venerdì 29 dicembre 2017

Riepilogo Letterario: una buona annata




Il 2016 si avvia verso la sua conclusione e per questo, rispetto alle solite, vecchie riflessioni che si fanno in questo periodo, voglio cambiare rotta scrivendo l'ultimo post sul riepilogo di un anno di letture, non molte a dir la verità ma che hanno avuto un grande valore letterario per me.
È stato un anno di riconferme per certi autori, tematiche, tipologie di letteratura e riletture, scoperte, luoghi, tempi e mondi e di personaggi indelebili, la cui fine tragica o no che fosse, ricca di speranze propositive per il futuro o profetizzante il crollo definitivo di un'era, ho trovato difficile il momento di dover chiudere il libro tante volte.
Alcuni di questi romanzi meritano una un'altra possibilità, una seconda citazione e magari possono essere visti come consigli letterari per l'anno nuovo.

Le uniche biografie che comprendono questo anno sono purtroppo soltanto due. Seppur questo sia un genere letterario che amo molto, in questo anno il romanzo sembra aver avuto di gran lunga la meglio.
Si passa da "Il Palazzo della Solitudine", biografia della penultima imperatrice dell'Iran, Soraya, e degli ultimi splendori di una terra ricca di cultura, raffinatezze e al tempo stesso di guerre e contrasti terribili, attraverso un libro di memorie con riferimenti personali e storici in un arco temporale lungo quarantotto anni, all'opera memorialistica "Ho visto partire il tuo treno" dell'attrice-scrittrice Elsa de' Giorgi. Ripubblicata da poco per conto della Feltrinelli, è un lungo racconto sulla sua breve storia d'amore con Italo Calvino, del suo personaggio attraverso gli scritti e la sua personalità, ma non solo, è un recupero acuto e sensibile di un'epoca, della vita politica e sociale di una Italia uscita dal dopoguerra e delusa per quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori.
Rimanendo nella prima metà del Novecento, tra biografia e romanzo si apre "Di là dal fiume e tra gli alberi" dello scrittore americano Ernest Hemingway. Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
L'universo femminile contrastato da un ordine patriarcale seppur in epoche lontane fra di loro, è quello espresso da Virginia Woolf e Christa Wolf  nei rispettivi libri "La Signora Dalloway in Bond Street"  e "Cassandra". Il mondo delle loro protagoniste vissuto nei loro conflitti interiori, solitudini, aspirazioni soffocate in una società in cui non si riconoscono, sono fra gli aspetti più belli della letteratura del Novecento e similmente unito dalla tecnica del flusso di coscienza.
Il mondo ebraico è stata invece una neo scoperta degli ultimi due anni e portata avanti in quest'ultimo nelle letture di "La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer e "Il Commesso"  di Bernard Malamud. Pubblicati a quattordici anni di distanza, ambedue uniscono i temi della letteratura ebraica a quella più moderna americana, la sottile ironia, la cultura come scambio di conoscenza fra i popoli. Più che romanzi, hanno l'andamento metaforico di una Bibbia, profana, americana in cerca di un riscatto morale e nel caso di Singer un capolavoro che se fosse più conosciuto, metterebbe il suo autore allo stesso piano di Tolstoj e Balzac.
Due opere di scrittori inglesi che ho ampiamente apprezzato sono "Ragione e Sentimento" di Jane Austen "Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham. Se le protagoniste della Austen godono di una personalità e psicologia analizzata come mai prima di lei seguendo una visione più realistica e al tempo stesso più umana nelle virtù e nelle debolezze, lo stesso motivo vale per Maugham. In tutti e due esiste la stessa ironia con cui deridono i vuoti valori dei ceti emergenti del tempo, il culto di se stesso, del denaro ma se la Austen tutto è raccontato bonariamente, in Maugham c'è tutta la ribellione alle sicurezze di un'epoca.
