venerdì 13 ottobre 2017

"Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham


A volte lo divertiva che i suoi amici, siccome la sua faccia non esprimeva con molta vivezza le emozioni ed egli aveva modi piuttosto posati, lo credessero freddo, virile e ponderato. Lo ritenevano ragionevole e lodavano il suo buonsenso; ma Philip sapeva che la sua placidità d'espressione era solo una maschera, assunta inconsciamente, e aveva una funzione protettiva come la coloritura delle farfalle; e dal canto suo si stupiva della propria debolezza di volontà. Gli sembrava di essere scosso da ogni lieve emozione come una foglia al vento, e l'assalto delle passioni lo trovava inerme. Non aveva dominio di sé. Sembrava lo avesse solo perché era indifferente a molte cose che agitavano gli altri.




È diventato ormai usuale, per me, ritrovarmi ad ottobre e pensare di aver letto poco.
Quest'anno particolarmente, ma non ho mai raggiunto, come in questo lasso di tempo, la lettura di opere di una qualità così superiore. Leggerei anche di meno pur di trovare a confrontarmi con simili capolavori; alcuni noti, altri meno. Prima della fine dell'anno, infatti, ho in mente di riepilogare le varie letture, attraverso collegamenti fra gli autori, le tematiche, il contesto storico, e includerei, fra queste, senza ombra di dubbio "Schiavo d'Amore".
Il suo autore William Somerset Maugham (1874-1965) scriveva : "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te", e di significati in questo romanzo ne ho trovati molti, anzi una summa di tutte le sfumature della vita. Mi ha arricchito la mente e riempito il cuore, e con tutto il più sincero trasporto lo consiglio.
Non per questo "Schiavo d'Amore" o nel suo titolo originale "Of Human Bondage", è stato nominato fra i migliori romanzi in lingua inglese del XX secolo.
Rimaneggiato da un vecchio testo scritto durante il praticantato in medicina e ampliato quando lo scrittore era già famoso come commediografo; l'opera a suo dire non era "un'autobiografia, ma un romanzo autobiografico".
Pubblicato nel 1915, ebbe da subito un discreto successo nonostante fosse in atto la guerra, riscuotendo alti gradimenti in gran parte negli Stati Uniti.
Come per "Il Velo Dipinto" (1925) Maugham si era ispirato alla tragica figura di Pia de' Tolomei, nella seconda cantica di Dante Alighieri, per questo suo primo capolavoro prese spunto dalla quarta parte dell' "Etica" (1677) di Spinoza, ovvero il "De servitute humana", sulla trattazione delle emozioni e l'incapacità dell'uomo nel controllare passioni trascinanti nella schiavitù.
Eppure ciò è solamente un piccolo punto di quei tanti che compongono un libro che è un compendio sulla vita, la bellezza, l'arte, la letteratura, la filosofia; da leggere alla stessa maniera di quando si guarda un cielo stellato: con rassegnato silenzio sulle fragilità umane.


