venerdì 17 novembre 2017

"Giulio Cesare" di William Shakespeare


C'è una marea
Nelle cose degli uomini, che presa
Quand'è alta, conduce alla fortuna;
Perduta questa, tutto il viaggio della vita
È confinato in secche e sventure.
Su tale mare in piena adesso galleggiamo,
E dobbiamo prendere la corrente quando serve
Oppure perdere il carico. (Bruto a Cassio, atto IV scena III)




La passione e la curiosità per il mondo romano sono sempre state maggiori, per me, rispetto al pur nobile passato greco, dove dono nati quelle prime sfumature di democrazia e libertà; molto ha provveduto la mia nascita romana.
Alcuni studiosi, dalla fervida immaginazione, hanno voluto accostare allegoricamente la civiltà romana ad un'alba mentre quella greca ad un tramonto e la corrispettiva preferenza di un mondo rispetto ad un altro dichiarano chiaramente la diversa sensibilità del soggetto appassionato: più positiva nella prima ipotesi, malinconica nella seconda.
Ma lasciando perdere queste simpatiche disquisizioni, c'è un momento della storia romana in particolare che critici, studiosi e studenti hanno con tutta la gravità del caso, affrontato per la particolare importanza nel percorso evolutivo dell'uomo: il passaggio dalla Repubblica all'Impero e addentrandoci ancora meglio, raffigurando questi due sistemi alle emblematiche persone di Bruto e Giulio Cesare.
Un po' tutti noi, chi più chi meno, ha parteggiato negli anni scolastici per il personaggio immortale di Giulio Cesare, denigrando di conseguenza il traditore, l'assassino Bruto.
Anche nella "Divina Commedia" Bruto non fa certo una bella figura, condannato da Dante all'Inferno come traditore del suo benefattore Giulio Cesare, ma ultimamente non sono pochi i critici che hanno voluto "riconsiderare" da un altro punto di vista la personalità di Bruto.
Forse, primo fra tutti esplicitamente William Shakespeare (1564-1616) che ha fatto del suo Bruto un personaggio gentile, amato per il suo onore anche dai nemici e ultimo conservatore e portavoce degli antichi ideali romani repubblicani di libertà ed individualità e quindi nella sua iconografia sacrificatore e sacrificato.


Il "Giulio Cesare" venne composto nel 1599, se non il primo, fra le prime opere a essere rappresentata nel nuovo "Globe Theatre" di Londra costruito un anno prima. Prendendo ispirazione da "Le Vite Parallele" di Plutarco, si tratta di una composizione non fra le più eccelse di Shakespeare come il seguente "Amleto" e nemmeno come le altre tragedie o drammi futuri, eppure significativa per la sua atmosfera allusiva a passaggi di ere, di miti che crollano, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi. Rievocando la storia romana, Shakespeare non faceva altro che accennare alla grave instabilità politica nell'Inghilterra elisabettiana, con le sue incertezze e lotte per il potere.
Nonostante il titolo porti direttamente al celebre console e dittatore romano, non è lui il vero protagonista della tragedia che non invero non vediamo più già dal terzo atto, ma il filius Marco Giunio Bruto, la cui ultima vicenda personale diventa il fulcro del libro. Come il principe danese, Bruto presenta le sue stesse istanze ma la sua risolutezza, il suo inseguire un ideale già tramontato e virtù non più richieste, lo rendono a differenza di Amleto, più umano.

L'opera si apre sulla strada di una Roma repubblicana, dove una moltitudine di persone aspetta i festeggiamenti per il ritorno di Giulio Cesare vittorioso in Egitto sui figli di Pompeo, come anni prima attendeva le vittorie di quest'ultimo.
Ma sull'Urbe aleggia un possibile rovesciamento di governo, dato dallo strapotere del sempre trionfante Cesare, nonostante egli abbia per tre volte rifiutato (seppur con riluttanza) la corono di Roma durante la festa dei Lupercali.
Si costituisce quindi, nella migliore classe della città, una fronda di giovani uomini intenzionati a fermare il dominio incontrastato del dittatore con a capo Cassio e Bruto.
Il nobile Bruto pur amando sinceramente Cesare, teme la sua ambizione; teme la soppressione di ogni libertà e giustizia, il crollo degli ideali della Repubblica romana, delle sue virtù, e amando più di ogni altra cosa Roma, la libertà e la virtù, su istigazione anche di Cassio che lo sprona all'azione e non ad aspettare il corso degli eventi, si decide ad uccidere non l'uomo ma il tiranno.
Malgrado gli avvisi degli indovini di stare lontano dalle idi di Marzo, il sogno premonitore di Calpurnia, Cesare va incontro alla sua morte. I cospiratori fanno in tempo a chiarire al popolo il dovuto omicidio dell'illustre Cesare per il bene di Roma ma Marco Antonio con un formidabile monologo, sottilmente accusatorio, riesce a sobillare il popolo contro i Cesaricidi che sono costretti alla fuga.