L'esplorazione del mondo moderno è invece visto attraverso la penna di Lars Gustafsson in "La Ricetta del Dottor Wasser", ultimo romanzo dello scrittore svedese che con una trama originalissima ci mostra i tanti enigmi e incomprensioni del nostro tempo. Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
"Altezza Reale" di Thomas Mann è un lungo racconto simbolico ambientato nella Germania guglielmina in una cornice fiabesca e decadente come decadenti sono le atmosfere delle giornate pigre e delle folli notti consumate nell'ebrezza di facili passioni e nei sogni presto abbandonati di Edith Wharton ne "Gli Sguardi della Luna", grande ed originale successo del 1922.
Una folgorazione è stata incontrare questa estate una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese, Katherine Mansfield in "Tutti i Racconti". Una incredibile arte evocativa unita ad una scrittura luminosa, la Mansfield percepisce la degradazione e i subbugli interiori della classe borghese non più scura e protetta al momento dell'uscita dall'età vittoriana.
Le inevitabili trasformazioni sociali apportate dalle guerre vengono osservate al microscopio nelle saghe famigliari di Irène Némirovsky ne "I Doni della Vita" ed Elizabeth Jane Howard nel romanzo "Allontanarsi". Nel primo romanzo la famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari in un piccolo villaggio del Nord della Francia si ritrovano coinvolti nei tragici eventi storici dal 1900 arrivando al 1940, tra matrimoni, morti e nascite mentre in "Allontanarsi" la famiglia dei Cazalet, ricchi commercianti di legname, affrontano in Inghilterra le ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale in un momento instabile ed incerto.
Più che la Seconda Guerra Mondiale "Ognuno Muore Solo" dello scrittore tedesco Hans Fallada (reputata personalmente come la migliore lettura dell'anno), sdogana il mito del popolo tedesco forte e benestante durante l'era del nazismo rivelandone una realtà che proprio come quella ebraica, non era immune da paure e morte. Primo Levi lo definì "il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo".
In "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi "Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez vengono proposte delle trame commuoventi e coinvolgenti; la prima sull'amicizia, la seconda sull'amore, ma ambedue contrastate dalla violenza della dittatura, dalla cecità e dalla ignoranza del tempo che arresta i sentimenti più puri e imbavaglia le parole.
La bella letteratura americana, a cui da qualche non so fare a meno già dal qualche anno, è stata esplorata storicamente e socialmente in "L'Età dell'Innocenza" , ancora della Wharton, alla fine dell'Ottocento nell'elitaria, alta classe borghese guidata dalle sue ridicole regole di morale e apparenza che continuano in  "Molti Matrimoni" di Sherwood Anderson, ambientato nei primi del Novecento con una chiara polemica ad una civiltà meccanizzata, votata all'industrialismo e alla repressione dei sentimenti. In "Benedizione" di Kent Haruf, tra i libri più letti dell'anno, si ritorna al paesaggio rurale americano, ad uno stile più silenzioso e minimalista ma non immune da denunce e ribellioni, come in questo caso, contro la guerra.
Il passaggio di ere, di miti, mondi, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi, già narrati da Edith Wharton, si ritrovano nella tragedia di William Shakespeare "Giulio Cesare" e ne "La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth (la recensione di quest'ultimo farà parte del nuovo anno, purtroppo per mancanza di tempo). Il crollo dei valori e dei principi della Repubblica romana, minati dalla guerra civile e dall'avvento dell'imperialismo, non sono così lontani dalle note descrittive della vena malinconica di Roth con la fine del grande impero asburgico attraverso la degradazione dell'animo umano fino ad arrivare alle disgrazie della Grande Guerra.