Scriverne la trama, di un romanzo così lungo e complesso nella sua vastità, è di difficile sintetizzazione, ancor di più se questo ti è piaciuto.
L'immaginaria vicenda personale di Philip Carey si svolge per lo più in Inghilterra, dal 1885 fino ai primi del Novecento circa, dove, nato nella buona borghesia, si ritrova a soli nove anni orfano di padre e madre. Il bambino viene quindi strappato dalla città londinese per essere accudito dagli zii materni nella parrocchia rigorista di Blackstable nel Kent.
Ma Philip è affetto dalla malformazione del piede equino, la cui vergogna gli procura una sorta di "estraniamento" dalla vita e timido e introverso, suole rifugiarsi nei libri e nella lettura di romanzi dalle terre e mari sconosciuti d'Oriente.
A tempo debito viene iscritto ad un prestigioso collegio dove poter intraprendere la strada per il sacerdozio come lo zio. Philip sentendosi fin troppo limitato dalla prospettiva, lascia la scuola per recarsi in Germania a studiare la lingua.
Tornato in Inghilterra inizia a lavorare come apprendista commercialista seguendo i consigli dello zio; eppure anche qui insoddisfatto dal lavoro e dai rapporti umani mancanti, si trasferisce a Parigi, estasiato dalla bellezza, dalla vita galante e bohémien; cominciando a studiare arte nel Quartiere Latino, quando l'astro nascente era allora l'Impressionismo.
Pur provando ancora imbarazzo per il suo difetto fisico, qui rafforza ulteriormente la sua cultura, la sua sete di conoscenza, il raffronto con la vita, confrontandosi con altri individui.
In una scena determinante, schiacciato da un futuro instabile, Philip chiede ad un vecchio poeta mancato, il quale riunisce alla sua corte ubriaconi e falliti, quale sia il senso della vita. Cronshaw dichiara che la risposta si trova in un tappeto persiano, e alla richiesta di ulteriori spiegazioni, il vecchio ribadisce: «La risposta non vale se non la trovi da solo.»
Nonostante gli sforzi perseguiti chiude definitivamente la carriera d'artista e ritornando una seconda volta a Londra, imbocca alla Facoltà di Medicina.
Conosce il momento più basso della sua vita, quando incontra Mildred Rogers, una cameriera di volgari origini, appena carina e non molto intelligente.
Si lega a lei di una passione degradante, che sfocia nel masochismo: la sente vicina a lui, poi lontana, andare con altri uomini, ritornare a lui incinta di un altro, pagarle vacanze, vestiti, alloggi, addirittura regalarle i soldi per vivere con un uomo, sempre sperando in un possibile pentimento, sempre  sperando che nel vederlo umile e sottomesso, lo avrebbe in seguito ricambiato dello stesso amore.
In un impeto d'ira verso Philip, Mildred strappa il tappeto persiano regalatogli da Cronshaw, al cui interno si celava il senso della vita.
Oppresso dalla mancanza di soldi andati via per Mildred, dalle ferite di un amore malato, da una serie di investimenti finanziari sbagliati durante la guerra anglo-boera, si riduce nella più assoluta povertà.
Abbandona gli studi da medico e il sogno di terre e mari sconosciuti; è costretto a lavorare come commesso in una ditta d'abbigliamento ma proprio nella condizione più abietta e disperata che Philip, trovandosi un giorno al British Museum, in mezzo ad una folla dai visi e dalle personalità più varie, tra le bellezze e le antichità del museo, si rivela d'improvviso il senso della vita.
Libero da moralismi, dalle pulsioni umane, dai concetti formali e dalla felicità, scopre la vera esistenza umana, nel suo disegno più facile.

"Schiavo d'Amore" (1934), regia di John Cromwell
con Leslie Howard e Bette Davis

Quel che ci mostra Maugham è la storia di un'iniziazione alla vita, non nel pieno della giovinezza, come è stato più volte scritto, ma in una maturità più ponderata, una presa di coscienza più definita.
Il difetto fisico del protagonista, le sue incertezze e debolezze non tolgono nulla alla vita, anzi ne danno valore, come pure la letteratura, l'arte e la filosofia, di cui sono imbevute le pagine, non evitano all'uomo le cadute, i fallimenti, bensì favoriscono un sostegno per rendere più tollerabile la vita.
La maestria dello scrittore inglese è nel suo "saper raccontare", con uno stile narrativo semplice e diretto, entrando nei meandri dei conflitti interni, nell'esplorazione della psiche umana e nell'immedesimazione col lettore.
Quest'ultimo cresce insieme al protagonista, seguendone pensieri ed azioni come se fossero propri, trovandosi spiazzato davanti alla crudeltà e al cinismo di eventi e personaggi.
Anche l'amore che benché prenda molta parte del libro, ha qui un ruolo marginale e messo a confronto con quello passionale con Mildred e quello più saggio ed equilibrato nelle pagine conclusive.
Al tempo stesso Philip con la sua vicenda e indole, viene presentato agli antipodi del classico uomo di fine Ottocento. La sua ribellione dà un calcio non scontato alle sicurezze di un'epoca che si reggeva su labili convenzioni ed interessi, su rigide progettualità e chimere. E poco più in là il mito della felicità.
Su questa sono stati scritti trattati, romanzi; uomini antichi e moderni hanno espresso il loro pensiero, una via possibile per il raggiungimento; hanno propinato per anni la sua ricetta e lo Stato ha affermato che ogni essere umano debba goderne. Ma la felicità non è l'ultima delle grandi illusioni umane?
In un ultimo sfregio agli ideali, i doveri e le aspettative di un sistema sociale, la storia di Philip Carey è un'accettazione della sconfitta, l'unica per arrendersi alla felicità; ma una sconfitta migliore di molte vittorie.

