venerdì 17 novembre 2017

"Giulio Cesare" di William Shakespeare


C'è una marea
Nelle cose degli uomini, che presa
Quand'è alta, conduce alla fortuna;
Perduta questa, tutto il viaggio della vita
È confinato in secche e sventure.
Su tale mare in piena adesso galleggiamo,
E dobbiamo prendere la corrente quando serve
Oppure perdere il carico. (Bruto a Cassio, atto IV scena III)




La passione e la curiosità per il mondo romano sono sempre state maggiori, per me, rispetto al pur nobile passato greco, dove dono nati quelle prime sfumature di democrazia e libertà; molto ha provveduto la mia nascita romana.
Alcuni studiosi, dalla fervida immaginazione, hanno voluto accostare allegoricamente la civiltà romana ad un'alba mentre quella greca ad un tramonto e la corrispettiva preferenza di un mondo rispetto ad un altro dichiarano chiaramente la diversa sensibilità del soggetto appassionato: più positiva nella prima ipotesi, malinconica nella seconda.
Ma lasciando perdere queste simpatiche disquisizioni, c'è un momento della storia romana in particolare che critici, studiosi e studenti hanno con tutta la gravità del caso, affrontato per la particolare importanza nel percorso evolutivo dell'uomo: il passaggio dalla Repubblica all'Impero e addentrandoci ancora meglio, raffigurando questi due sistemi alle emblematiche persone di Bruto e Giulio Cesare.
Un po' tutti noi, chi più chi meno, ha parteggiato negli anni scolastici per il personaggio immortale di Giulio Cesare, denigrando di conseguenza il traditore, l'assassino Bruto.
Anche nella "Divina Commedia" Bruto non fa certo una bella figura, condannato da Dante all'Inferno come traditore del suo benefattore Giulio Cesare, ma ultimamente non sono pochi i critici che hanno voluto "riconsiderare" da un altro punto di vista la personalità di Bruto.
Forse, primo fra tutti esplicitamente William Shakespeare (1564-1616) che ha fatto del suo Bruto un personaggio gentile, amato per il suo onore anche dai nemici e ultimo conservatore e portavoce degli antichi ideali romani repubblicani di libertà ed individualità e quindi nella sua iconografia sacrificatore e sacrificato.


Il "Giulio Cesare" venne composto nel 1599, se non il primo, fra le prime opere a essere rappresentata nel nuovo "Globe Theatre" di Londra costruito un anno prima. Prendendo ispirazione da "Le Vite Parallele" di Plutarco, si tratta di una composizione non fra le più eccelse di Shakespeare come il seguente "Amleto" e nemmeno come le altre tragedie o drammi futuri, eppure significativa per la sua atmosfera allusiva a passaggi di ere, di miti che crollano, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi. Rievocando la storia romana, Shakespeare non faceva altro che accennare alla grave instabilità politica nell'Inghilterra elisabettiana, con le sue incertezze e lotte per il potere.
Nonostante il titolo porti direttamente al celebre console e dittatore romano, non è lui il vero protagonista della tragedia che non invero non vediamo più già dal terzo atto, ma il filius Marco Giunio Bruto, la cui ultima vicenda personale diventa il fulcro del libro. Come il principe danese, Bruto presenta le sue stesse istanze ma la sua risolutezza, il suo inseguire un ideale già tramontato e virtù non più richieste, lo rendono a differenza di Amleto, più umano.

