mercoledì 13 dicembre 2017

"L'Età dell'Innocenza" di Edith Wharton


A quell'epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima strada, di un nuovo teatro dell'Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d'oro un po' logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l'avevano cara perché, piccola e scomoda com'era, non costituiva un richiamo per la gente nuova che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla.

"L'Età dell'Innocenza" (1993), Martin Scorsese

Era mancato poco che nel 1921 la Wharton non riuscisse a prendere il Pulitzer.
Ancora una volta era un uomo ad essere il favorito e la famosa scrittrice americana superò per un soffio il contendente maschile, così da divenire la prima donna della storia a vincerlo.
Alcuni dissero che non poteva essere altrimenti, perché quel romanzo che fece la sua fortuna e che spopolò nei primi Anni Ruggenti del Novecento, richiamava alla memoria degli americani un mondo o un modo di vivere che la Prima Guerra Mondiale aveva spazzato via per sempre tanto che di esso non era rimasto nessuna traccia nelle giovani generazioni.
"L'Età dell'Innocenza" è un romanzo senza tempo, uno di quelli che si rileggono più volte e che non conosce fine o noia.
Al momento della pubblicazione, nel 1920, Edith Wharton (1862-1937) era già una conosciuta ed amata scrittrice con alle spalle un'esistenza vissuta controcorrente e ribelle ai dettami della casta a cui apparteneva; coraggiosa nella penna come durante la guerra.
Forse, nemmeno si può adattare la parola "romanzo" a questo titolo visto più come un grande affresco ricco si simbologie, scenari oleografici, sottili dettagli metaforici celati in piccoli gesti, negli ampi abiti delle dame come nei fiori all'occhiello dei gentiluomini e negli ambienti dorati della ristretta alta società americana.
Nessun autore ha riportato in vita quel momento ottocentesco con tanta eleganza e sensibilità come la Wharton, ricreando quelle atmosfere borderline di seduzione e innocenza care a Madame de La Fayette come a Flaubert.
E questo capolavoro letterario si apre come attraverso un gioco emotivo della sua autrice, in bilico anche lei fra la condanna di un mondo tramontato e il suo rimpianto.
Questo è il secondo incontro con la Wharton, dopo la tiepida lettura di "Gli Sguardi della Luna" in estate. La seconda rilettura invece dell'"L'Età dell'Innocenza" (la prima avvenne anni prima), è stata determinata dalla bellissima recensione di Sara Antonelli, ascoltata sul portale di Rai Letteratura.
Le sue parole scelte con cura per rendere al meglio la trama del libro e il momento storico, mi hanno così convinto a riprendere in mano la lettura.


La vicenda si apre nel 1870, in America, coprendo un lasso di tempo di circa trentatré anni.
La New York di quell'epoca, pur glorificandosi del proprio status democratico e libero, aveva prodotto un modus vivendi nelle più alte sfere della società che si allineava nella sua etica ai sistemi elitari e conservatori della più stretta aristocrazia. 
Come espresso nel belllissimo incipit del libro, questa rindondate e vana classe era costituita da abbienti uomini la cui ricchezza, consolidata grazie alle fortune degli antichi avi, permetteva e faceva godere loro di un'immobilità fisica, spirituale e culturale tale da non volersi mischiare con i nuovi borghesi e con il modernismo che sembrava soffiare con sempre, maggiore costanza da oltreoceano.
Newland Archer giovane avvocato, modello perfetto di questo intricato ordine, sta per sposarsi con la più bella ragazza di New York, May Welland, fresca ma vuota, appartenente ad una delle famiglie più antiche del posto. L'unione portata avanti da anni dai rispettivi nucli familiari, viene improvvisamente disturbata dall'arrivo della cugina della promessa sposa Ellen Olenska.
Maritata ad un conte polacco la Olenska è fuggita da un'esistenza, seppur culturalmente brillante, offuscata dalla condotta disgraziata del coniuge; tornata in patria è mal sopportata dai parenti che vedono in lei non una vittima ma l'inizio di uno scandalo sociale, di un pericoloso rovesciamento dei dettami morali del sistema.
Newland si innamora di questa donna "diversa" dalle altre, che ha conosciuto la vita al di là di un ambiente refrattario e omertoso; riesce ad intravedere, attraverso lei, la realtà con la sua insicurezza ed impotenza sotto strati di cinismo e false innocenze.
Eppure, nonostante il vero e forte sentimento che lo lega ad Ellen è incapace ad uscir fuori da quel mondo protetto e sicuro e accentando il suo destino, rimane ultimo sopravvissuto di un'età in fase di decadenza.

Il concetto predominante per la Wharton è la rievocazione di un passato (di cui lei stessa aveva fatto parte) che l'America spinta prima dalla guerra poi dalla fascinazione del pensiero europeo, aveva dimenticato. Questo aveva portato similitudini con l'era vittoriana: una classe chiusa, dove più che l'individuo contava la solidarietà del gruppo, delle relazioni di sangue e dei rapporti coniugali, votata al culto dell'apparenza dove dispiaceri e sofferenze non si vivevano e nemmeno potevano essere menzionate. Una netta divisione tra l'universo maschile improntato nell'ozio, nel pettegolezzo e nell'ipocrisia mentre il corrispettivo femminile assicurato ad un'immagine eternamente ingenua e conservatrice del primordiale ruolo di sposa e madre.

Edith Wharton

La scrittrice tratteggia con maestria ripetute visioni di rituali di nozze, annuali balli nel grande salone dei Beaufort, oggetti che hanno una relaziona significativi con i vari personaggi, le eleganti cene che non dovevano iniziare troppo tardi, gli abiti che acquistati venivano messi da parte per due anni perché era sconveniente vestire all'ultima moda... E due protagonisti che vivendo la loro passione escono fuori dal collettivo e per questo vengono puniti.
La parte più nobile è affidata a Madame Olenska, l'unico personaggio vivo del romanzo, che si arrischia ad una vita indipendente, libera dalle suggestioni e da un'età che è definita dell'innocenza perché non è matura, non può essere reale.
Mi ha stupito il modo di raccontare tutto questo della Wharton, come se biasimasse e al tempo stesso giustificasse questo mondo che non diede spazio al trasporto dei sentimenti, alla ricerca dell'individualità umana.  Nelle ultime pagine il rancore anzi svanisce per far posto alla nostalgia di un tempo trascorso in fretta.
Questa dicotomia così misteriosa e bizzarra accompagnò molti dei suoi romanzi e parallelamente la vita, tanto che anni dopo la sua morte, il personaggio di Edith Wharton aleggiò tra i critici o come una scrittrice ottocentesca o come la precorritrice del romanzo del XX secolo.
Io preferisco pensare che fosse a conoscenza dei vari cambiamenti di epoche che ineluttabilmente portano via con sé mondi, uomini e valori, per ricostruirne altri a cui noi non sempre è dato da comprendere.