"Il ragazzo non disse nulla e quando vennero le giornate di piena estate e incominciò la mietitura dell'avena, il ragazzo se ne andò anche lui per i campi con la sua falce... Perché bisogna anche raccogliere quel che abbiamo seminato, e il ragazzo aveva seminato una buona semente." ("Ognuno Muore Solo", Hans Fallada)



Buon Anno Nuovo!




M.P.




lunedì 18 dicembre 2017

Più Libri Più Liberi alla Nuvola 2017 e l'incontro con Asli Erdoğan




Negli ultimi anni sembra che Roma (o almeno una parte di essa), abbia riaccaparrato il ruolo di centro culturale che le mancava da tempo.
Fra i pochi vanti di cui la città ha potuto godere davanti a tanti occhi puntati su di lei, ci sono stati questi cinque giorni dell'ormai consolidata fiera letteraria di Più Libri Più Liberi, promossa dall'associazione AIE e che da anni promuove la piccola e media editoria italiana, arrivata alla sua sedicesima edizione.
Il vecchio Palazzo dei Congressi non è più la sua locazione ufficiale e, per la verità, penso che nessuno possa rimpiangerlo o preferirlo al nuovo sito della Roma Convention Center o più comunemente denominato dai romani "la Nuvola" realizzato dai coniugi architetti Fuksas.
Un palazzone di vetro di architettura avveniristico, costato milioni e milioni di euro al quale si sono aggiunti rinvii, aspre critiche sulla costruzione nonché sull'estetica stessa, inaugurato nell'ottobre 2016 come nuovo centro congressi della capitale più spazioso e moderno.
La nota manifestazione ne ha giovato con un aumento delle case editrici, portate ad oltre cinquecento, un maggior numero di incontri con gli autori ed intellettuali e appuntamenti per le più svariate tematiche.Il lungo ponte dell'Immacolata non ha deluso le aspettative.
La mattina dell'otto il colpo d'occhio è stato tutto per questa titanica struttura stanziata nel bel quartiere dell'EUR che non smette mai di sorprendere per le sue inusuali prospettive.
L'ingresso al sito è presto diventato affollato come quello di uno stadio durante un'importante partita e purtroppo abbastanza caotico a causa della disorganizzazione delle tipologie dei vari biglietti acquistati (questa volta anche on-line) e una lunga e sommaria perquisizione da parte degli agenti addetti.
Dal primo piano, con la presenza di alcuni chioschi e guardarobieria, si accede al salone degli stand.
Diversamente dalla confusionaria sistemazione al Palazzo dei Congressi, la nuova forma a serpentina dei banchi ha dato più ordine e visibilità a tutte le case editrici.
Venendo a queste, sono stata fortunata nell'essere entrata in un momento di calma, e con più consapevolezza e raziocinio rispetto alla passata edizione dove sembravo più una novellina, mi sono inoltrata con tanta gioia fra gli spazi.
Non intendo descrivere nel particolare i molti editori partecipanti;  tutti comunque con i loro banchi colorati e briosi, ricchi di novità, cataloghi, autori più o meno conosciuti, giornalisti e quelli che facevano da padroni alla fiera come Sellerio, Fazi, Iperborea, Minimum Fax, forse un dubbio (già avuto lo scorso anno) di una più calorosa accoglienza riservata nelle ore di maggior afflusso, giustificabile assolutamente, ma comunque un poco deludente.
Alcuni hanno applicato anche dei piccoli sconti e c'è da sottolineare la coraggiosa decisione della Giulio Perrone Editore di scalare i prezzi dei libri del cinquanta per cento.
All'uscita laterale della sale si apre un grande spazio dove poter ammirare sopra le nostre testa la Nuvola, una grande struttura bianca tutta rivestita di vetro, e salendo quella che viene detta la scala mobile più lunga d'Europa, si arriva la secondo piano, con ulteriori stand, e prendendone un'altra centrale si entra direttamente dentro la Nuvola.
È qui che le persone più si assembravano, sostando un poco per ammirare l'interno, facendo fotografie lungo tutto il percorso mentre la calca diveniva maggiore.


Interno della Nuvola

Una grande sala ospitava quello che per tutti era l'appuntamento più notevole e per la manifestazione la sua punta di diamante: l'incontro con la scrittrice, attivista per i diritti umani e dissidente Asli Erdoğan.
Non conoscevo nulla della sua persona e per questo sono stata ragguagliata da mio cognato e di conseguenza ho cercato informazioni.
La Erdoğan riconosciuta oggi tra i più importanti scrittori turchi è stata imprigionata dopo il finto golpe del leader turco e rilasciata (eppure non ancora prosciolta) dopo numerose insistenze anche da parte dell'Italia a fine dello scorso anno.
Nell'intervista assistita dalla scrittrice Chiara Valerio (direttrice culturale di "Tempo di Libri" 2016) e del giornalista Pierluigi Battista, la Erdoğan ha aperto i suoi ricordi, aneddoti, raccontando della soppressione di qualsiasi forma di libertà e di pensiero che da anni vige sul territorio turco, inasprita ancor di più dopo il colpo di stato che ha portato soldati, civili e molti poeti ed intellettuali alla gogna, alle torture, non pochi alla morte.
La bella voce turca levatasi per secoli aggiungendo bellezza alla letteratura mondiale, si è spenta e con essa l'amore e i gesti quotidiani.
Perfino talune parole sono condannate, il passato, come il genocidio degli Armeni e dove due figure come Spinoza e Camus vengono scambiati come spie del PKK. Anche questo accade in un paese dove si è cancellata la cultura.
Ho apprezzato l'intervento di Battista nel dire che la Turchia, come nessun'altra nazione simile, dovrebbe far parte dell'Unione Europea.
Il dramma della prigionia, durata quattro mesi, è stato il passo più commuovente: le privazioni, perfino quelle più semplici, la sofferenza della relegazione e il momento della liberazione, quando ha chiesto a dei militari se fosse cambiata fisicamente e questi, rispondendole affermativamente e portandole uno specchio, si è messa a piangere.
In lei era avvenuta una profonda lacerazione, uno sdoppiamento tra la sopravvissuta e la vittima.
Avrebbero dovuto dare maggiore spazio alla scrittrice; non ho gradito le domande rivolte dalla Valerio, troppo specifiche e adatte ad un pubblico già preparato ai suoi scritti e per la verità, non ho apprezzato la stessa Valerio che tra l'altro si era resa protagonista di una alterata discussione con una giornalista/scrittrice del pubblico, rendendo il convegno non certo professionale e appropriato ad una levatura così importante.

