lunedì 23 ottobre 2017

"Benedizione" di Kent Haruf


Le persone non vogliono essere disturbate. Vogliono rassicurazioni. Non vengono in chiesa la domenica mattina per pensare a idee né tanto meno a quelle vecchie e importanti. Vogliono sentirsi ripetere quello che gli è sempre stato detto, soltanto con qualche piccola variazione, poi vogliono tornare a casa a mangiare l'arrosto di manzo e dire che è stata proprio una bella funzione e sentirsi soddisfatti.


Clifford Harper

E così mi sono trovata, per caso, anche io in una delle letture più popolari, soprattutto in Italia, nell'ultimo decennio del XXI secolo.
Lo scrittore americano Kent Haruf (1943-2014), con i suoi ormai noti quattro romanzi, è riuscito ad imporsi in una parte non indifferente della letteratura mondiale. Il "fenomeno Holt" non ha riguardato unicamente, un successo di vendite, ma ne ha aggiunto una bella fetta di pubblicità e promozione nei social, come nelle riviste ed è stata realizzata perfino una mappa dell'immaginaria città e anche un flash mob.
Dopo anni in cui le grandi metropoli avevano rappresentato il sogno americano, Kent Haruf ha spostato la centralità da esse a un ritorno del paesaggio rurale americano.
Credevo di riscontrare in "Benedizione" (2013) una letteratura forte, di ribellione, simile a quelle vecchie voci di Sherwood Anderson e Hemingway che si propagavano nell'America della prima metà del Novecento; di sentimenti intensi e fughe da un mondo stretto e conforme.
Invece mi sono imbattuta in una narrativa silenziosa e minimalista, dove tutto pensavo di scoprire tranne la religione. O meglio una religiosità impercettibile eppure sperata e mai conquistata, di chi non si rassegna alle angustie quotidiane, al ricordo e a quelle malcelate tristezze interiori.


L'irreale contea di Holt che si estende nella brulla provincia del Colorado Orientale, in prossimità della capitale di Denver, è lo sfondo solitario dove si appresta a trascorrere la sua ultima estate un vecchio cittadino, Dad Lewis. Malato senza speranza, viene accudito dalla propria moglie Mary e dalla figlia Lorraine che cercano di rendergli il trapasso più confortevole; con amore e compassione verso un corpo che ha amato ed è stato amato.
Intorno alla vicenda centrale, assistiamo alla vita quotidiana e in apparenza monotona della cittadina, dove inquietudini e dolori, più che drammi, si nascondono negli animi e nel passato di una ristretta parte della comunità: figli e amori perduti, rancori repressi, aspirazioni deluse; tutti a malapena affermati e su tutti incombe una malinconia sconfinata.
Holt sospende la sua tranquillità quando sopraggiunge il nuovo pastore, dal passato chiacchierato, che con l'ultimo sermone destabilizza la pacificità degli abitanti, attraverso un lungo discorso sull'insegnamento più importante lasciato dal Signore: "amare i propri nemici".
Pur avendo una narrativa atemporale, dal racconto si notano riferimenti ai nostri anni e nel particolare la storia si svolge all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle.
La conclusione arriva non sciogliendo nessun dubbio, nessuna sofferenza, ma dando la possibilità di aggrapparsi, guardando fuori dalla finestra, all'alternanza dei giorni, delle stagioni, dei diversi fenomeni atmosferici; cercando insomma di accostarsi all'inspiegabilità di una forza superiore: la fede.

Clifford Harper

Il libro è stato scovato da mia sorella in una bancarella, con un colpo di fortuna a cinque euro.
Non sto qui a ripetere del crescente aumento del prezzo del libro, ma a sottolineare quanto sarebbe stato più apprezzabile aggiungere insieme al costo di copertina una più ampia biografia sull'autore e una prefazione.
Ecco il perché.
La religione è il motivo caratterizzante dell'intera produzione di Haruf; non per questo i titoli originali sono stati presi da dei canti ecclesiastici.
Sapevo di una certa letteratura americana imperniata su questa tematica, quella della Southern Literature, benché questa prima soluzione non mi sembrava la più efficace nello spiegare il perché  di tanta religiosità. Poi addentrandomi nella vita dello scrittore ho scoperto che fosse figlio di un pastore itinerante metodista¹. Forse assorbì gli insegnamenti del padre: divenne obiettore di coscienza durante la guerra in Vietnam e fu sempre schivo e riservato nella popolarità crescente.
La provocazione del pastore Ley, contro la guerra, è un modo per affermare la sua posizione su una questione che diciassette anni fa come oggi, è ancora attuale in America.
Lodevoli sono invece le parti dedicate alle descrizioni sulla dignità della morte, sulla pietà e amore verso il prossimo.
La prosa è asciutta, libera da orpelli, rapido ed esente del virgolettato nel discorso diretto; una scrittura a cui (forse) avrebbe potuto approdare Hemingway se fosse sopravvissuto, ma con più poesia.
Ho reputato infine "Benedizione" un buon libro contemporaneo, controcorrente, ricco di stimoli nuovi e capace al tempo stesso di tornare indietro; certo comunque lontano dal grande capolavoro.