M.P.







Libro:

"L'Età dell'Innocenza", E. Wharton, Tea Due



mercoledì 29 novembre 2017

I notturni di John Atkinson Grimshaw


Con la fine di novembre e l'arrivo di dicembre, il paesaggio urbano cambia notevolmente il suo aspetto. Non ci sono più i caldi raggi di settembre che come riflettori scenografici seguono il nostro cammino e invogliano la nostra mente ai buoni propositi per affrontare la stagione più faticosa né i bei colori di ottobre che con le loro sfumature dipingono come quadri squarci di mondo.
Si assiste ad un cambiamento radicale con forti venti, piogge consistenti, panorami lunari con alberi spogli e secchi, poca vegetazione e di notte, soprattutto, l'oscurità con la debole luce della luna rende il tutto misterioso e distante.
Proprio in questa conversione che precede il periodo delle nevi o delle gelate che mi ritrovo in affinità con i visionari dipinti del pittore inglese John Atkinson Grimshaw (1836-1893), un artista autodidatta che nell'era vittoriana ha saputo magistralmente realizzare nelle sue opere, atmosfere ricche di realismo e insieme di suggestioni, mistero e romanticismo; un connubio di ciò che guardiamo fuori e dentro di noi.



Si conosce poco della vita di Grimshaw; questo è dovuto al fatto che mentre gli artisti coevi hanno lasciato testimonianze e lettere, del pittore inglese non abbiamo nulla. Gran parte delle sue opere sono inoltre possedute da collezionisti privati e del loro passaggio da questo a quest'altro collezionista  non ci è dato sapere.
La parabola di John Atkinson Grimshaw fu però breve: nato a Leeds presso una famiglia battista, nel 1861 abbandonò il lavoro da impiegato presso le ferrovie per dedicarsi alla pittura e non seguendo nessun maestro e nessuna scuola, si aiutò attraverso la fotografia.
Un anno dopo partecipò ad una prima mostra con lavori semplici come nature morte, addentrandosi nel fairy painting, allora in voga, in ritratti di donne affascinanti, ma il suo stile divenne riconoscibile e ricercato soprattutto nel nord dell'Inghilterra attraverso la rappresentazione di scenari urbani moderni. Pur accostandosi di volta in volta nel corso della sua carriera, prima ai Preraffaelliti, poi Whistler infine a Tissot, Grimshaw restò sempre il pittore della poetica luce lunare, delle atmosfere vaghe, delle strade umide e buie.
Durante il British Empire la nazione godette di un influente incremento demografico con la conseguente fuga dalla terra e lo sviluppo dell'urbanesimo. Grimshaw attratto dal centro urbano, ritrasse questo mondo contemporaneo in crescita, nelle sue vedute al chiaro di luna di Leeds, Liverpool, Glasgow, non arrivando comunque (o non volendo arrivare) agli aspetti più lugubri e ambigui nascosti dietro a quel buio. Il suo lavoro era una celebrazione del progresso industriale equivalente a quei cambiamenti sociali descritti nelle opere di Dickens e della Gaskell.
Ed ecco che dai suoi dipinti si ergevano tra il crepuscolo o la notte più fonda case solitarie, vetrine luminose, luci a gas (sviluppatesi proprio all'epoca), pozzanghere, qualche figura solitaria in cammino o statica nella contemplazione del paesaggio, sentieri nebbiosi e bagnati.

"On Hampstead Hill" (1881) è considerato il capolavoro del pittore inglese che realizzava le sue opere per committenti soprattutto della media borghesia.
Grimshaw raffigura una delle strade più ricche e benestanti di Londra nel preciso istante del passaggio dal crepuscolo alla notte. La fioca luce della luna, circondata da massi di nuvole, rischiara, insieme ai lampioni a gas, il cammino di alcuni ultimi ritardatari: una carrozza e due figure assorte.
La maestria è evidente nel modo in cui egli riesce a catturare una quantità di diverse sfumature della luce, estremamente realistica.

"On Hampstead Hill"

Omaggio alla Gran Bretagna per l' espansione nel commercio è "Salthhouse Dock Liverpool".
Questo particolare porto della settentrionale città inglese costruito nella prima metà del Settecento per il commercio nel sale, divenne di grande importanza nella metà dell'Ottocento per le navi che al momento di fermarsi potevano caricare e scaricare le merci direttamente dai grandi magazzini. Gli affari riguardavano per lo più gli scambi con la Cina e le Indie Orientali.
Ebbene Grimshaw riporta sulla tela l'immagine del celebre porto in una serata offuscata. I nostri occhi si muovono nell'immagine appannata per cercare di definire le ultime incombenze di una giornata di lavoro volta alla conclusione. Tre carrozze transitano lungo la strada umida mentre gente ben vestita si attarda nell'ultima passeggiata; le vetrine dei negozi e  i lampioni ancora accesi rimandano agli ultimi affari serali, prima che sul porto possa calare definitivamente il buio.

"Salthhouse Dock Liverpool"

Nel 1879 diede vita ad un lavoro la cui rappresentazione prendeva spunto da un fatto di cronaca avvenuto a Scarborough: nel suo "In Peril" il pittore realizzò un'ambientazione portuale al chiaro di luna; questa volta non romantico né sognante ma drammatico.
Un incendio è scoppiato presso una stazione balneare, alcune persone accorrono verso il posto, altri sulla sinistra si sporgono dal muro per essere partecipi del fatto; Grimshaw coglie proprio il momento della deflagrazione in una notte tempestosa e dal mare agitato come si vede dalla grande onda in fondo a destra. In questa scena così ricca di effetti, il pittore riesce con drammatica maestria a catturare ed accostare la luce lunare con il bagliore del fuoco e i loro riflessi sulla strada.

"In Peril"


Scarborough, la località turistica della contea del North Yorkshire dove per molti anni visse il pittore con la famiglia, era una delle mete più ambite dei più ricchi fedeli della regina Vittoria, grazie alle sue acque termali che nel corso degli anni aggiunse numerosi edifici di villeggiatura, centri benessere e sale da concerto. Nel 1876 proprio la sala da concerto subì un grave incendio.
"Reflection on the Thames, Wstminster" (1880) è stato selezionato in questa panoramica per il semplice fatto di essere il mio preferito. Questa scelta seppur semplicistica è  stata dettata anche dai tanti motivi che di Grimshaw qui si ripetono in un'armonia affascinante e oltre tutto poetica: la luce lunare, Londra, il fiume e la figura in primo piano.