"Era questo che desiderava più di ogni cosa al mondo. Cosa gliene importava della Spagna e delle sue città, Cordova, Toledo, León? Cos'erano per lui le pagode birmane e le isole dei Mari del sud?
La felicità era qui, ora. Aveva rincorso per tutta la vita ideali che altri, con le parole o con gli scritti, gli avevano inculcato, e mai aveva seguito i desideri del suo cuore. Sempre il suo cammino era stato dominato da ciò che credeva di dover fare e mai da ciò che desiderava realmente con tutta l'anima."




M.P.




Libro:

"Schiavo d'Amore", W.S. Maugham, Adelphi 

venerdì 6 ottobre 2017

Dietro la pittura : la rabbia e la fierezza di Artemisia Gentileschi


"Una delle prime donne che sostennero colle parole e con le opere il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito tra i sessi." ("Artemisia", Anna Banti)


Sullo stupro dicono sia un male atavico che poggia le sue origini in culture diverse dalla nostra.
No, non è vero.
Nella Bibbia lo stupro era unicamente un reato contro la proprietà, perché la donna non figurava nient'altro che tra il patrimonio di un uomo. Nella Grecia classica i grandi filosofi asserivano l'inferiorità fisica e mentale delle donne, fino a perdersi nel mito quando Aiace Oileo violenta Cassandra nel tempio di Atena. La dea non si scompone sulla violenza subita subita dalla donna ma alla profanazione del suo simulacro. Erano le leggi dello Stato ad avere maggiore importanza, quando venivano trasgredite, che le vittime; la comunità ad essere offesa che il singolo. Nell'antica Roma questo non era considerato un crimine se compiuto in battaglia dai vincitori sulle donne dei vinti o se seguito da un matrimonio. A Roma non si potevano uccidere le vergini, ma l'uomo sapeva come aggirare la situazione.
Leggendo "Cassandra" della scrittrice tedesca Christa Wolf e l'interessante intervento di una signora nella pagina social del blog (e che ringrazio ancora), ho scoperto un mondo di cui ignoravo l'esistenza.
Quello delle popolazioni dell'Asia Minore, anticamente caratterizzate da una società matriarcale, passate al corrispettivo maschile con l'insediamento dei greci.
La distruzione di Troia o delle città affini, portò all'annientamento di civiltà antiche e soprattutto alla
diffusione di quella politica degli uomini greci fatta di violenza, religione, potere.
La donna è stata per secoli minacciata ancor più che dalle violenze, dall'impossibilità di realizzarsi come un essere umano indipendente, di usufruire liberamente e secondo coscienza del proprio corpo e della propria intelligenza. L'uomo ha visto (e ne continua a vedere) un pericoloso rivale nella lotta per la sua affermazione di dominio e controllo.
La vicenda drammatica di Artemisia Gentileschi (1597-1652) fu un fatto che sconvolse l'opinione pubblica nel XV secolo; portato in lungo processo sotto Papa Paolo V, ma puramente discusso come un mero pettegolezzo conclusosi fra l'ilarità e la crudeltà.
Fu riesumato dalla storia solamente a distanza di secoli, e quando il genio della pittrice italiana inconfutabilmente riconosciuto.
E la tragicità vissuta accompagnò molte delle sue opere; con rabbia e fierezza di tocchi di colore del pennello sulla tela.

"Susanna e i Vecchioni" (1610)

"Susanna e i Vecchioni" venne realizzata nel 1610, un anno prima dell'aggressione. Per molto tempo l'opera ha fornito controversie per quanto riguardava la sua attribuzione e questo dubbio si era fossilizzato negli anni a causa della giovane età della pittrice (allora tredicenne) ma più probabilmente per i pregiudizi che i critici d'arte (materia allora in appannaggio esclusivo all'uomo), mostravano nei confronti del grande talento pittorico della donna pittrice o della donna in generale.
L'essenziale composizione del dipinto esalta tutta la drammaticità del tema, nei colori e nelle sue forme.
Artemisia riprese il soggetto da una delle storie bibliche più conosciute, estrapolata dal libro del profeta Daniele : quello della bella Susanna irretita dai due giudici di Babilonia e poi da questi denunciata di immoralità per la collera di non essere riusciti nel loro perverso intento.
La tematica presentava numerosi precedenti pittorici, da Lotto a Reni, Tintoretto, Rubens; un po' per edificare il popolo e un po' per soddisfare gli occhi di committenti voyeur, ma in quel 1610 a riproporre la vicenda della casta Susanna fu la mano e il pensiero creativo di una donna.
Nel quadro non ci sono luoghi ameni e lussureggianti, non sono presenti vesti colorate, gemme o qualsiasi altro ornamento. C'è un cielo presago sotto cui si stagliano, ingombranti, due figure maschili intente a confabulare alle spalle di una Susanna sorpresa al bagno e inorridita ai sussurri lascivi dei due. Gli uomini non sono raffigurati nell'età più anziana, come nelle precedenti versioni, ma esprimono dal corpo possente una una certa virilità contro la purezza delle bianche membra della donna.
L'accuratezza anatomica, la veridicità dell'elaborazione confluiscono in una espressività drammatica che non ha trascorsi. Non si può sapere se già all'epoca la Gentileschi abbia subito degli approcci non graditi, ma il viso voltato da una parte e le braccia alzate in alto ne evidenziano il disgusto e la repulsione; visti con gli occhi di una donna.