M.P.




¹Movimento di risveglio religioso nell'Inghilterra del XVI secolo, diffuso poi in America.



Libro:

"Benedizione", K. Haruf, NN Editore




venerdì 13 ottobre 2017

"Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham


A volte lo divertiva che i suoi amici, siccome la sua faccia non esprimeva con molta vivezza le emozioni ed egli aveva modi piuttosto posati, lo credessero freddo, virile e ponderato. Lo ritenevano ragionevole e lodavano il suo buonsenso; ma Philip sapeva che la sua placidità d'espressione era solo una maschera, assunta inconsciamente, e aveva una funzione protettiva come la coloritura delle farfalle; e dal canto suo si stupiva della propria debolezza di volontà. Gli sembrava di essere scosso da ogni lieve emozione come una foglia al vento, e l'assalto delle passioni lo trovava inerme. Non aveva dominio di sé. Sembrava lo avesse solo perché era indifferente a molte cose che agitavano gli altri.




È diventato ormai usuale, per me, ritrovarmi ad ottobre e pensare di aver letto poco.
Quest'anno particolarmente, ma non ho mai raggiunto, come in questo lasso di tempo, la lettura di opere di una qualità così superiore. Leggerei anche di meno pur di trovare a confrontarmi con simili capolavori; alcuni noti, altri meno. Prima della fine dell'anno, infatti, ho in mente di riepilogare le varie letture, attraverso collegamenti fra gli autori, le tematiche, il contesto storico, e includerei, fra queste, senza ombra di dubbio "Schiavo d'Amore".
Il suo autore William Somerset Maugham (1874-1965) scriveva : "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te", e di significati in questo romanzo ne ho trovati molti, anzi una summa di tutte le sfumature della vita. Mi ha arricchito la mente e riempito il cuore, e con tutto il più sincero trasporto lo consiglio.
Non per questo "Schiavo d'Amore" o nel suo titolo originale "Of Human Bondage", è stato nominato fra i migliori romanzi in lingua inglese del XX secolo.
Rimaneggiato da un vecchio testo scritto durante il praticantato in medicina e ampliato quando lo scrittore era già famoso come commediografo; l'opera a suo dire non era "un'autobiografia, ma un romanzo autobiografico".
Pubblicato nel 1915, ebbe da subito un discreto successo nonostante fosse in atto la guerra, riscuotendo alti gradimenti in gran parte negli Stati Uniti.
Come per "Il Velo Dipinto" (1925) Maugham si era ispirato alla tragica figura di Pia de' Tolomei, nella seconda cantica di Dante Alighieri, per questo suo primo capolavoro prese spunto dalla quarta parte dell' "Etica" (1677) di Spinoza, ovvero il "De servitute humana", sulla trattazione delle emozioni e l'incapacità dell'uomo nel controllare passioni trascinanti nella schiavitù.
Eppure ciò è solamente un piccolo punto di quei tanti che compongono un libro che è un compendio sulla vita, la bellezza, l'arte, la letteratura, la filosofia; da leggere alla stessa maniera di quando si guarda un cielo stellato: con rassegnato silenzio sulle fragilità umane.