"Reflection on the Thames, Wstminster"

Sembra quasi che la stessa donna del quadro e lo spettatore coincidano. Questa guardando dal parapetto una Londra immersa al chiaro di luna, è in contemplazione, assorta forse dalla bellezza creatasi o forse anche da un pensiero sorto nello stesso momento. Dietro di lei appaiono altri personaggi, soprattutto donne, a rammentarci che nonostante l'ora tarda la vita scorre ugualmente.
Si notano gli edifici simbolo della città, l'abbazia di Westminster  e il Big Ben.
La luce della luna si riflette nelle calme acque del Tamigi dandone una rappresentazione evanescente.
Diversa è l'ambientazione dei seguenti dipinti. Grimshaw non adoperò esclusivamente soggetti pertinenti alle grandi vie cittadine, affollate e al passo con i tempi: come è da esempio "A Golden Beam".

"A Golden Beam"

 La scena si apre su una strada suburbana, forse nemmeno molto frequentata, dove una graziosa figura femminile la percorre in un pomeriggio autunnale colorato dal tiepido colore rosso delle foglie sparse sul selciato, dei riflessi del cielo e dell'oro che si intravede in fondo alla via. Nella parte destra, nascosta dai rami quasi spogli degli alberi, si nota una tipica villa vittoriana che ci ricorda ancora una volta il realismo dell'opera, pur in una visione tipicamente nostalgica e quasi sognante.

"The Lovers" 

Un paesaggio ancora più solitario in "The Lovers" accoglie l'intimità di due figure indistinte colte nel momento di una passeggiata serale. Il cielo offuscato, la strada bagnata d'oro con la riproposizione di una casa appena celata dalla sera e dalle file degli alberi, l'attenzione al dettaglio ne danno un'immagine romantica ed enigmatica, lontana eppur vicina al mondo vittoriano e certo piacque ai mecenati d'epoca che potevano riconoscersi in quelle vaghe apparenze.





M.P.

venerdì 17 novembre 2017

"Giulio Cesare" di William Shakespeare


C'è una marea
Nelle cose degli uomini, che presa
Quand'è alta, conduce alla fortuna;
Perduta questa, tutto il viaggio della vita
È confinato in secche e sventure.
Su tale mare in piena adesso galleggiamo,
E dobbiamo prendere la corrente quando serve
Oppure perdere il carico. (Bruto a Cassio, atto IV scena III)




La passione e la curiosità per il mondo romano sono sempre state maggiori, per me, rispetto al pur nobile passato greco, dove dono nati quelle prime sfumature di democrazia e libertà; molto ha provveduto la mia nascita romana.
Alcuni studiosi, dalla fervida immaginazione, hanno voluto accostare allegoricamente la civiltà romana ad un'alba mentre quella greca ad un tramonto e la corrispettiva preferenza di un mondo rispetto ad un altro dichiarano chiaramente la diversa sensibilità del soggetto appassionato: più positiva nella prima ipotesi, malinconica nella seconda.
Ma lasciando perdere queste simpatiche disquisizioni, c'è un momento della storia romana in particolare che critici, studiosi e studenti hanno con tutta la gravità del caso, affrontato per la particolare importanza nel percorso evolutivo dell'uomo: il passaggio dalla Repubblica all'Impero e addentrandoci ancora meglio, raffigurando questi due sistemi alle emblematiche persone di Bruto e Giulio Cesare.
Un po' tutti noi, chi più chi meno, ha parteggiato negli anni scolastici per il personaggio immortale di Giulio Cesare, denigrando di conseguenza il traditore, l'assassino Bruto.
Anche nella "Divina Commedia" Bruto non fa certo una bella figura, condannato da Dante all'Inferno come traditore del suo benefattore Giulio Cesare, ma ultimamente non sono pochi i critici che hanno voluto "riconsiderare" da un altro punto di vista la personalità di Bruto.
Forse, primo fra tutti esplicitamente William Shakespeare (1564-1616) che ha fatto del suo Bruto un personaggio gentile, amato per il suo onore anche dai nemici e ultimo conservatore e portavoce degli antichi ideali romani repubblicani di libertà ed individualità e quindi nella sua iconografia sacrificatore e sacrificato.


Il "Giulio Cesare" venne composto nel 1599, se non il primo, fra le prime opere a essere rappresentata nel nuovo "Globe Theatre" di Londra costruito un anno prima. Prendendo ispirazione da "Le Vite Parallele" di Plutarco, si tratta di una composizione non fra le più eccelse di Shakespeare come il seguente "Amleto" e nemmeno come le altre tragedie o drammi futuri, eppure significativa per la sua atmosfera allusiva a passaggi di ere, di miti che crollano, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi. Rievocando la storia romana, Shakespeare non faceva altro che accennare alla grave instabilità politica nell'Inghilterra elisabettiana, con le sue incertezze e lotte per il potere.
Nonostante il titolo porti direttamente al celebre console e dittatore romano, non è lui il vero protagonista della tragedia che non invero non vediamo più già dal terzo atto, ma il filius Marco Giunio Bruto, la cui ultima vicenda personale diventa il fulcro del libro. Come il principe danese, Bruto presenta le sue stesse istanze ma la sua risolutezza, il suo inseguire un ideale già tramontato e virtù non più richieste, lo rendono a differenza di Amleto, più umano.

L'opera si apre sulla strada di una Roma repubblicana, dove una moltitudine di persone aspetta i festeggiamenti per il ritorno di Giulio Cesare vittorioso in Egitto sui figli di Pompeo, come anni prima attendeva le vittorie di quest'ultimo.
Ma sull'Urbe aleggia un possibile rovesciamento di governo, dato dallo strapotere del sempre trionfante Cesare, nonostante egli abbia per tre volte rifiutato (seppur con riluttanza) la corono di Roma durante la festa dei Lupercali.
Si costituisce quindi, nella migliore classe della città, una fronda di giovani uomini intenzionati a fermare il dominio incontrastato del dittatore con a capo Cassio e Bruto.
Il nobile Bruto pur amando sinceramente Cesare, teme la sua ambizione; teme la soppressione di ogni libertà e giustizia, il crollo degli ideali della Repubblica romana, delle sue virtù, e amando più di ogni altra cosa Roma, la libertà e la virtù, su istigazione anche di Cassio che lo sprona all'azione e non ad aspettare il corso degli eventi, si decide ad uccidere non l'uomo ma il tiranno.
Malgrado gli avvisi degli indovini di stare lontano dalle idi di Marzo, il sogno premonitore di Calpurnia, Cesare va incontro alla sua morte. I cospiratori fanno in tempo a chiarire al popolo il dovuto omicidio dell'illustre Cesare per il bene di Roma ma Marco Antonio con un formidabile monologo, sottilmente accusatorio, riesce a sobillare il popolo contro i Cesaricidi che sono costretti alla fuga.