Marlon Brando è Marc'Antonio
in "Giulio Cesare" 1953

Roma si prepara alla guerra civile, da un lato Cassio e Bruto, dall'altro Marco Antonio e il giovane Ottaviano, erede di Cesare, venuto a legittimare il suo posto.
Nell'atto IV scena III negli accampamenti dei Cesaricidi, Bruto nel dormiveglia vede il fantasma Giulio Cesare che gli avverte della sua futura disfatta.
A Filippi la vittoria sembra andare alla fazione di Bruto eppure per una serie di coincidenze fatali, Cassio pensando di essere sconfitto si uccide. Bruto pur vincendo Ottaviano, viene accerchiato da Antonio e abbandonando ogni speranza, prima di uccidersi, con un commuovente saluto, lascia i suoi amici con grande dignità, pronosticando il futuro conflitto tra i due vincitori.

Addio a te; e a te; e a te Valerio.
Stratone, hai dormito tutto il tempo:
Addio anche a te, Stratone. Concittadini,
Il mio cuore gioisce perché in tutta la vita
Non ho trovato uomo che non mi fosse fedele.
Avrò più gloria io in questo giorno di sconfitta
Di quella che Ottaviano e Marc'Antonio
Otterranno con questa vile vittoria.
Addio, allora, perché la lingua di Bruto
Ha quasi finito la storia della sua vita.
La notte mi cade sugli occhi, le mie ossa
Vogliono riposare. Hanno faticato 
Per raggiungere quest'ora. (Bruto, Atto V, scena V)

Ottaviano e Antonio seppelliranno con grandi onori "il più nobile tra tutti i romani".

È tangibile la simpatia che Shakespeare ha per Bruto. In un mondo confuso dove non ci sono certezze, né valori, non ci sono modelli, perché non può esserlo Giulio Cesare descritto già come un anziano, non può esserlo Marco Antonio, lussurioso e vile e né Cassio, avido e istigatore (un novello Iago).
L'unico che si staglia dal caos è Bruto: lo vediamo nella sua interezza ed umanità, nell'amore per la moglie Portia, nella fratellanza genuina verso Cassio e i suoi soldati, nel perdono, nobile, gentile, dolce. Egli incarna l'uomo libero dalle corruzioni, dalle dittature e se non è un eroe, porta comunque sulle proprie spalle il peso delle sue virtù come delle colpe; non esistono destini o dei a muovere le fila degli eventi.
E perché non andare più lontano, perché non vedere in Bruto l'uomo moderno del Rinascimento (in fondo siamo alla fine dell'epoca di Elisabetta I), l'intellettuale con la sua lungimiranza e per questo motivo solo?
Quest'opera ci dona ad una riflessione in più sui tragici eventi del passato e degli uomini che vi sono stati travolti.

Gli uomini talvolta sono padroni del loro destino; la colpa, Bruto, non è nelle nostre stelle ma in noi.



M.P.