Scriverne la trama, di un romanzo così lungo e complesso nella sua vastità, è di difficile sintetizzazione, ancor di più se questo ti è piaciuto.
L'immaginaria vicenda personale di Philip Carey si svolge per lo più in Inghilterra, dal 1885 fino ai primi del Novecento circa, dove, nato nella buona borghesia, si ritrova a soli nove anni orfano di padre e madre. Il bambino viene quindi strappato dalla città londinese per essere accudito dagli zii materni nella parrocchia rigorista di Blackstable nel Kent.
Ma Philip è affetto dalla malformazione del piede equino, la cui vergogna gli procura una sorta di "estraniamento" dalla vita e timido e introverso, suole rifugiarsi nei libri e nella lettura di romanzi dalle terre e mari sconosciuti d'Oriente.
A tempo debito viene iscritto ad un prestigioso collegio dove poter intraprendere la strada per il sacerdozio come lo zio. Philip sentendosi fin troppo limitato dalla prospettiva, lascia la scuola per recarsi in Germania a studiare la lingua.
Tornato in Inghilterra inizia a lavorare come apprendista commercialista seguendo i consigli dello zio; eppure anche qui insoddisfatto dal lavoro e dai rapporti umani mancanti, si trasferisce a Parigi, estasiato dalla bellezza, dalla vita galante e bohémien; cominciando a studiare arte nel Quartiere Latino, quando l'astro nascente era allora l'Impressionismo.
Pur provando ancora imbarazzo per il suo difetto fisico, qui rafforza ulteriormente la sua cultura, la sua sete di conoscenza, il raffronto con la vita, confrontandosi con altri individui.
In una scena determinante, schiacciato da un futuro instabile, Philip chiede ad un vecchio poeta mancato, il quale riunisce alla sua corte ubriaconi e falliti, quale sia il senso della vita. Cronshaw dichiara che la risposta si trova in un tappeto persiano, e alla richiesta di ulteriori spiegazioni, il vecchio ribadisce: «La risposta non vale se non la trovi da solo.»
Nonostante gli sforzi perseguiti chiude definitivamente la carriera d'artista e ritornando una seconda volta a Londra, imbocca alla Facoltà di Medicina.
Conosce il momento più basso della sua vita, quando incontra Mildred Rogers, una cameriera di volgari origini, appena carina e non molto intelligente.
Si lega a lei di una passione degradante, che sfocia nel masochismo: la sente vicina a lui, poi lontana, andare con altri uomini, ritornare a lui incinta di un altro, pagarle vacanze, vestiti, alloggi, addirittura regalarle i soldi per vivere con un uomo, sempre sperando in un possibile pentimento, sempre  sperando che nel vederlo umile e sottomesso, lo avrebbe in seguito ricambiato dello stesso amore.
In un impeto d'ira verso Philip, Mildred strappa il tappeto persiano regalatogli da Cronshaw, al cui interno si celava il senso della vita.
Oppresso dalla mancanza di soldi andati via per Mildred, dalle ferite di un amore malato, da una serie di investimenti finanziari sbagliati durante la guerra anglo-boera, si riduce nella più assoluta povertà.
Abbandona gli studi da medico e il sogno di terre e mari sconosciuti; è costretto a lavorare come commesso in una ditta d'abbigliamento ma proprio nella condizione più abietta e disperata che Philip, trovandosi un giorno al British Museum, in mezzo ad una folla dai visi e dalle personalità più varie, tra le bellezze e le antichità del museo, si rivela d'improvviso il senso della vita.
Libero da moralismi, dalle pulsioni umane, dai concetti formali e dalla felicità, scopre la vera esistenza umana, nel suo disegno più facile.

"Schiavo d'Amore" (1934), regia di John Cromwell
con Leslie Howard e Bette Davis

Quel che ci mostra Maugham è la storia di un'iniziazione alla vita, non nel pieno della giovinezza, come è stato più volte scritto, ma in una maturità più ponderata, una presa di coscienza più definita.
Il difetto fisico del protagonista, le sue incertezze e debolezze non tolgono nulla alla vita, anzi ne danno valore, come pure la letteratura, l'arte e la filosofia, di cui sono imbevute le pagine, non evitano all'uomo le cadute, i fallimenti, bensì favoriscono un sostegno per rendere più tollerabile la vita.
La maestria dello scrittore inglese è nel suo "saper raccontare", con uno stile narrativo semplice e diretto, entrando nei meandri dei conflitti interni, nell'esplorazione della psiche umana e nell'immedesimazione col lettore.
Quest'ultimo cresce insieme al protagonista, seguendone pensieri ed azioni come se fossero propri, trovandosi spiazzato davanti alla crudeltà e al cinismo di eventi e personaggi.
Anche l'amore che benché prenda molta parte del libro, ha qui un ruolo marginale e messo a confronto con quello passionale con Mildred e quello più saggio ed equilibrato nelle pagine conclusive.
Al tempo stesso Philip con la sua vicenda e indole, viene presentato agli antipodi del classico uomo di fine Ottocento. La sua ribellione dà un calcio non scontato alle sicurezze di un'epoca che si reggeva su labili convenzioni ed interessi, su rigide progettualità e chimere. E poco più in là il mito della felicità.
Su questa sono stati scritti trattati, romanzi; uomini antichi e moderni hanno espresso il loro pensiero, una via possibile per il raggiungimento; hanno propinato per anni la sua ricetta e lo Stato ha affermato che ogni essere umano debba goderne. Ma la felicità non è l'ultima delle grandi illusioni umane?
In un ultimo sfregio agli ideali, i doveri e le aspettative di un sistema sociale, la storia di Philip Carey è un'accettazione della sconfitta, l'unica per arrendersi alla felicità; ma una sconfitta migliore di molte vittorie.

