venerdì 13 ottobre 2017

"Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham


A volte lo divertiva che i suoi amici, siccome la sua faccia non esprimeva con molta vivezza le emozioni ed egli aveva modi piuttosto posati, lo credessero freddo, virile e ponderato. Lo ritenevano ragionevole e lodavano il suo buonsenso; ma Philip sapeva che la sua placidità d'espressione era solo una maschera, assunta inconsciamente, e aveva una funzione protettiva come la coloritura delle farfalle; e dal canto suo si stupiva della propria debolezza di volontà. Gli sembrava di essere scosso da ogni lieve emozione come una foglia al vento, e l'assalto delle passioni lo trovava inerme. Non aveva dominio di sé. Sembrava lo avesse solo perché era indifferente a molte cose che agitavano gli altri.




È diventato ormai usuale, per me, ritrovarmi ad ottobre e pensare di aver letto poco.
Quest'anno particolarmente, ma non ho mai raggiunto, come in questo lasso di tempo, la lettura di opere di una qualità così superiore. Leggerei anche di meno pur di trovare a confrontarmi con simili capolavori; alcuni noti, altri meno. Prima della fine dell'anno, infatti, ho in mente di riepilogare le varie letture, attraverso collegamenti fra gli autori, le tematiche, il contesto storico, e includerei, fra queste, senza ombra di dubbio "Schiavo d'Amore".
Il suo autore William Somerset Maugham (1874-1965) scriveva : "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te", e di significati in questo romanzo ne ho trovati molti, anzi una summa di tutte le sfumature della vita. Mi ha arricchito la mente e riempito il cuore, e con tutto il più sincero trasporto lo consiglio.
Non per questo "Schiavo d'Amore" o nel suo titolo originale "Of Human Bondage", è stato nominato fra i migliori romanzi in lingua inglese del XX secolo.
Rimaneggiato da un vecchio testo scritto durante il praticantato in medicina e ampliato quando lo scrittore era già famoso come commediografo; l'opera a suo dire non era "un'autobiografia, ma un romanzo autobiografico".
Pubblicato nel 1915, ebbe da subito un discreto successo nonostante fosse in atto la guerra, riscuotendo alti gradimenti in gran parte negli Stati Uniti.
Come per "Il Velo Dipinto" (1925) Maugham si era ispirato alla tragica figura di Pia de' Tolomei, nella seconda cantica di Dante Alighieri, per questo suo primo capolavoro prese spunto dalla quarta parte dell' "Etica" (1677) di Spinoza, ovvero il "De servitute humana", sulla trattazione delle emozioni e l'incapacità dell'uomo nel controllare passioni trascinanti nella schiavitù.
Eppure ciò è solamente un piccolo punto di quei tanti che compongono un libro che è un compendio sulla vita, la bellezza, l'arte, la letteratura, la filosofia; da leggere alla stessa maniera di quando si guarda un cielo stellato: con rassegnato silenzio sulle fragilità umane.


Scriverne la trama, di un romanzo così lungo e complesso nella sua vastità, è di difficile sintetizzazione, ancor di più se questo ti è piaciuto.
L'immaginaria vicenda personale di Philip Carey si svolge per lo più in Inghilterra, dal 1885 fino ai primi del Novecento circa, dove, nato nella buona borghesia, si ritrova a soli nove anni orfano di padre e madre. Il bambino viene quindi strappato dalla città londinese per essere accudito dagli zii materni nella parrocchia rigorista di Blackstable nel Kent.
Ma Philip è affetto dalla malformazione del piede equino, la cui vergogna gli procura una sorta di "estraniamento" dalla vita e timido e introverso, suole rifugiarsi nei libri e nella lettura di romanzi dalle terre e mari sconosciuti d'Oriente.
A tempo debito viene iscritto ad un prestigioso collegio dove poter intraprendere la strada per il sacerdozio come lo zio. Philip sentendosi fin troppo limitato dalla prospettiva, lascia la scuola per recarsi in Germania a studiare la lingua.
Tornato in Inghilterra inizia a lavorare come apprendista commercialista seguendo i consigli dello zio; eppure anche qui insoddisfatto dal lavoro e dai rapporti umani mancanti, si trasferisce a Parigi, estasiato dalla bellezza, dalla vita galante e bohémien; cominciando a studiare arte nel Quartiere Latino, quando l'astro nascente era allora l'Impressionismo.
Pur provando ancora imbarazzo per il suo difetto fisico, qui rafforza ulteriormente la sua cultura, la sua sete di conoscenza, il raffronto con la vita, confrontandosi con altri individui.
In una scena determinante, schiacciato da un futuro instabile, Philip chiede ad un vecchio poeta mancato, il quale riunisce alla sua corte ubriaconi e falliti, quale sia il senso della vita. Cronshaw dichiara che la risposta si trova in un tappeto persiano, e alla richiesta di ulteriori spiegazioni, il vecchio ribadisce: «La risposta non vale se non la trovi da solo.»
Nonostante gli sforzi perseguiti chiude definitivamente la carriera d'artista e ritornando una seconda volta a Londra, imbocca alla Facoltà di Medicina.
Conosce il momento più basso della sua vita, quando incontra Mildred Rogers, una cameriera di volgari origini, appena carina e non molto intelligente.
Si lega a lei di una passione degradante, che sfocia nel masochismo: la sente vicina a lui, poi lontana, andare con altri uomini, ritornare a lui incinta di un altro, pagarle vacanze, vestiti, alloggi, addirittura regalarle i soldi per vivere con un uomo, sempre sperando in un possibile pentimento, sempre  sperando che nel vederlo umile e sottomesso, lo avrebbe in seguito ricambiato dello stesso amore.
In un impeto d'ira verso Philip, Mildred strappa il tappeto persiano regalatogli da Cronshaw, al cui interno si celava il senso della vita.
Oppresso dalla mancanza di soldi andati via per Mildred, dalle ferite di un amore malato, da una serie di investimenti finanziari sbagliati durante la guerra anglo-boera, si riduce nella più assoluta povertà.
Abbandona gli studi da medico e il sogno di terre e mari sconosciuti; è costretto a lavorare come commesso in una ditta d'abbigliamento ma proprio nella condizione più abietta e disperata che Philip, trovandosi un giorno al British Museum, in mezzo ad una folla dai visi e dalle personalità più varie, tra le bellezze e le antichità del museo, si rivela d'improvviso il senso della vita.
Libero da moralismi, dalle pulsioni umane, dai concetti formali e dalla felicità, scopre la vera esistenza umana, nel suo disegno più facile.