"Le sue armi furono: dipinger sempre più risentito e fiero, con ombre tenebrose, luci di temporale, pennellate come fendenti di spada." Ibidem

L'opera che testimonia, nero su bianco, la dolorosa vicenda della Gentileschi, lasciata ai posteri, è la sua "Giuditta che decapita Oloferne". Concepita proprio durante il processo nel 1612 e pensata dai critici come una rivalsa nei confronti dell'aggressione e del suo violentatore, ancora sorprende per l'innata comunicatività dei volti dei protagonisti e la vigoria dell'azione.
Anche questa di Giuditta presa in prestito dalla Bibbia, fu illustrata in passato da vari artisti affascinati dal potere che questa donna ebbe sul più forte degli uomini : la bella e ricca vedova di una Betulia sotto assedio dalle truppe nemiche del generale Oloferne, sotto il regno di Nabucodonosor, uccide senza paura il grande nemico, portando la salvezza al suo popolo.
Come nella "Susanna" anche questa riproduzione vanta una forma stilistica essenziale, non ricca di elementi decorativi e quindi più vicina alla realtà che in un tempo lontano.
In una probabile camera del generale, Giuditta è presentata mentre affonda con determinazione la spada nella gola di Oloferne, aiutata dalla sua ancella (qui giovane rispetto in altri dipinti) che tenta di controllare la difesa dell'uomo, appena destato dal sonno: il suo viso è di chi è stato sorpreso in un avvenimento che non poteva prevedere. Ma ogni ribellione è vana; il suo sangue sgorga sul bordo del letto.

"Giuditta che decapita Oloferne" (1612-13)

Altri prima di lei si erano concentrati sulla bellezza e sul coraggio del personaggio; la Gentileschi aggiunge la fermezza e l'autocoscienza del proprio ruolo.
L'opera è un movimentato intreccio di braccia, concentrazione, muscoli tesi e contrasti tra luci e oscurità.
Durante il processo, l'aggressore Agostino Tassi (1580-1644), noto paesaggista romano,si difese sostenendo che la giovane era stata consenziente, ingiuriandola di vita promiscua e dimostrandone il fatto di essere stata per molti mesi sua amante.
Artemisia si appellò alla propria innocenza e ingenuità, sottoponendosi perfino allo stritolamento dei pollici, tortura usata per estorcere la verità, che, e questo la donna lo sapeva bene, avrebbe potuto danneggiarle le dita.
I giudici condannarono il Tassi ad un allontanamento da Roma di cinque anni, poi ridotti a due e infine la sentenza venne completamente ignorata. Tassi poteva vantare Scipione Borghese (nipote del Papa) come protettore.
L'ingiustizia subita segnò tristemente la vita di Artemisia Gentileschi e la portò a sfogare il suo mancato diritto, ancora prima nell'arte, nel lavoro, instancabilmente fino alla morte.
Si comprende bene quanto la storia biblica di Giuditta abbia stimolato il ferito amor proprio della giovane pittrice.
Ma il sangue di quell'Oloferne che zampillando macchia il letto, non potrà che fornire alla donna, una possibile rinascita, e non solo intellettuale.



M.P.