Marlon Brando è Marc'Antonio
in "Giulio Cesare" 1953

Roma si prepara alla guerra civile, da un lato Cassio e Bruto, dall'altro Marco Antonio e il giovane Ottaviano, erede di Cesare, venuto a legittimare il suo posto.
Nell'atto IV scena III negli accampamenti dei Cesaricidi, Bruto nel dormiveglia vede il fantasma Giulio Cesare che gli avverte della sua futura disfatta.
A Filippi la vittoria sembra andare alla fazione di Bruto eppure per una serie di coincidenze fatali, Cassio pensando di essere sconfitto si uccide. Bruto pur vincendo Ottaviano, viene accerchiato da Antonio e abbandonando ogni speranza, prima di uccidersi, con un commuovente saluto, lascia i suoi amici con grande dignità, pronosticando il futuro conflitto tra i due vincitori.

Addio a te; e a te; e a te Valerio.
Stratone, hai dormito tutto il tempo:
Addio anche a te, Stratone. Concittadini,
Il mio cuore gioisce perché in tutta la vita
Non ho trovato uomo che non mi fosse fedele.
Avrò più gloria io in questo giorno di sconfitta
Di quella che Ottaviano e Marc'Antonio
Otterranno con questa vile vittoria.
Addio, allora, perché la lingua di Bruto
Ha quasi finito la storia della sua vita.
La notte mi cade sugli occhi, le mie ossa
Vogliono riposare. Hanno faticato 
Per raggiungere quest'ora. (Bruto, Atto V, scena V)

Ottaviano e Antonio seppelliranno con grandi onori "il più nobile tra tutti i romani".

È tangibile la simpatia che Shakespeare ha per Bruto. In un mondo confuso dove non ci sono certezze, né valori, non ci sono modelli, perché non può esserlo Giulio Cesare descritto già come un anziano, non può esserlo Marco Antonio, lussurioso e vile e né Cassio, avido e istigatore (un novello Iago).
L'unico che si staglia dal caos è Bruto: lo vediamo nella sua interezza ed umanità, nell'amore per la moglie Portia, nella fratellanza genuina verso Cassio e i suoi soldati, nel perdono, nobile, gentile, dolce. Egli incarna l'uomo libero dalle corruzioni, dalle dittature e se non è un eroe, porta comunque sulle proprie spalle il peso delle sue virtù come delle colpe; non esistono destini o dei a muovere le fila degli eventi.
E perché non andare più lontano, perché non vedere in Bruto l'uomo moderno del Rinascimento (in fondo siamo alla fine dell'epoca di Elisabetta I), l'intellettuale con la sua lungimiranza e per questo motivo solo?
Quest'opera ci dona ad una riflessione in più sui tragici eventi del passato e degli uomini che vi sono stati travolti.

Gli uomini talvolta sono padroni del loro destino; la colpa, Bruto, non è nelle nostre stelle ma in noi.



M.P.





Libro:

"Giulio Cesare", W. Shakespeare, Feltrinelli

venerdì 10 novembre 2017

In visita al Quirinale




La festività di Ognissanti è stata la giornata ideale per aggiungere alla mia lunga lista di palazzi e residenze storiche da visitare (soprattutto nel Lazio), il gioiello che, vuoi per la politica, vuoi per il lungo silenzio perdurato negli anni e interrotto solo recentemente, dimentichiamo di possedere, il Quirinale.
Accompagnata da una delle ultime, dolci ottobrate romane, il palazzo del Quirinale, dimora di papi, re e presidenti, si staglia sull'omonima piazza e il privilegio di adagiarsi sul colle più alto della Capitale, la parte più luminosa, antistante alla Fontana dei Dioscuri e alla sua sinistra il Palazzo della Consulta.
Nonostante veniamo abbagliati da altri palazzi storici con i loro splendori e nomi altisonanti, il Quirinale non ha nulla da invidiare a Buckingham Palace o all'Eliseo: questo si estende su una superficie di 110500 m² e vanta di essere il palazzo del potere più antico del mondo; la Casa Bianca in confronto è venti volte più piccola.
Dal 1948, anno in cui il primo presidente della Repubblica vi si insediò, qui avvengono non solo udienze, consulte e giuramenti, affari politici ma anche feste e ricevimenti mondani, grazie alle cucine sempre attive.
Da due anni a questa parte, invece, per volere del presidente in carica Sergio Mattarella, è ritornato ad essere visitabile ad italiani e non, avvalendosi della collaborazione del Touring Club Italiano e delle tre grandi Università di Roma, perché oltre al valore patriottico simboleggia un grande valore storico.
Da solo, il Quirinale potrebbe raccontare gli importanti fatti ed eventi che vi si svolsero: guerre, patti, rovesciamenti di governi, presenze illustri, l'evolversi della nostra storia fino ad oggi.


Il passato più antico del luogo risale all'epoca romana. Qui infatti sorgeva un tempio dedicato a Romolo Quirino le cui feste, chiamate Quirinalia, si celebravano ogni diciassette febbraio.
Una prima costruzione dell'edificio risale al suo proprietario, il cardinale Ippolito d'Este (1509-1572, lo stesso creatore della magnifica Villa D'Este a Tivoli), che prese in affitto la vecchia villa e la vigna adiacente del cardinale Carafa. L'estense si preoccupò perlopiù di ricavarne degli splendidi giardini all'italiana con monumentali fontane, seguendo la moda cinquecentesca e solamente con l'interessamento di Papa Gregorio XIII  (1572-1585) divenne dapprima un luogo di villeggiatura, soprattutto grazie alla salubrità dell'aria, e in seguito ampliandone il complesso, nel 1583 residenza dei papi a personificare il loro potere temporale.
Alla realizzazione parteciparono nel corso degli anni numerosi artisti fra cui Ottavio Mascherino (1536-1606), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), Ferdinando Fuga (1699-1782), Domenico Fontana (1543-1607). I lavori si conclusero sotto Papa Clemente XII (1730-1740).
Dal 1870 passò alla monarchia sabauda e dal 1948 a presidenti della Repubblica Italiana.

Il Cortile d'Onore è la parte più antica del complesso da cui si accede allo Scalone d'Onore che consente l'accesso agli ospiti dei due ambienti principali del palazzo, il Salone dei Corazzieri e il Salone delle Feste. Il Salone dei Corazzieri, chiamato un tempo Sala Regia, è l'ambiente più grande e solenne del Quirinale. Presenta opere seicentesche, alcune di Agostino Tassi e numerosi arazzi in parte francesi e in parte napoletani raffiguranti le storie di Psiche e del Don Chisciotte, sulle pareti sono ritratti gli stemmi delle principali città italiane. L'ambiente seguì un periodo di degrado quando, durante la monarchia venne usato prima come pista di pattinaggio e infine come campo da tennis. Sotto il papato venivano qui presentati gli ambasciatori, oggi viene usufruito come salone per le cerimonie di insediamento. Ha accesso alla Cappella Paolina chiusa da poco per ristrutturazione.
Al Salone si viene guidati in seguito alla Sala del Balcone , studiata dal Bernini; qui venivano imbalsamati i papi.

Cortile d'Onore

Dopo la Sala d'Ercole, di costruzione più recente, si passa alla Sala degli Scrigni chiamata così per la presenza di cinque scrigni poggiati sulle consolle e di un particolarissimo secrétaire celante al suo interno oltre cento cassetti e vani segreti.