"Schiavo d'Amore" (1934), regia di John Cromwell
con Leslie Howard e Bette Davis

Quel che ci mostra Maugham è la storia di un'iniziazione alla vita, non nel pieno della giovinezza, come è stato più volte scritto, ma in una maturità più ponderata, una presa di coscienza più definita.
Il difetto fisico del protagonista, le sue incertezze e debolezze non tolgono nulla alla vita, anzi ne danno valore, come pure la letteratura, l'arte e la filosofia, di cui sono imbevute le pagine, non evitano all'uomo le cadute, i fallimenti, bensì favoriscono un sostegno per rendere più tollerabile la vita.
La maestria dello scrittore inglese è nel suo "saper raccontare", con uno stile narrativo semplice e diretto, entrando nei meandri dei conflitti interni, nell'esplorazione della psiche umana e nell'immedesimazione col lettore.
Quest'ultimo cresce insieme al protagonista, seguendone pensieri ed azioni come se fossero propri, trovandosi spiazzato davanti alla crudeltà e al cinismo di eventi e personaggi.
Anche l'amore che benché prenda molta parte del libro, ha qui un ruolo marginale e messo a confronto con quello passionale con Mildred e quello più saggio ed equilibrato nelle pagine conclusive.
Al tempo stesso Philip con la sua vicenda e indole, viene presentato agli antipodi del classico uomo di fine Ottocento. La sua ribellione dà un calcio non scontato alle sicurezze di un'epoca che si reggeva su labili convenzioni ed interessi, su rigide progettualità e chimere. E poco più in là il mito della felicità.
Su questa sono stati scritti trattati, romanzi; uomini antichi e moderni hanno espresso il loro pensiero, una via possibile per il raggiungimento; hanno propinato per anni la sua ricetta e lo Stato ha affermato che ogni essere umano debba goderne. Ma la felicità non è l'ultima delle grandi illusioni umane?
In un ultimo sfregio agli ideali, i doveri e le aspettative di un sistema sociale, la storia di Philip Carey è un'accettazione della sconfitta, l'unica per arrendersi alla felicità; ma una sconfitta migliore di molte vittorie.

"Era questo che desiderava più di ogni cosa al mondo. Cosa gliene importava della Spagna e delle sue città, Cordova, Toledo, León? Cos'erano per lui le pagode birmane e le isole dei Mari del sud?
La felicità era qui, ora. Aveva rincorso per tutta la vita ideali che altri, con le parole o con gli scritti, gli avevano inculcato, e mai aveva seguito i desideri del suo cuore. Sempre il suo cammino era stato dominato da ciò che credeva di dover fare e mai da ciò che desiderava realmente con tutta l'anima."




M.P.




Libro:

"Schiavo d'Amore", W.S. Maugham, Adelphi 

2 commenti:

  1. Bellissima recensione! E' chiaro che questo romanzo ti ha affascinata, traspare dalle tue parole.
    Ho sempre pensato che leggere tanto non equivalga a leggere bene. Anche io spesso mi trovo agli ultimi mesi dell'anno a pensare che avrei voluto leggere di più, ma sono felice di aver affrontato alcune letture magari un po' ostiche, che hanno richiesto tempo e concentrazione più di altre. Penso che, alla fine, quanto si legge non conta, conta ciò che un libro ci trasmette e ci insegna :)

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    1. Sicuramente Patty...Quando un libro ti lascia così tanto nell'animo e nella tua mente, è riuscito nel suo compito.

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