Libro:

"Giulio Cesare", W. Shakespeare, Feltrinelli

venerdì 10 novembre 2017

In visita al Quirinale




La festività di Ognissanti è stata la giornata ideale per aggiungere alla mia lunga lista di palazzi e residenze storiche da visitare (soprattutto nel Lazio), il gioiello che, vuoi per la politica, vuoi per il lungo silenzio perdurato negli anni e interrotto solo recentemente, dimentichiamo di possedere, il Quirinale.
Accompagnata da una delle ultime, dolci ottobrate romane, il palazzo del Quirinale, dimora di papi, re e presidenti, si staglia sull'omonima piazza e il privilegio di adagiarsi sul colle più alto della Capitale, la parte più luminosa, antistante alla Fontana dei Dioscuri e alla sua sinistra il Palazzo della Consulta.
Nonostante veniamo abbagliati da altri palazzi storici con i loro splendori e nomi altisonanti, il Quirinale non ha nulla da invidiare a Buckingham Palace o all'Eliseo: questo si estende su una superficie di 110500 m² e vanta di essere il palazzo del potere più antico del mondo; la Casa Bianca in confronto è venti volte più piccola.
Dal 1948, anno in cui il primo presidente della Repubblica vi si insediò, qui avvengono non solo udienze, consulte e giuramenti, affari politici ma anche feste e ricevimenti mondani, grazie alle cucine sempre attive.
Da due anni a questa parte, invece, per volere del presidente in carica Sergio Mattarella, è ritornato ad essere visitabile ad italiani e non, avvalendosi della collaborazione del Touring Club Italiano e delle tre grandi Università di Roma, perché oltre al valore patriottico simboleggia un grande valore storico.
Da solo, il Quirinale potrebbe raccontare gli importanti fatti ed eventi che vi si svolsero: guerre, patti, rovesciamenti di governi, presenze illustri, l'evolversi della nostra storia fino ad oggi.


Il passato più antico del luogo risale all'epoca romana. Qui infatti sorgeva un tempio dedicato a Romolo Quirino le cui feste, chiamate Quirinalia, si celebravano ogni diciassette febbraio.
Una prima costruzione dell'edificio risale al suo proprietario, il cardinale Ippolito d'Este (1509-1572, lo stesso creatore della magnifica Villa D'Este a Tivoli), che prese in affitto la vecchia villa e la vigna adiacente del cardinale Carafa. L'estense si preoccupò perlopiù di ricavarne degli splendidi giardini all'italiana con monumentali fontane, seguendo la moda cinquecentesca e solamente con l'interessamento di Papa Gregorio XIII  (1572-1585) divenne dapprima un luogo di villeggiatura, soprattutto grazie alla salubrità dell'aria, e in seguito ampliandone il complesso, nel 1583 residenza dei papi a personificare il loro potere temporale.
Alla realizzazione parteciparono nel corso degli anni numerosi artisti fra cui Ottavio Mascherino (1536-1606), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), Ferdinando Fuga (1699-1782), Domenico Fontana (1543-1607). I lavori si conclusero sotto Papa Clemente XII (1730-1740).
Dal 1870 passò alla monarchia sabauda e dal 1948 a presidenti della Repubblica Italiana.

Il Cortile d'Onore è la parte più antica del complesso da cui si accede allo Scalone d'Onore che consente l'accesso agli ospiti dei due ambienti principali del palazzo, il Salone dei Corazzieri e il Salone delle Feste. Il Salone dei Corazzieri, chiamato un tempo Sala Regia, è l'ambiente più grande e solenne del Quirinale. Presenta opere seicentesche, alcune di Agostino Tassi e numerosi arazzi in parte francesi e in parte napoletani raffiguranti le storie di Psiche e del Don Chisciotte, sulle pareti sono ritratti gli stemmi delle principali città italiane. L'ambiente seguì un periodo di degrado quando, durante la monarchia venne usato prima come pista di pattinaggio e infine come campo da tennis. Sotto il papato venivano qui presentati gli ambasciatori, oggi viene usufruito come salone per le cerimonie di insediamento. Ha accesso alla Cappella Paolina chiusa da poco per ristrutturazione.
Al Salone si viene guidati in seguito alla Sala del Balcone , studiata dal Bernini; qui venivano imbalsamati i papi.

Cortile d'Onore

Dopo la Sala d'Ercole, di costruzione più recente, si passa alla Sala degli Scrigni chiamata così per la presenza di cinque scrigni poggiati sulle consolle e di un particolarissimo secrétaire celante al suo interno oltre cento cassetti e vani segreti.

Secrétaire

Una delle stanza più note agli italiani è quella dello Studio del Presidente della Repubblica. Nata come camera da letto estiva dei papi, oggi vi si svolgono gli incontri ufficiali con i Capi di Stato stranieri, consultazioni con il Presidente del Consiglio e alcuni dei celebri messaggi di fine anno del Presidente, che si tengono ogni trentuno dicembre dal 1949.