L'opera si apre sulla strada di una Roma repubblicana, dove una moltitudine di persone aspetta i festeggiamenti per il ritorno di Giulio Cesare vittorioso in Egitto sui figli di Pompeo, come anni prima attendeva le vittorie di quest'ultimo.
Ma sull'Urbe aleggia un possibile rovesciamento di governo, dato dallo strapotere del sempre trionfante Cesare, nonostante egli abbia per tre volte rifiutato (seppur con riluttanza) la corono di Roma durante la festa dei Lupercali.
Si costituisce quindi, nella migliore classe della città, una fronda di giovani uomini intenzionati a fermare il dominio incontrastato del dittatore con a capo Cassio e Bruto.
Il nobile Bruto pur amando sinceramente Cesare, teme la sua ambizione; teme la soppressione di ogni libertà e giustizia, il crollo degli ideali della Repubblica romana, delle sue virtù, e amando più di ogni altra cosa Roma, la libertà e la virtù, su istigazione anche di Cassio che lo sprona all'azione e non ad aspettare il corso degli eventi, si decide ad uccidere non l'uomo ma il tiranno.
Malgrado gli avvisi degli indovini di stare lontano dalle idi di Marzo, il sogno premonitore di Calpurnia, Cesare va incontro alla sua morte. I cospiratori fanno in tempo a chiarire al popolo il dovuto omicidio dell'illustre Cesare per il bene di Roma ma Marco Antonio con un formidabile monologo, sottilmente accusatorio, riesce a sobillare il popolo contro i Cesaricidi che sono costretti alla fuga.

Marlon Brando è Marc'Antonio
in "Giulio Cesare" 1953

Roma si prepara alla guerra civile, da un lato Cassio e Bruto, dall'altro Marco Antonio e il giovane Ottaviano, erede di Cesare, venuto a legittimare il suo posto.
Nell'atto IV scena III negli accampamenti dei Cesaricidi, Bruto nel dormiveglia vede il fantasma Giulio Cesare che gli avverte della sua futura disfatta.
A Filippi la vittoria sembra andare alla fazione di Bruto eppure per una serie di coincidenze fatali, Cassio pensando di essere sconfitto si uccide. Bruto pur vincendo Ottaviano, viene accerchiato da Antonio e abbandonando ogni speranza, prima di uccidersi, con un commuovente saluto, lascia i suoi amici con grande dignità, pronosticando il futuro conflitto tra i due vincitori.

Addio a te; e a te; e a te Valerio.
Stratone, hai dormito tutto il tempo:
Addio anche a te, Stratone. Concittadini,
Il mio cuore gioisce perché in tutta la vita
Non ho trovato uomo che non mi fosse fedele.
Avrò più gloria io in questo giorno di sconfitta
Di quella che Ottaviano e Marc'Antonio
Otterranno con questa vile vittoria.
Addio, allora, perché la lingua di Bruto
Ha quasi finito la storia della sua vita.
La notte mi cade sugli occhi, le mie ossa
Vogliono riposare. Hanno faticato 
Per raggiungere quest'ora. (Bruto, Atto V, scena V)

Ottaviano e Antonio seppelliranno con grandi onori "il più nobile tra tutti i romani".

È tangibile la simpatia che Shakespeare ha per Bruto. In un mondo confuso dove non ci sono certezze, né valori, non ci sono modelli, perché non può esserlo Giulio Cesare descritto già come un anziano, non può esserlo Marco Antonio, lussurioso e vile e né Cassio, avido e istigatore (un novello Iago).
L'unico che si staglia dal caos è Bruto: lo vediamo nella sua interezza ed umanità, nell'amore per la moglie Portia, nella fratellanza genuina verso Cassio e i suoi soldati, nel perdono, nobile, gentile, dolce. Egli incarna l'uomo libero dalle corruzioni, dalle dittature e se non è un eroe, porta comunque sulle proprie spalle il peso delle sue virtù come delle colpe; non esistono destini o dei a muovere le fila degli eventi.
E perché non andare più lontano, perché non vedere in Bruto l'uomo moderno del Rinascimento (in fondo siamo alla fine dell'epoca di Elisabetta I), l'intellettuale con la sua lungimiranza e per questo motivo solo?
Quest'opera ci dona ad una riflessione in più sui tragici eventi del passato e degli uomini che vi sono stati travolti.

Gli uomini talvolta sono padroni del loro destino; la colpa, Bruto, non è nelle nostre stelle ma in noi.



M.P.





Libro:

"Giulio Cesare", W. Shakespeare, Feltrinelli

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