Asli Erdoğan

Alla sua conclusione, la Erdoğan è rimasta per qualche minuto nella sala per le foto: io avevo il suo libro e attendevo di chiederle un autografo.
Stava così a pochi metri da me, eppure ripensando a tutto il dolore da lei provato, mi sono fatta piccola piccola ed ho rinunciato alla mia frivola vanità. Il mio fidanzato mi ha fatto notare di aver mancato, con la mia timidezza, ad un appuntamento con la storia. È vero. Ma quel che rimarrà sono le sue parole.

Spero che i bei risultati di quest'anno raggiunti dalla manifestazione, diano un più grande impulso culturale a Roma. Che nelle classifiche in questo settore non stia sempre dietro alle città di Torino o Milano. Perché se nella Capitale abbiamo altre principali urgenze, questa non può comunque esimersi dal suo enorme patrimonio che possiede e che deve essere valorizzato.


M.P.





mercoledì 13 dicembre 2017

"L'Età dell'Innocenza" di Edith Wharton


A quell'epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima strada, di un nuovo teatro dell'Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d'oro un po' logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l'avevano cara perché, piccola e scomoda com'era, non costituiva un richiamo per la gente nuova che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla.

"L'Età dell'Innocenza" (1993), Martin Scorsese

Era mancato poco che nel 1921 la Wharton non riuscisse a prendere il Pulitzer.
Ancora una volta era un uomo ad essere il favorito e la famosa scrittrice americana superò per un soffio il contendente maschile, così da divenire la prima donna della storia a vincerlo.
Alcuni dissero che non poteva essere altrimenti, perché quel romanzo che fece la sua fortuna e che spopolò nei primi Anni Ruggenti del Novecento, richiamava alla memoria degli americani un mondo o un modo di vivere che la Prima Guerra Mondiale aveva spazzato via per sempre tanto che di esso non era rimasto nessuna traccia nelle giovani generazioni.
"L'Età dell'Innocenza" è un romanzo senza tempo, uno di quelli che si rileggono più volte e che non conosce fine o noia.
Al momento della pubblicazione, nel 1920, Edith Wharton (1862-1937) era già una conosciuta ed amata scrittrice con alle spalle un'esistenza vissuta controcorrente e ribelle ai dettami della casta a cui apparteneva; coraggiosa nella penna come durante la guerra.
Forse, nemmeno si può adattare la parola "romanzo" a questo titolo visto più come un grande affresco ricco si simbologie, scenari oleografici, sottili dettagli metaforici celati in piccoli gesti, negli ampi abiti delle dame come nei fiori all'occhiello dei gentiluomini e negli ambienti dorati della ristretta alta società americana.
Nessun autore ha riportato in vita quel momento ottocentesco con tanta eleganza e sensibilità come la Wharton, ricreando quelle atmosfere borderline di seduzione e innocenza care a Madame de La Fayette come a Flaubert.
E questo capolavoro letterario si apre come attraverso un gioco emotivo della sua autrice, in bilico anche lei fra la condanna di un mondo tramontato e il suo rimpianto.
Questo è il secondo incontro con la Wharton, dopo la tiepida lettura di "Gli Sguardi della Luna" in estate. La seconda rilettura invece dell'"L'Età dell'Innocenza" (la prima avvenne anni prima), è stata determinata dalla bellissima recensione di Sara Antonelli, ascoltata sul portale di Rai Letteratura.
Le sue parole scelte con cura per rendere al meglio la trama del libro e il momento storico, mi hanno così convinto a riprendere in mano la lettura.