Studio del Presidente della Repubblica

Il nome della Sala degli Arazzi di Lilla deriva dalla presenza di cinque arazzi provenienti dalla città francese di Lilla agli inizi del Settecento. Utilizzata sotto la monarchia come appartamento della regina Margherita (1851-1926), attualmente vi si svolge il consiglio supremo di difesa.
La Biblioteca del Piffetti è un gioiello nel gioiello nel Quirinale, la stanza a mio dire più suggestiva e dalla storia più curiosa. Creata da uno dei celebri ebanisti del tempo Pietro Piffetti (1701-1777) per la Villa della Regina a Torino, fu trasportata così com'era a Roma nel 1879 per volere della regina Margherita che voleva farne la sua biblioteca personale. Margherita di Savoia non era una donna particolarmente colta ma amava circondarsi di letterati e poeti che potevano contare della sua protezione. Ma la biblioteca lignea appare un capolavoro di magnificenza con i suoi intarsi in avorio che stupiscono di bellezza il visitatore.
Non rimasto noto nella storia dell'arte, l'architetto Ottavio Mascherino si è pur contraddistinto nel palazzo del Quirinale per questo autentico capolavoro che porta il suo nome, la Scala del Mascherino. Progettata alla fine del Cinquecento, presenta una scala a forma elicoidale che doveva portare agli appartamenti superiori. Con le sue maestose colonne in travertino ispirò il Borromini per una fedele replica più celebre a Palazzo Barberini.

Biblioteca del Piffetti

Scala del Mascherino

Fra i numerosi ospiti illustri accolti nella residenza si devono contare due personaggi storici, o meglio una presenza e una assenza.
Nel 1938 alla Loggia d'Onore venne ricevuto con tutti gli onori del suo grado Adolf Hitler, il quale rimase soddisfatto del suo soggiorno romano e della stanza dove poté ammirare alcuni busti degli imperatori romani. Per l'occasione nel Cortile d'Onore venne issata la bandiera del regime nazista.
Dall'epoca repubblicana la sala viene usata per la stampa dopo gli incontri tra politici e presidente.
L'assenza è quella riguardante Napoleone Bonaparte (1769-1821) che al momento della cattività di Papa Pio VII (1800-1823) era atteso a Roma, ma di fatto non arrivò mai.
Fra gli appartamenti allestiti per la sua figura, è presente la cosiddetta Sala della Musica, stanza che doveva servigli come camera da letto. Rispetto a tutte le altre molto pompose, quella di Napoleone seguiva i canoni neoclassici in un ambiente pulito e lineare. Fa la sua mostra un forte piano e sul soffitto un ritratto di Giulio Cesare mentre detta i "Commentari"; ma il volto del generale è in realtà quello di Napoleone stesso. Da questa sala avrebbe potuto avere una visione completa di Roma.

Sala della Musica

Si procede infine verso le sale maggiormente lussuose e scenografiche del Quirinale: la Sala degli Specchi, oggi utilizzata nelle udienze del Capo di Stato e nei giuramenti della Corte Costituzionale, in passato sala da ballo creata per volere della regina su ispirazione delle regge settecentesche. Le luci dei grandi lampadari di Murano si riflettono sui grandi specchi che si ripetono nelle pareti in stile rococò e intagli dorati. Tutto è volto a stupire e incantare.

Sala degli Specchi


Soffitto con fanciulle danzanti

Di seguito quindi il Salone delle Feste conosciuto attualmente per i grandi pranzi, cerimonie e il giuramento del nuovo governo. Nel periodo papale avveniva qui il Concistoro mentre in epoca monarchica usato anch'esso per i grandi balli indetti dalla regina Margherita.