Fonte :

"Le grandi donne del Rinascimento italiano",  Marcello Vannucci, Newton e Compton Editori

Libro :

"Artemisia", Anna Banti







martedì 19 settembre 2017

"Ho visto partire il tuo treno" di Elsa de' Giorgi


"Certo un consuntivo su Calvino sarà difficile per me quanto per quei critici che con imbarazzata frettolosità lo hanno collocato tra i classici. La sua opera sembra sortita, per molti di essi, dalla naturalezza di uno scrittore sapiente, destinato a esserlo senza l'assillo di una propria storia umana; e non so quanto questo gli sarebbe piaciuto."


Copertina della prima edizione

Sono due anni che mi sono appassionata a questa vicenda, da quando nell'estate del 2015 ne venni a conoscenza.
Chissà perché ci esaltiamo per vicende poco interessanti, di poco conto, quando ci sarebbero vite che meriterebbero di essere raccontate e conosciute, che si incastrano così facilmente fra i momenti epici della storia italiana, come quella della de' Giorgi e Calvino : un'unione che fu molto più che d'amore.
Quando ho saputo della ripubblicazione del libro, ho fatto molto prima ad ordinarlo che a stupirmi dalla felicità. Cercavo in questo quella profonda relazione, come di quelle nascoste, che non si possono dire per non scomodare troppo l'immagine dei protagonisti; vi ho trovato invece spunti fondamentali di una parte della nostro passato, non sempre citato, che si è perso fra gli stretti grovigli di riservatezza e pudore.


In un articolo ho già raccontato chi fosse Elsa de' Giorgi (1914-1997), questa bellissima donna che alternava cinema, teatro e scrittura con sapiente agilità e acutezza; donna mondana della dolce vita romana, intesse uno stretto rapporto con un giovane Italo Calvino (1923-1985), dal 1955 al 1958.
Nel 1992 pubblicò per l'editore Leonardo "Ho visto partire il tuo treno", in seguito scomparso dagli scaffali, è stato ripubblicato nel giugno di quest'anno per conto della Feltrinelli.
Il titolo riprende una frase estrapolata da una lettera inviatale da Calvino, la quale riesce a delineare con schiettezza il loro rapporto, caratterizzato da incontri fuggevoli fra Torino e Roma, negli alberghi, nelle riunioni a casa Einaudi.
Opera memorialistica, la de' Giorgi intreccia al racconto suo con lo scrittore, la società, la politica di una Italia uscita dal difficile dopoguerra, ancora instabile e incapace di reagire.
Il suo testo si ricollega con un filo invisibile a quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori, già preannunciato nel libro di Natalia Ginzsburg "Lessico Famigliare".

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, diversamente da quel che sta avvenendo oggi, Roma accentrava la vita culturale dell'intera nazione. Rizzoli, Mondadori, Einaudi gareggiavano per spartirsi il territorio capitolino per far sorgere le loro grandi librerie; non solo, convegni letterari, mostre, corsi fotografici, cantieri cinematografici, salotti eleganti, Roma era ambita e desiderata da tutti e pigra e bellissima accoglieva anche i più restii intellettuali piemontesi.
Sullo scenario culturale, casa Einaudi ne vantava i migliori anche se era innegabile il vuoto lasciato da Pavese e insieme "il malessere di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile."
In questo clima di euforia e insoddisfazione Elsa de' Giorgi e Italo Calvino si conobbero nel 1955.
Lei sposata al nobile conte, famoso gallerista Sandrino Contini Bonacossi (1914-1975), aveva esordito nella scrittura con il romanzo partigiano "I Coetanei", lui in quel momento con "Il Visconte Dimezzato".
Complice la fuga del Bonacossi per questioni economiche, i due legarono le loro vite nell'amore e nella scrittura. Un vincolo non facile a causa delle intemperanze di Calvino e della razionalità dell'amata.
Ma nei turbinii di un sentimento predestinato a concludersi, l'opera spiazza il lettore attraverso la maestria narrativa e poetica con la quale l'autrice rievoca l'ambiente culturale orbitante alla sua corte.
Fuoriescono i ritratti di Carlo Levi (1902-1975) a cui è dedicato il libro; disegnatore, scrittore al quale si chiedeva sempre di tagliare il superfluo nei romanzi e lui vendicativo ne aumentava di cento. Il fascismo combattuto con tenacia, diverso da quello combattuto in Occidente, perché era quello dei diseredati, del rimorso. Le liti fra Aldo Palazzeschi (1885-1974) e Eugenio Montale (1896-1981) per Bassani e quelle brusche in stretto dialetto siciliano tra Elio Vittorini (1908-1966) e Renato Guttuso (1911-1987). Le figure sensibili e malinconiche dei fratelli de Chirico, la malattia e i problemi finanziari che gravavano sulle deboli spalle del triste Carlo Emilio Gadda (1893-1973).
E ancora il ricordo del romanesco ampio e lapidario unito ad un corpo "libero" di Anna Magnani (1908-1973), l'umile e beffarda, di cui ancora oggi ne risentiamo, a distanza di anni, quell'urlo straziante in "Roma Città Aperta" che smorza ogni parola aggiuntiva.
C'è la presenza, la più profonda di tutte, perchè simbolica di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), uomo che viveva quello che scriveva con fervore religioso. Il "Cristo degli anni Settanta" votato fatalmente al martirio, cercava nelle strade, quelle inospitali di Trastevere i suoi ragazzi e un contatto più vicino alla verità.