Secrétaire

Una delle stanza più note agli italiani è quella dello Studio del Presidente della Repubblica. Nata come camera da letto estiva dei papi, oggi vi si svolgono gli incontri ufficiali con i Capi di Stato stranieri, consultazioni con il Presidente del Consiglio e alcuni dei celebri messaggi di fine anno del Presidente, che si tengono ogni trentuno dicembre dal 1949.

Studio del Presidente della Repubblica

Il nome della Sala degli Arazzi di Lilla deriva dalla presenza di cinque arazzi provenienti dalla città francese di Lilla agli inizi del Settecento. Utilizzata sotto la monarchia come appartamento della regina Margherita (1851-1926), attualmente vi si svolge il consiglio supremo di difesa.
La Biblioteca del Piffetti è un gioiello nel gioiello nel Quirinale, la stanza a mio dire più suggestiva e dalla storia più curiosa. Creata da uno dei celebri ebanisti del tempo Pietro Piffetti (1701-1777) per la Villa della Regina a Torino, fu trasportata così com'era a Roma nel 1879 per volere della regina Margherita che voleva farne la sua biblioteca personale. Margherita di Savoia non era una donna particolarmente colta ma amava circondarsi di letterati e poeti che potevano contare della sua protezione. Ma la biblioteca lignea appare un capolavoro di magnificenza con i suoi intarsi in avorio che stupiscono di bellezza il visitatore.
Non rimasto noto nella storia dell'arte, l'architetto Ottavio Mascherino si è pur contraddistinto nel palazzo del Quirinale per questo autentico capolavoro che porta il suo nome, la Scala del Mascherino. Progettata alla fine del Cinquecento, presenta una scala a forma elicoidale che doveva portare agli appartamenti superiori. Con le sue maestose colonne in travertino ispirò il Borromini per una fedele replica più celebre a Palazzo Barberini.

Biblioteca del Piffetti

Scala del Mascherino

Fra i numerosi ospiti illustri accolti nella residenza si devono contare due personaggi storici, o meglio una presenza e una assenza.
Nel 1938 alla Loggia d'Onore venne ricevuto con tutti gli onori del suo grado Adolf Hitler, il quale rimase soddisfatto del suo soggiorno romano e della stanza dove poté ammirare alcuni busti degli imperatori romani. Per l'occasione nel Cortile d'Onore venne issata la bandiera del regime nazista.
Dall'epoca repubblicana la sala viene usata per la stampa dopo gli incontri tra politici e presidente.
L'assenza è quella riguardante Napoleone Bonaparte (1769-1821) che al momento della cattività di Papa Pio VII (1800-1823) era atteso a Roma, ma di fatto non arrivò mai.
Fra gli appartamenti allestiti per la sua figura, è presente la cosiddetta Sala della Musica, stanza che doveva servigli come camera da letto. Rispetto a tutte le altre molto pompose, quella di Napoleone seguiva i canoni neoclassici in un ambiente pulito e lineare. Fa la sua mostra un forte piano e sul soffitto un ritratto di Giulio Cesare mentre detta i "Commentari"; ma il volto del generale è in realtà quello di Napoleone stesso. Da questa sala avrebbe potuto avere una visione completa di Roma.

Sala della Musica

Si procede infine verso le sale maggiormente lussuose e scenografiche del Quirinale: la Sala degli Specchi, oggi utilizzata nelle udienze del Capo di Stato e nei giuramenti della Corte Costituzionale, in passato sala da ballo creata per volere della regina su ispirazione delle regge settecentesche. Le luci dei grandi lampadari di Murano si riflettono sui grandi specchi che si ripetono nelle pareti in stile rococò e intagli dorati. Tutto è volto a stupire e incantare.

Sala degli Specchi


Soffitto con fanciulle danzanti

Di seguito quindi il Salone delle Feste conosciuto attualmente per i grandi pranzi, cerimonie e il giuramento del nuovo governo. Nel periodo papale avveniva qui il Concistoro mentre in epoca monarchica usato anch'esso per i grandi balli indetti dalla regina Margherita.

"Ai balli Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito e con abiti sfarzosi, e piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito.
Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali.
E in questo modo si diffuse in Europa,oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita."¹


Salone delle Feste



Alla fine dell'Ottocento venne creato un palco per contenere un'orchestrina che doveva allietare i pranzi ufficiali della famiglia Savoia e dei loro ospiti di riguardo.
Va ricordato in ultimo che gran parte degli arredi del Quirinale sono stati depredati da collezioni di altre regge mentre altri mobili riconoscibili per lo stile un po' teatrale e disarmonico, rispecchiano il gusto della casata sabauda.
Oltre ai tesori racchiusi nelle sue stanze, il Quirinale vanta anche una collezione pregiata di 38.000 pezzi di porcellana provenienti da tutta Europa: la più numerosa riguardante la casa di Richard Ginori, altri dalle fabbriche viennesi, tedesche, parigine, inglesi, alcuni risalenti all'epoca di Luigi XV.



I giardini che aprono le loro porte ogni due giugno, si estendono su una superficie di circa quattro ettari, il cui primo impianto fu dovuto come si è già scritto al cardinale d'Este. È costituito da alte siepi, fontane e diviso in giardino all'italiana, francese e inglese (questo esclusivamente aperto il giorno della festa della Repubblica). Al suo interno è presente l'elegante edificio della Coffe House costruito nella prima metà del Settecento dal Fuga e che da allora funge per ricevimenti intimi per amici e politici.



Fontana delle Bagnanti trasportata dalla Reggia di Caserta

Coffe House

Gran parte dei giardini vennero però distrutti nel 1874 per far posto alle scuderie di cui i Savoia (non molto appassionati di cultura come lo erano invece della caccia) ricavarono spazi per collocarvi cavalli e carrozze che nel corso degli anni si trasformarono sempre più in simili automobili.

Carrozza degli Sposi




Con un ritorno al palazzo negli appartamenti stanziati al piano terra, vengono ultimate le visite con la Sala delle Udienze di Vittorio Emanuele II, ove avvenne l'ultimo storico, ultimo incontro nel 1875 fra Vittorio Emanuele II (1820-1878) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), rappresentato dal pittore e patriota Gerolamo Induno e la Sala del Re  dove sono invece esposti due ritratti, della regina Margherita (e il suo abito da ballo) e della regina Elena di Montenegro (1871-1952) moglie di Vittorio Emanuele III.







Di seguito con la Sala del Mappamondo e La Sala dei Presidenti si entra nell'archivio storico del Quirinale; da alcuni documenti attinenti allo Statuto Albertino fino al referendum del 1946, la carrellata delle foto degli ultimi presidenti fino alla Costituzione del 1948.