"Ai balli Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito e con abiti sfarzosi, e piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito.
Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali.
E in questo modo si diffuse in Europa,oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita."¹


Salone delle Feste



Alla fine dell'Ottocento venne creato un palco per contenere un'orchestrina che doveva allietare i pranzi ufficiali della famiglia Savoia e dei loro ospiti di riguardo.
Va ricordato in ultimo che gran parte degli arredi del Quirinale sono stati depredati da collezioni di altre regge mentre altri mobili riconoscibili per lo stile un po' teatrale e disarmonico, rispecchiano il gusto della casata sabauda.
Oltre ai tesori racchiusi nelle sue stanze, il Quirinale vanta anche una collezione pregiata di 38.000 pezzi di porcellana provenienti da tutta Europa: la più numerosa riguardante la casa di Richard Ginori, altri dalle fabbriche viennesi, tedesche, parigine, inglesi, alcuni risalenti all'epoca di Luigi XV.



I giardini che aprono le loro porte ogni due giugno, si estendono su una superficie di circa quattro ettari, il cui primo impianto fu dovuto come si è già scritto al cardinale d'Este. È costituito da alte siepi, fontane e diviso in giardino all'italiana, francese e inglese (questo esclusivamente aperto il giorno della festa della Repubblica). Al suo interno è presente l'elegante edificio della Coffe House costruito nella prima metà del Settecento dal Fuga e che da allora funge per ricevimenti intimi per amici e politici.



Fontana delle Bagnanti trasportata dalla Reggia di Caserta

Coffe House

Gran parte dei giardini vennero però distrutti nel 1874 per far posto alle scuderie di cui i Savoia (non molto appassionati di cultura come lo erano invece della caccia) ricavarono spazi per collocarvi cavalli e carrozze che nel corso degli anni si trasformarono sempre più in simili automobili.

Carrozza degli Sposi




Con un ritorno al palazzo negli appartamenti stanziati al piano terra, vengono ultimate le visite con la Sala delle Udienze di Vittorio Emanuele II, ove avvenne l'ultimo storico, ultimo incontro nel 1875 fra Vittorio Emanuele II (1820-1878) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), rappresentato dal pittore e patriota Gerolamo Induno e la Sala del Re  dove sono invece esposti due ritratti, della regina Margherita (e il suo abito da ballo) e della regina Elena di Montenegro (1871-1952) moglie di Vittorio Emanuele III.







Di seguito con la Sala del Mappamondo e La Sala dei Presidenti si entra nell'archivio storico del Quirinale; da alcuni documenti attinenti allo Statuto Albertino fino al referendum del 1946, la carrellata delle foto degli ultimi presidenti fino alla Costituzione del 1948.






L'ultima pagina della Costituzione con le firme




La visita è molto lunga, si protrae per quasi due ore e mezza in cui si è guidati da un tirocinante di storia dell'arte (nel mio caso), e seguiti costantemente dal personale della sicurezza.
Avrei preferito una guida che conoscesse più la storia che l'arte affiché raccontasse qualche aneddoto, o stile di vita che si conduceva nelle varie epoche del palazzo; eppure, nonostante tutto, la bellezza e la grandiosità di tale monumento e il privilegio, che entrando senti immancabilmente, ripaga di tutto. Non è la fiaba che ti rimane negli occhi ma essere essere stata partecipe, in qualche modo, di vari pezzi di storia che di lì sono passati.






M.P.






¹ "La Regina Margherita", Romano Bracalini, Fabbri Editori



Le foto di A. Tommasi sono private.

venerdì 3 novembre 2017

"Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez


Quando la guardiana gli aprì la cella di Sierva María, Delaura sentì che il cuore gli scoppiava nel petto e che faticava a reggersi in piedi. Solo per sondare il suo amore di quel mattino domandò alla ragazzina se aveva visto l'eclissi. In effetti, l'aveva vista dalla terrazza. Non capì perché lui portasse una toppa sull'occhio se lei aveva guardato il sole senza protezione e stava bene. Gli raccontò che le monache l'avevano osservata in ginocchio e che il convento si era paralizzato finché i galli non avevano cominciato a cantare. Ma a lei non era sembrato nulla dell'altro mondo. Quel che ho visto è quel che si vede ogni notte disse.