"Pier Paolo nella sua più scandalosa coerenza salire sulla croce, farsi trafiggere non solo dai pneumatici della sua macchina veloce a schiacciargli il cuore ma nel vituperio sbavante degli scribi e farisei del nostro tempo."

Naturalmente il motivo dell'opera è Calvino, benché come espresso dalla contessa-scrittrice, il Calvino da lei cambiato, maturato dall'amore, nell'amore nell'arco di quei tre anni.
 È il Calvino più felice, quello del "Barone Rampante", delle "Fiabe italiane", dove Viola e Raggio di Sole vengono plasmate sulle fattezze di Elsa, mai connotata con l'epiteto di Musa.
Si ribalta quindi la formula, quasi matematica, della donna/musa e dell'uomo/artista. Qui  è la donna/Elsa a spiegare all'uomo/Calvino i fondamenti della filosofia, l'importanza dei silenzi fra una battuta ed un'altra, una maggior apertura culturale equivalente a quella umana.
Un Calvino poco noto si trova nelle lettere. Se si potessero consultare si scoprirebbe un capace illustratore, che usando la solita ironia, leggerezza, riproduceva nel disegno dettagli di conversazioni e canzoni addirittura da lui create.


In uno dei passi più belli, forse il più bello, ci viene raccontato un Calvino affascinato dal mito di Psiche per quanto questo ponga l'attenzione simbolica non alle vie primarie del castello incantato, alla bella principessa, al bacio, ma allo struggimento, al dolore di ritrovare l'amato/a, a "combattere l'assenza, la distanza"; ciò, ci dice, è l'amore.
In queste riflessioni sfocia il Calvino più umano, spoglio da etichette e classificazioni, dalla rigidità dell'intellettuale che i critici hanno voluto vedere; come se un componimento nascesse unicamente nel suo creatore dal genio fulmineo.
Invece si presenta nell'infanzia un Italo circondato da fiori e piante dei suoi genitori scienziati, odiare il linguaggio botanico; da giovane uomo cercare la solitudine e al tempo stesso il contatto con il genere umano.

"Non meraviglia dunque se quel salire sugli alberi di Cosimo per mescolarsi alla natura, matrigna e conforto, aspirasse a una fraternità con essa che elevasse quella tra gli uomini; e proprio questi l'abbiano convinto più tardi che non da essi si dipartiva il filo sottile del mistero; ma forse dai calcoli infinitesimali, coincidenze verosimili, codificabili nell'astrazione di numeri, sillabe, iterazioni, parziali minimi puzzle testimonianti, nella loro complessità microscopica, la semplicità di applicarsi con alacre pazienza a una catena di montaggio della conoscenza."

Un percorso di fatica che non esimia l'intellettuale da dubbi, incertezze, inciampi, incomprensioni con altri liberi pensatori e il decadimento di quel sogno iniziale.
La rivoluzione d'Ungheria nel 1956 che pose fine al mito dell' URSS e si imbatté come un uragano nel partito della sinistra italiana (di cui faceva parte Calvino), segnò la definitiva fuga dal gruppo politico, dei suoi principi e in seguito dalla relazione con l'amata.¹

"Il dramma di Calvino (ma perché di Calvino se è di tanti altri, di quasi tutti i suoi coetanei) è stato quello di evitare il dramma. Da anni Calvino fuggiva da sé. Si era illuso che il rimorso, la sua sconfitta intellettuale, non lo raggiungesse perché lui avrebbe cambiato metodi, paesi, approcci con la realtà; non se ne sarebbe lasciato più deludere, le avrebbe chiesto meno e più a seconda dei punti di vista che il diverso Calvino si sarebbe imposto per sfuggire il dramma; ma questo l'ha ghermito proprio quando, forse stanco di fuggire, stava trovando la forza di affrontarlo ammettendo una più totale sconfitta."