L'ultima pagina della Costituzione con le firme




La visita è molto lunga, si protrae per quasi due ore e mezza in cui si è guidati da un tirocinante di storia dell'arte (nel mio caso), e seguiti costantemente dal personale della sicurezza.
Avrei preferito una guida che conoscesse più la storia che l'arte affiché raccontasse qualche aneddoto, o stile di vita che si conduceva nelle varie epoche del palazzo; eppure, nonostante tutto, la bellezza e la grandiosità di tale monumento e il privilegio, che entrando senti immancabilmente, ripaga di tutto. Non è la fiaba che ti rimane negli occhi ma essere essere stata partecipe, in qualche modo, di vari pezzi di storia che di lì sono passati.






M.P.






¹ "La Regina Margherita", Romano Bracalini, Fabbri Editori



Le foto di A. Tommasi sono private.

venerdì 3 novembre 2017

"Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez


Quando la guardiana gli aprì la cella di Sierva María, Delaura sentì che il cuore gli scoppiava nel petto e che faticava a reggersi in piedi. Solo per sondare il suo amore di quel mattino domandò alla ragazzina se aveva visto l'eclissi. In effetti, l'aveva vista dalla terrazza. Non capì perché lui portasse una toppa sull'occhio se lei aveva guardato il sole senza protezione e stava bene. Gli raccontò che le monache l'avevano osservata in ginocchio e che il convento si era paralizzato finché i galli non avevano cominciato a cantare. Ma a lei non era sembrato nulla dell'altro mondo. Quel che ho visto è quel che si vede ogni notte disse.


©Appuntario

Chi ha letto "Romeo e Giulietta" di Shakespeare e non è rimasto ingannato dai luoghi comuni del sentimentalismo di un'opera ancora non molto compresa, può capire che la loro vicenda, un sentimento puro in un'epoca di degrado storico, è la storia più vecchia del mondo, proprio come questa raccontata da Màrquez
Dopo "Cent'Anni di Solitudine" e "L'Amore ai Tempi del Colera", "Dell'Amore e di altri Demoni" è il romanzo più intenso fra quelli letti dello scrittore colombiano, crudele e più provocatorio.
Pubblicato nel 1994, Gabriel García Màrquez (1927-2014) si ispirò  ad un'antica leggenda raccontatagli nell'infanzia e ad un fatto di cronaca di cui fu testimone.
Quaranta cinque anni prima, a Cartagena des Indias sulla costa settentrionale colombiana, Màrquez lavorava allora come reporter per un giornale del luogo, quando, per redigere un possibile articolo, venne incaricato di recarsi ad un ex convento dove si stava operando per la traslazione di alcune vecchie tombe di personaggi illustri o meno. Da una di queste, inaspettatamente, ne uscì un minuto corpo di duecento anni prima, logorato dal tempo ma che teneva ancora ben attaccata alla radice una folta chioma rossa dalla lunghezza smisurata. Da questo inverosimile episodio ne scaturì il libro.

Lo sfondo ha un ruolo rilevante quanto la trama stessa. Màrquez ci mostra una Cartegena des Indias durante il periodo coloniale spagnolo, con il suo importante porto da cui ricava il commercio degli schiavi neri e dove vige ancora l'Inquisizione. Una terra primordiale, esotica e caotica dove il sacro e il profano si confondono e si rincorrono in oscure negromanzie e grossolane solennità religiose nel mezzo di un mondo in decadenza e squallore, con i cani uccisi nelle strade per paura della rabbia, i palazzi dei nobili dove nulla delle antiche vestigia è rimasto e perfino nei più alti ambienti ecclesiastici tutto è rovina e macerie.
Una giovane dalla folta chioma rossa, Sierva María, figlia del marchese di Casalduero, allevata distante e distrattamente dai genitori, viene morsa da un cane ipoteticamente rabbioso e pur non dimostrandone alcun sintomo, è creduta malata dalla rabbia. Portata in un convento di suore clausura su consiglio del vecchio vescovo don Toribio, queste la credono posseduta dal demonio e non le risparmiano intimidazioni e soprusi incolpando di ogni minima irrilevanza la sua nefasta presenza.
Per esorcizzare la piccola dai demoni viene chiamato un giovane prete colto, l'unico a capirne in realtà l'innocenza e mancanza di affetti. Cayetano Delaura conquista la confidenze, le sofferenze e la bontà di Sierva María; tentando nel gesto estremo di salvarla, non riesce ad evitare la comparsa fra di loro del demone più forte e salvifico, l'amore.

"Señora Harris", Diego Rivera

La cornice settecentesca è un mirabile ricamo narrativo volto a marcare più nettamente il mondo esterno di Cartegena, la cui povera realtà richiama sentimenti aridi, ottusità, orrori, anacronismi con quello che invece sentono i giovani protagonisti. Pagine modellate dal loro crescente amore, innocente e libero dalle meschinità della società, dell'epoca; senza speranza e quindi vissuto con maggior forza.
Màrquez qui non ricorre agli usuali leitmotiv: le inondazioni, i combattimenti fra galli, circostanze bizzarre; c'è più realismo e meno magia, come nell'eclissi di sole che spaventa anche i più saggi della città, mentre nello sguardo di Sierva María appare tutto nella sua spontanea normalità.
Delaura, colpito dal raggio di sole, è costretto a portare una benda assecondando indiscutibili suggerimenti; guarisce alla rivelazione dell'amore.
La cecità, quale è invece il pregiudizio e l'ignoranza, mostrano quanto questa vicenda sia moderna in ogni tempo o spazio, ritrovabile nel più piccolo punto del mondo come nel più grande impero.
Ma non per questo vana. L'amore, infine, ne trascende ogni temporalità o geografia e non ultima anche la morte.

Lo guardò senza diffidenza e gli domandò perché non aveva la toppa sull'occhio. 
«Non ne ho più bisogno» disse lui, riconfortato «Adesso chiudo gli occhi e vedo una chioma  come fiume di oro.»


M.P.





Libro:

"Dell'Amore e di Altri Demoni", G.G.Màrquez, KK Edizioni

lunedì 23 ottobre 2017

"Benedizione" di Kent Haruf


Le persone non vogliono essere disturbate. Vogliono rassicurazioni. Non vengono in chiesa la domenica mattina per pensare a idee né tanto meno a quelle vecchie e importanti. Vogliono sentirsi ripetere quello che gli è sempre stato detto, soltanto con qualche piccola variazione, poi vogliono tornare a casa a mangiare l'arrosto di manzo e dire che è stata proprio una bella funzione e sentirsi soddisfatti.