"Era questo che desiderava più di ogni cosa al mondo. Cosa gliene importava della Spagna e delle sue città, Cordova, Toledo, León? Cos'erano per lui le pagode birmane e le isole dei Mari del sud?
La felicità era qui, ora. Aveva rincorso per tutta la vita ideali che altri, con le parole o con gli scritti, gli avevano inculcato, e mai aveva seguito i desideri del suo cuore. Sempre il suo cammino era stato dominato da ciò che credeva di dover fare e mai da ciò che desiderava realmente con tutta l'anima."




M.P.




Libro:

"Schiavo d'Amore", W.S. Maugham, Adelphi 

venerdì 6 ottobre 2017

Dietro la pittura : la rabbia e la fierezza di Artemisia Gentileschi


"Una delle prime donne che sostennero colle parole e con le opere il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito tra i sessi." ("Artemisia", Anna Banti)


Sullo stupro dicono sia un male atavico che poggia le sue origini in culture diverse dalla nostra.
No, non è vero.
Nella Bibbia lo stupro era unicamente un reato contro la proprietà, perché la donna non figurava nient'altro che tra il patrimonio di un uomo. Nella Grecia classica i grandi filosofi asserivano l'inferiorità fisica e mentale delle donne, fino a perdersi nel mito quando Aiace Oileo violenta Cassandra nel tempio di Atena. La dea non si scompone sulla violenza subita subita dalla donna ma alla profanazione del suo simulacro. Erano le leggi dello Stato ad avere maggiore importanza, quando venivano trasgredite, che le vittime; la comunità ad essere offesa che il singolo. Nell'antica Roma questo non era considerato un crimine se compiuto in battaglia dai vincitori sulle donne dei vinti o se seguito da un matrimonio. A Roma non si potevano uccidere le vergini, ma l'uomo sapeva come aggirare la situazione.
Leggendo "Cassandra" della scrittrice tedesca Christa Wolf e l'interessante intervento di una signora nella pagina social del blog (e che ringrazio ancora), ho scoperto un mondo di cui ignoravo l'esistenza.
Quello delle popolazioni dell'Asia Minore, anticamente caratterizzate da una società matriarcale, passate al corrispettivo maschile con l'insediamento dei greci.
La distruzione di Troia o delle città affini, portò all'annientamento di civiltà antiche e soprattutto alla
diffusione di quella politica degli uomini greci fatta di violenza, religione, potere.
La donna è stata per secoli minacciata ancor più che dalle violenze, dall'impossibilità di realizzarsi come un essere umano indipendente, di usufruire liberamente e secondo coscienza del proprio corpo e della propria intelligenza. L'uomo ha visto (e ne continua a vedere) un pericoloso rivale nella lotta per la sua affermazione di dominio e controllo.
La vicenda drammatica di Artemisia Gentileschi (1597-1652) fu un fatto che sconvolse l'opinione pubblica nel XV secolo; portato in lungo processo sotto Papa Paolo V, ma puramente discusso come un mero pettegolezzo conclusosi fra l'ilarità e la crudeltà.
Fu riesumato dalla storia solamente a distanza di secoli, e quando il genio della pittrice italiana inconfutabilmente riconosciuto.
E la tragicità vissuta accompagnò molte delle sue opere; con rabbia e fierezza di tocchi di colore del pennello sulla tela.

"Susanna e i Vecchioni" (1610)