La vicenda si apre nel 1870, in America, coprendo un lasso di tempo di circa trentatré anni.
La New York di quell'epoca, pur glorificandosi del proprio status democratico e libero, aveva prodotto un modus vivendi nelle più alte sfere della società che si allineava nella sua etica ai sistemi elitari e conservatori della più stretta aristocrazia. 
Come espresso nel belllissimo incipit del libro, questa rindondate e vana classe era costituita da abbienti uomini la cui ricchezza, consolidata grazie alle fortune degli antichi avi, permetteva e faceva godere loro di un'immobilità fisica, spirituale e culturale tale da non volersi mischiare con i nuovi borghesi e con il modernismo che sembrava soffiare con sempre, maggiore costanza da oltreoceano.
Newland Archer giovane avvocato, modello perfetto di questo intricato ordine, sta per sposarsi con la più bella ragazza di New York, May Welland, fresca ma vuota, appartenente ad una delle famiglie più antiche del posto. L'unione portata avanti da anni dai rispettivi nucli familiari, viene improvvisamente disturbata dall'arrivo della cugina della promessa sposa Ellen Olenska.
Maritata ad un conte polacco la Olenska è fuggita da un'esistenza, seppur culturalmente brillante, offuscata dalla condotta disgraziata del coniuge; tornata in patria è mal sopportata dai parenti che vedono in lei non una vittima ma l'inizio di uno scandalo sociale, di un pericoloso rovesciamento dei dettami morali del sistema.
Newland si innamora di questa donna "diversa" dalle altre, che ha conosciuto la vita al di là di un ambiente refrattario e omertoso; riesce ad intravedere, attraverso lei, la realtà con la sua insicurezza ed impotenza sotto strati di cinismo e false innocenze.
Eppure, nonostante il vero e forte sentimento che lo lega ad Ellen è incapace ad uscir fuori da quel mondo protetto e sicuro e accentando il suo destino, rimane ultimo sopravvissuto di un'età in fase di decadenza.

Il concetto predominante per la Wharton è la rievocazione di un passato (di cui lei stessa aveva fatto parte) che l'America spinta prima dalla guerra poi dalla fascinazione del pensiero europeo, aveva dimenticato. Questo aveva portato similitudini con l'era vittoriana: una classe chiusa, dove più che l'individuo contava la solidarietà del gruppo, delle relazioni di sangue e dei rapporti coniugali, votata al culto dell'apparenza dove dispiaceri e sofferenze non si vivevano e nemmeno potevano essere menzionate. Una netta divisione tra l'universo maschile improntato nell'ozio, nel pettegolezzo e nell'ipocrisia mentre il corrispettivo femminile assicurato ad un'immagine eternamente ingenua e conservatrice del primordiale ruolo di sposa e madre.

Edith Wharton

La scrittrice tratteggia con maestria ripetute visioni di rituali di nozze, annuali balli nel grande salone dei Beaufort, oggetti che hanno una relaziona significativi con i vari personaggi, le eleganti cene che non dovevano iniziare troppo tardi, gli abiti che acquistati venivano messi da parte per due anni perché era sconveniente vestire all'ultima moda... E due protagonisti che vivendo la loro passione escono fuori dal collettivo e per questo vengono puniti.
La parte più nobile è affidata a Madame Olenska, l'unico personaggio vivo del romanzo, che si arrischia ad una vita indipendente, libera dalle suggestioni e da un'età che è definita dell'innocenza perché non è matura, non può essere reale.
Mi ha stupito il modo di raccontare tutto questo della Wharton, come se biasimasse e al tempo stesso giustificasse questo mondo che non diede spazio al trasporto dei sentimenti, alla ricerca dell'individualità umana.  Nelle ultime pagine il rancore anzi svanisce per far posto alla nostalgia di un tempo trascorso in fretta.
Questa dicotomia così misteriosa e bizzarra accompagnò molti dei suoi romanzi e parallelamente la vita, tanto che anni dopo la sua morte, il personaggio di Edith Wharton aleggiò tra i critici o come una scrittrice ottocentesca o come la precorritrice del romanzo del XX secolo.
Io preferisco pensare che fosse a conoscenza dei vari cambiamenti di epoche che ineluttabilmente portano via con sé mondi, uomini e valori, per ricostruirne altri a cui noi non sempre è dato da comprendere.


M.P.







Libro:

"L'Età dell'Innocenza", E. Wharton, Tea Due