Clifford Harper

E così mi sono trovata, per caso, anche io in una delle letture più popolari, soprattutto in Italia, nell'ultimo decennio del XXI secolo.
Lo scrittore americano Kent Haruf (1943-2014), con i suoi ormai noti quattro romanzi, è riuscito ad imporsi in una parte non indifferente della letteratura mondiale. Il "fenomeno Holt" non ha riguardato unicamente, un successo di vendite, ma ne ha aggiunto una bella fetta di pubblicità e promozione nei social, come nelle riviste ed è stata realizzata perfino una mappa dell'immaginaria città e anche un flash mob.
Dopo anni in cui le grandi metropoli avevano rappresentato il sogno americano, Kent Haruf ha spostato la centralità da esse a un ritorno del paesaggio rurale americano.
Credevo di riscontrare in "Benedizione" (2013) una letteratura forte, di ribellione, simile a quelle vecchie voci di Sherwood Anderson e Hemingway che si propagavano nell'America della prima metà del Novecento; di sentimenti intensi e fughe da un mondo stretto e conforme.
Invece mi sono imbattuta in una narrativa silenziosa e minimalista, dove tutto pensavo di scoprire tranne la religione. O meglio una religiosità impercettibile eppure sperata e mai conquistata, di chi non si rassegna alle angustie quotidiane, al ricordo e a quelle malcelate tristezze interiori.


L'irreale contea di Holt che si estende nella brulla provincia del Colorado Orientale, in prossimità della capitale di Denver, è lo sfondo solitario dove si appresta a trascorrere la sua ultima estate un vecchio cittadino, Dad Lewis. Malato senza speranza, viene accudito dalla propria moglie Mary e dalla figlia Lorraine che cercano di rendergli il trapasso più confortevole; con amore e compassione verso un corpo che ha amato ed è stato amato.
Intorno alla vicenda centrale, assistiamo alla vita quotidiana e in apparenza monotona della cittadina, dove inquietudini e dolori, più che drammi, si nascondono negli animi e nel passato di una ristretta parte della comunità: figli e amori perduti, rancori repressi, aspirazioni deluse; tutti a malapena affermati e su tutti incombe una malinconia sconfinata.
Holt sospende la sua tranquillità quando sopraggiunge il nuovo pastore, dal passato chiacchierato, che con l'ultimo sermone destabilizza la pacificità degli abitanti, attraverso un lungo discorso sull'insegnamento più importante lasciato dal Signore: "amare i propri nemici".
Pur avendo una narrativa atemporale, dal racconto si notano riferimenti ai nostri anni e nel particolare la storia si svolge all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle.
La conclusione arriva non sciogliendo nessun dubbio, nessuna sofferenza, ma dando la possibilità di aggrapparsi, guardando fuori dalla finestra, all'alternanza dei giorni, delle stagioni, dei diversi fenomeni atmosferici; cercando insomma di accostarsi all'inspiegabilità di una forza superiore: la fede.

Clifford Harper

Il libro è stato scovato da mia sorella in una bancarella, con un colpo di fortuna a cinque euro.
Non sto qui a ripetere del crescente aumento del prezzo del libro, ma a sottolineare quanto sarebbe stato più apprezzabile aggiungere insieme al costo di copertina una più ampia biografia sull'autore e una prefazione.
Ecco il perché.
La religione è il motivo caratterizzante dell'intera produzione di Haruf; non per questo i titoli originali sono stati presi da dei canti ecclesiastici.
Sapevo di una certa letteratura americana imperniata su questa tematica, quella della Southern Literature, benché questa prima soluzione non mi sembrava la più efficace nello spiegare il perché  di tanta religiosità. Poi addentrandomi nella vita dello scrittore ho scoperto che fosse figlio di un pastore itinerante metodista¹. Forse assorbì gli insegnamenti del padre: divenne obiettore di coscienza durante la guerra in Vietnam e fu sempre schivo e riservato nella popolarità crescente.
La provocazione del pastore Ley, contro la guerra, è un modo per affermare la sua posizione su una questione che diciassette anni fa come oggi, è ancora attuale in America.
Lodevoli sono invece le parti dedicate alle descrizioni sulla dignità della morte, sulla pietà e amore verso il prossimo.
La prosa è asciutta, libera da orpelli, rapido ed esente del virgolettato nel discorso diretto; una scrittura a cui (forse) avrebbe potuto approdare Hemingway se fosse sopravvissuto, ma con più poesia.
Ho reputato infine "Benedizione" un buon libro contemporaneo, controcorrente, ricco di stimoli nuovi e capace al tempo stesso di tornare indietro; certo comunque lontano dal grande capolavoro.

M.P.




¹Movimento di risveglio religioso nell'Inghilterra del XVI secolo, diffuso poi in America.



Libro:

"Benedizione", K. Haruf, NN Editore




venerdì 13 ottobre 2017

"Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham


A volte lo divertiva che i suoi amici, siccome la sua faccia non esprimeva con molta vivezza le emozioni ed egli aveva modi piuttosto posati, lo credessero freddo, virile e ponderato. Lo ritenevano ragionevole e lodavano il suo buonsenso; ma Philip sapeva che la sua placidità d'espressione era solo una maschera, assunta inconsciamente, e aveva una funzione protettiva come la coloritura delle farfalle; e dal canto suo si stupiva della propria debolezza di volontà. Gli sembrava di essere scosso da ogni lieve emozione come una foglia al vento, e l'assalto delle passioni lo trovava inerme. Non aveva dominio di sé. Sembrava lo avesse solo perché era indifferente a molte cose che agitavano gli altri.




È diventato ormai usuale, per me, ritrovarmi ad ottobre e pensare di aver letto poco.
Quest'anno particolarmente, ma non ho mai raggiunto, come in questo lasso di tempo, la lettura di opere di una qualità così superiore. Leggerei anche di meno pur di trovare a confrontarmi con simili capolavori; alcuni noti, altri meno. Prima della fine dell'anno, infatti, ho in mente di riepilogare le varie letture, attraverso collegamenti fra gli autori, le tematiche, il contesto storico, e includerei, fra queste, senza ombra di dubbio "Schiavo d'Amore".
Il suo autore William Somerset Maugham (1874-1965) scriveva : "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te", e di significati in questo romanzo ne ho trovati molti, anzi una summa di tutte le sfumature della vita. Mi ha arricchito la mente e riempito il cuore, e con tutto il più sincero trasporto lo consiglio.
Non per questo "Schiavo d'Amore" o nel suo titolo originale "Of Human Bondage", è stato nominato fra i migliori romanzi in lingua inglese del XX secolo.
Rimaneggiato da un vecchio testo scritto durante il praticantato in medicina e ampliato quando lo scrittore era già famoso come commediografo; l'opera a suo dire non era "un'autobiografia, ma un romanzo autobiografico".
Pubblicato nel 1915, ebbe da subito un discreto successo nonostante fosse in atto la guerra, riscuotendo alti gradimenti in gran parte negli Stati Uniti.
Come per "Il Velo Dipinto" (1925) Maugham si era ispirato alla tragica figura di Pia de' Tolomei, nella seconda cantica di Dante Alighieri, per questo suo primo capolavoro prese spunto dalla quarta parte dell' "Etica" (1677) di Spinoza, ovvero il "De servitute humana", sulla trattazione delle emozioni e l'incapacità dell'uomo nel controllare passioni trascinanti nella schiavitù.
Eppure ciò è solamente un piccolo punto di quei tanti che compongono un libro che è un compendio sulla vita, la bellezza, l'arte, la letteratura, la filosofia; da leggere alla stessa maniera di quando si guarda un cielo stellato: con rassegnato silenzio sulle fragilità umane.