"Susanna e i Vecchioni" venne realizzata nel 1610, un anno prima dell'aggressione. Per molto tempo l'opera ha fornito controversie per quanto riguardava la sua attribuzione e questo dubbio si era fossilizzato negli anni a causa della giovane età della pittrice (allora tredicenne) ma più probabilmente per i pregiudizi che i critici d'arte (materia allora in appannaggio esclusivo all'uomo), mostravano nei confronti del grande talento pittorico della donna pittrice o della donna in generale.
L'essenziale composizione del dipinto esalta tutta la drammaticità del tema, nei colori e nelle sue forme.
Artemisia riprese il soggetto da una delle storie bibliche più conosciute, estrapolata dal libro del profeta Daniele : quello della bella Susanna irretita dai due giudici di Babilonia e poi da questi denunciata di immoralità per la collera di non essere riusciti nel loro perverso intento.
La tematica presentava numerosi precedenti pittorici, da Lotto a Reni, Tintoretto, Rubens; un po' per edificare il popolo e un po' per soddisfare gli occhi di committenti voyeur, ma in quel 1610 a riproporre la vicenda della casta Susanna fu la mano e il pensiero creativo di una donna.
Nel quadro non ci sono luoghi ameni e lussureggianti, non sono presenti vesti colorate, gemme o qualsiasi altro ornamento. C'è un cielo presago sotto cui si stagliano, ingombranti, due figure maschili intente a confabulare alle spalle di una Susanna sorpresa al bagno e inorridita ai sussurri lascivi dei due. Gli uomini non sono raffigurati nell'età più anziana, come nelle precedenti versioni, ma esprimono dal corpo possente una una certa virilità contro la purezza delle bianche membra della donna.
L'accuratezza anatomica, la veridicità dell'elaborazione confluiscono in una espressività drammatica che non ha trascorsi. Non si può sapere se già all'epoca la Gentileschi abbia subito degli approcci non graditi, ma il viso voltato da una parte e le braccia alzate in alto ne evidenziano il disgusto e la repulsione; visti con gli occhi di una donna.

"Le sue armi furono: dipinger sempre più risentito e fiero, con ombre tenebrose, luci di temporale, pennellate come fendenti di spada." Ibidem

L'opera che testimonia, nero su bianco, la dolorosa vicenda della Gentileschi, lasciata ai posteri, è la sua "Giuditta che decapita Oloferne". Concepita proprio durante il processo nel 1612 e pensata dai critici come una rivalsa nei confronti dell'aggressione e del suo violentatore, ancora sorprende per l'innata comunicatività dei volti dei protagonisti e la vigoria dell'azione.
Anche questa di Giuditta presa in prestito dalla Bibbia, fu illustrata in passato da vari artisti affascinati dal potere che questa donna ebbe sul più forte degli uomini : la bella e ricca vedova di una Betulia sotto assedio dalle truppe nemiche del generale Oloferne, sotto il regno di Nabucodonosor, uccide senza paura il grande nemico, portando la salvezza al suo popolo.
Come nella "Susanna" anche questa riproduzione vanta una forma stilistica essenziale, non ricca di elementi decorativi e quindi più vicina alla realtà che in un tempo lontano.
In una probabile camera del generale, Giuditta è presentata mentre affonda con determinazione la spada nella gola di Oloferne, aiutata dalla sua ancella (qui giovane rispetto in altri dipinti) che tenta di controllare la difesa dell'uomo, appena destato dal sonno: il suo viso è di chi è stato sorpreso in un avvenimento che non poteva prevedere. Ma ogni ribellione è vana; il suo sangue sgorga sul bordo del letto.

"Giuditta che decapita Oloferne" (1612-13)

Altri prima di lei si erano concentrati sulla bellezza e sul coraggio del personaggio; la Gentileschi aggiunge la fermezza e l'autocoscienza del proprio ruolo.
L'opera è un movimentato intreccio di braccia, concentrazione, muscoli tesi e contrasti tra luci e oscurità.
Durante il processo, l'aggressore Agostino Tassi (1580-1644), noto paesaggista romano,si difese sostenendo che la giovane era stata consenziente, ingiuriandola di vita promiscua e dimostrandone il fatto di essere stata per molti mesi sua amante.
Artemisia si appellò alla propria innocenza e ingenuità, sottoponendosi perfino allo stritolamento dei pollici, tortura usata per estorcere la verità, che, e questo la donna lo sapeva bene, avrebbe potuto danneggiarle le dita.
I giudici condannarono il Tassi ad un allontanamento da Roma di cinque anni, poi ridotti a due e infine la sentenza venne completamente ignorata. Tassi poteva vantare Scipione Borghese (nipote del Papa) come protettore.
L'ingiustizia subita segnò tristemente la vita di Artemisia Gentileschi e la portò a sfogare il suo mancato diritto, ancora prima nell'arte, nel lavoro, instancabilmente fino alla morte.
Si comprende bene quanto la storia biblica di Giuditta abbia stimolato il ferito amor proprio della giovane pittrice.
Ma il sangue di quell'Oloferne che zampillando macchia il letto, non potrà che fornire alla donna, una possibile rinascita, e non solo intellettuale.



M.P.





Fonte :

"Le grandi donne del Rinascimento italiano",  Marcello Vannucci, Newton e Compton Editori

Libro :

"Artemisia", Anna Banti