©Appuntario

Chi ha letto "Romeo e Giulietta" di Shakespeare e non è rimasto ingannato dai luoghi comuni del sentimentalismo di un'opera ancora non molto compresa, può capire che la loro vicenda, un sentimento puro in un'epoca di degrado storico, è la storia più vecchia del mondo, proprio come questa raccontata da Màrquez
Dopo "Cent'Anni di Solitudine" e "L'Amore ai Tempi del Colera", "Dell'Amore e di altri Demoni" è il romanzo più intenso fra quelli letti dello scrittore colombiano, crudele e più provocatorio.
Pubblicato nel 1994, Gabriel García Màrquez (1927-2014) si ispirò  ad un'antica leggenda raccontatagli nell'infanzia e ad un fatto di cronaca di cui fu testimone.
Quaranta cinque anni prima, a Cartagena des Indias sulla costa settentrionale colombiana, Màrquez lavorava allora come reporter per un giornale del luogo, quando, per redigere un possibile articolo, venne incaricato di recarsi ad un ex convento dove si stava operando per la traslazione di alcune vecchie tombe di personaggi illustri o meno. Da una di queste, inaspettatamente, ne uscì un minuto corpo di duecento anni prima, logorato dal tempo ma che teneva ancora ben attaccata alla radice una folta chioma rossa dalla lunghezza smisurata. Da questo inverosimile episodio ne scaturì il libro.

Lo sfondo ha un ruolo rilevante quanto la trama stessa. Màrquez ci mostra una Cartegena des Indias durante il periodo coloniale spagnolo, con il suo importante porto da cui ricava il commercio degli schiavi neri e dove vige ancora l'Inquisizione. Una terra primordiale, esotica e caotica dove il sacro e il profano si confondono e si rincorrono in oscure negromanzie e grossolane solennità religiose nel mezzo di un mondo in decadenza e squallore, con i cani uccisi nelle strade per paura della rabbia, i palazzi dei nobili dove nulla delle antiche vestigia è rimasto e perfino nei più alti ambienti ecclesiastici tutto è rovina e macerie.
Una giovane dalla folta chioma rossa, Sierva María, figlia del marchese di Casalduero, allevata distante e distrattamente dai genitori, viene morsa da un cane ipoteticamente rabbioso e pur non dimostrandone alcun sintomo, è creduta malata dalla rabbia. Portata in un convento di suore clausura su consiglio del vecchio vescovo don Toribio, queste la credono posseduta dal demonio e non le risparmiano intimidazioni e soprusi incolpando di ogni minima irrilevanza la sua nefasta presenza.
Per esorcizzare la piccola dai demoni viene chiamato un giovane prete colto, l'unico a capirne in realtà l'innocenza e mancanza di affetti. Cayetano Delaura conquista la confidenze, le sofferenze e la bontà di Sierva María; tentando nel gesto estremo di salvarla, non riesce ad evitare la comparsa fra di loro del demone più forte e salvifico, l'amore.

"Señora Harris", Diego Rivera

La cornice settecentesca è un mirabile ricamo narrativo volto a marcare più nettamente il mondo esterno di Cartegena, la cui povera realtà richiama sentimenti aridi, ottusità, orrori, anacronismi con quello che invece sentono i giovani protagonisti. Pagine modellate dal loro crescente amore, innocente e libero dalle meschinità della società, dell'epoca; senza speranza e quindi vissuto con maggior forza.
Màrquez qui non ricorre agli usuali leitmotiv: le inondazioni, i combattimenti fra galli, circostanze bizzarre; c'è più realismo e meno magia, come nell'eclissi di sole che spaventa anche i più saggi della città, mentre nello sguardo di Sierva María appare tutto nella sua spontanea normalità.
Delaura, colpito dal raggio di sole, è costretto a portare una benda assecondando indiscutibili suggerimenti; guarisce alla rivelazione dell'amore.
La cecità, quale è invece il pregiudizio e l'ignoranza, mostrano quanto questa vicenda sia moderna in ogni tempo o spazio, ritrovabile nel più piccolo punto del mondo come nel più grande impero.
Ma non per questo vana. L'amore, infine, ne trascende ogni temporalità o geografia e non ultima anche la morte.

Lo guardò senza diffidenza e gli domandò perché non aveva la toppa sull'occhio. 
«Non ne ho più bisogno» disse lui, riconfortato «Adesso chiudo gli occhi e vedo una chioma  come fiume di oro.»


M.P.





Libro:

"Dell'Amore e di Altri Demoni", G.G.Màrquez, KK Edizioni