Scriverne la trama, di un romanzo così lungo e complesso nella sua vastità, è di difficile sintetizzazione, ancor di più se questo ti è piaciuto.
L'immaginaria vicenda personale di Philip Carey si svolge per lo più in Inghilterra, dal 1885 fino ai primi del Novecento circa, dove, nato nella buona borghesia, si ritrova a soli nove anni orfano di padre e madre. Il bambino viene quindi strappato dalla città londinese per essere accudito dagli zii materni nella parrocchia rigorista di Blackstable nel Kent.
Ma Philip è affetto dalla malformazione del piede equino, la cui vergogna gli procura una sorta di "estraniamento" dalla vita e timido e introverso, suole rifugiarsi nei libri e nella lettura di romanzi dalle terre e mari sconosciuti d'Oriente.
A tempo debito viene iscritto ad un prestigioso collegio dove poter intraprendere la strada per il sacerdozio come lo zio. Philip sentendosi fin troppo limitato dalla prospettiva, lascia la scuola per recarsi in Germania a studiare la lingua.
Tornato in Inghilterra inizia a lavorare come apprendista commercialista seguendo i consigli dello zio; eppure anche qui insoddisfatto dal lavoro e dai rapporti umani mancanti, si trasferisce a Parigi, estasiato dalla bellezza, dalla vita galante e bohémien; cominciando a studiare arte nel Quartiere Latino, quando l'astro nascente era allora l'Impressionismo.
Pur provando ancora imbarazzo per il suo difetto fisico, qui rafforza ulteriormente la sua cultura, la sua sete di conoscenza, il raffronto con la vita, confrontandosi con altri individui.
In una scena determinante, schiacciato da un futuro instabile, Philip chiede ad un vecchio poeta mancato, il quale riunisce alla sua corte ubriaconi e falliti, quale sia il senso della vita. Cronshaw dichiara che la risposta si trova in un tappeto persiano, e alla richiesta di ulteriori spiegazioni, il vecchio ribadisce: «La risposta non vale se non la trovi da solo.»
Nonostante gli sforzi perseguiti chiude definitivamente la carriera d'artista e ritornando una seconda volta a Londra, imbocca alla Facoltà di Medicina.
Conosce il momento più basso della sua vita, quando incontra Mildred Rogers, una cameriera di volgari origini, appena carina e non molto intelligente.
Si lega a lei di una passione degradante, che sfocia nel masochismo: la sente vicina a lui, poi lontana, andare con altri uomini, ritornare a lui incinta di un altro, pagarle vacanze, vestiti, alloggi, addirittura regalarle i soldi per vivere con un uomo, sempre sperando in un possibile pentimento, sempre  sperando che nel vederlo umile e sottomesso, lo avrebbe in seguito ricambiato dello stesso amore.
In un impeto d'ira verso Philip, Mildred strappa il tappeto persiano regalatogli da Cronshaw, al cui interno si celava il senso della vita.
Oppresso dalla mancanza di soldi andati via per Mildred, dalle ferite di un amore malato, da una serie di investimenti finanziari sbagliati durante la guerra anglo-boera, si riduce nella più assoluta povertà.
Abbandona gli studi da medico e il sogno di terre e mari sconosciuti; è costretto a lavorare come commesso in una ditta d'abbigliamento ma proprio nella condizione più abietta e disperata che Philip, trovandosi un giorno al British Museum, in mezzo ad una folla dai visi e dalle personalità più varie, tra le bellezze e le antichità del museo, si rivela d'improvviso il senso della vita.
Libero da moralismi, dalle pulsioni umane, dai concetti formali e dalla felicità, scopre la vera esistenza umana, nel suo disegno più facile.

"Schiavo d'Amore" (1934), regia di John Cromwell
con Leslie Howard e Bette Davis

Quel che ci mostra Maugham è la storia di un'iniziazione alla vita, non nel pieno della giovinezza, come è stato più volte scritto, ma in una maturità più ponderata, una presa di coscienza più definita.
Il difetto fisico del protagonista, le sue incertezze e debolezze non tolgono nulla alla vita, anzi ne danno valore, come pure la letteratura, l'arte e la filosofia, di cui sono imbevute le pagine, non evitano all'uomo le cadute, i fallimenti, bensì favoriscono un sostegno per rendere più tollerabile la vita.
La maestria dello scrittore inglese è nel suo "saper raccontare", con uno stile narrativo semplice e diretto, entrando nei meandri dei conflitti interni, nell'esplorazione della psiche umana e nell'immedesimazione col lettore.
Quest'ultimo cresce insieme al protagonista, seguendone pensieri ed azioni come se fossero propri, trovandosi spiazzato davanti alla crudeltà e al cinismo di eventi e personaggi.
Anche l'amore che benché prenda molta parte del libro, ha qui un ruolo marginale e messo a confronto con quello passionale con Mildred e quello più saggio ed equilibrato nelle pagine conclusive.
Al tempo stesso Philip con la sua vicenda e indole, viene presentato agli antipodi del classico uomo di fine Ottocento. La sua ribellione dà un calcio non scontato alle sicurezze di un'epoca che si reggeva su labili convenzioni ed interessi, su rigide progettualità e chimere. E poco più in là il mito della felicità.
Su questa sono stati scritti trattati, romanzi; uomini antichi e moderni hanno espresso il loro pensiero, una via possibile per il raggiungimento; hanno propinato per anni la sua ricetta e lo Stato ha affermato che ogni essere umano debba goderne. Ma la felicità non è l'ultima delle grandi illusioni umane?
In un ultimo sfregio agli ideali, i doveri e le aspettative di un sistema sociale, la storia di Philip Carey è un'accettazione della sconfitta, l'unica per arrendersi alla felicità; ma una sconfitta migliore di molte vittorie.

"Era questo che desiderava più di ogni cosa al mondo. Cosa gliene importava della Spagna e delle sue città, Cordova, Toledo, León? Cos'erano per lui le pagode birmane e le isole dei Mari del sud?
La felicità era qui, ora. Aveva rincorso per tutta la vita ideali che altri, con le parole o con gli scritti, gli avevano inculcato, e mai aveva seguito i desideri del suo cuore. Sempre il suo cammino era stato dominato da ciò che credeva di dover fare e mai da ciò che desiderava realmente con tutta l'anima."




M.P.




Libro:

"Schiavo d'Amore", W.S. Maugham, Adelphi