaziona significativi con i vari personaggi, le eleganti cene che non dovevano iniziare troppo tardi, gli abiti che acquistati venivano messi da parte per due anni perché era sconveniente vestire all'ultima moda... E due protagonisti che vivendo la loro passione escono fuori dal collettivo e per questo vengono puniti.
La parte più nobile è affidata a Madame Olenska, l'unico personaggio vivo del romanzo, che si arrischia ad una vita indipendente, libera dalle suggestioni e da un'età che è definita dell'innocenza perché non è matura, non può essere reale.
Mi ha stupito il modo di raccontare tutto questo della Wharton, come se biasimasse e al tempo stesso giustificasse questo mondo che non diede spazio al trasporto dei sentimenti, alla ricerca dell'individualità umana.  Nelle ultime pagine il rancore anzi svanisce per far posto alla nostalgia di un tempo trascorso in fretta.
Questa dicotomia così misteriosa e bizzarra accompagnò molti dei suoi romanzi e parallelamente la vita, tanto che anni dopo la sua morte, il personaggio di Edith Wharton aleggiò tra i critici o come una scrittrice ottocentesca o come la precorritrice del romanzo del XX secolo.
Io preferisco pensare che fosse a conoscenza dei vari cambiamenti di epoche che ineluttabilmente portano via con sé mondi, uomini e valori, per ricostruirne altri a cui noi non sempre è dato da comprendere.


M.P.







Libro:

"L'Età dell'Innocenza", E. Wharton, Tea Due



2 commenti:

  1. Ho amato questo romanzo, che ebbi voglia di leggere dopo aver visto il magnifico film di Scorsese.
    Veramente notevole la tua descrizione. Bravissima.

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    1. Grazie tante... Questo romanzo è un capolavoro di narrazione e stile e la sua autrice si è superata.

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