La testimonianza di Elsa de' Giorgi è una fonte preziosa di fatti letterari che si fondono con quelli storici, narrati mediante una scrittura sensibile ed erudita; di memorie da non lasciar disperdere insieme a carte o oggetti che non si usano più.
Perché non si ha bisogno di questi ricordi per comprendere questo o quello scrittore : i libri si leggono al di là di quel che può essere la biografia di un autore.
Eppure ogni volta che ci apprestiamo ad una nuova lettura, ci ricordano di pórci davanti ad essa con umiltà, poiché nonostante la morte fisica del narratore, quest'ultimo continua a vivere, persino nei punti della propria prosa.

"Non tutti - come diceva per Karain il suo inutilmente amato Conrad - possono meritare l'augurio di una morte in combattimento, una morte alla luce del sole; perché egli, Karain, aveva conosciuto rimorso e potenza e nessun uomo può chiedere di più alla vita."




M.P.




¹ Pur profondo l'amore che provava per la de' Giorgi, Calvino non avrebbe potuto affrontare un ritorno del Bonacossi, "il cavaliere inesistente".
² Romanzo di Joseph Conrad.





Libro :

"Ho visto partire il tuo treno", E. de' Giorgi, Feltrinelli

lunedì 11 settembre 2017

"Molti Matrimoni" di Sherwood Anderson


"Al momento della morte, tutta la vita passa davanti alla mente di un uomo" Che stupida idea "Che succede quando uno comincia a vivere?"


"Red Building", Edward Hopper

Sherwood Anderson (1876-1941) fu il fautore del rinnovamento letterario americano, nella sua forma linguistica e tematica.
È curioso vedere come un grande autore del Novecento, sia stato con gli anni dimenticato; proprio colui che aveva dato avvio a scrittori come Fitzgerlad, Hemingway, Faulkner, supportandoli nella pubblicazione delle loro opere.
Ma per lui non ne ricavò molto. Sylvia Beach (1887-1962), nella sua opera-memorialistica "Shakespeare and Company" lo ricorda come "un misto di poeta ed evangelista (senza prediche)" e che quando si faceva il suo nome in una libreria, i più lo confondevano con il celebre fiabista. Hemingway invece con il romanzo "Torrenti di Primavera" (1926), mise in ridicolo l'ultimo romanzo del vecchio maestro, "Riso Nero" (1925). Anderson ne rimase deluso per tutta la vita, ma seppur private queste faccende ci danno la visione di un'esistenza misconosciuta.
"Winesburg, Ohio" è stata invece la mia lettura più importante per capire il processo della letteratura americana, dai primi anni '20 a quella contemporanea : da essa ho carpito molti elementi, motivi di tutto il pensiero americano.
"Molti Matrimoni" è un romanzo trovato sulle bancarelle in provincia di Roma; inaspettato e preso al volo.
I coevi di Anderson parlavano di questo come del suo declino e biasimavano l'immoralità della vicenda. Ma se "Molti Matrimoni" non ha la stessa magia narrativa del primo, esso comunque rappresentò una porzione di una società in cambiamento, di cui pur riscontrando i primi sintoni, l'America preferì chiudere gli occhi.
Pubblicato nel 1923, il romanzo è ambientato in una comuna cittadina di provincia del Wisconsin, ripresa nello scorrere di una vita lenta e monotona.
Anderson confluì nella trama una parte della sua storia privata, di quando nel 1912 in seguito ad un esaurimento nervoso, abbandonò tutto : la fabbrica di vernici dove era il direttore, la casa, la moglie, la stabilità e la sicurezza, per riparare verso Chigago, dove si votò completamente alla letteratura.
"[...] come milioni di altri giovani americani, ero stato strappato al suolo dall'ondata gigantesca dell'industrialismo che aveva corso da un capo all'altro l'America. Desideravo far ritorno al suolo."
Ed è con questo filo conduttore non molto lontano dalle inquietanti visioni hopperiane, che deve essere letto e apprezzato.


John Webster piccolo industriale fabbricante di macchine per lavare, ha trascorso tutta la sua vita a comportarsi come un uomo del suo stato con ditta, moglie e figlia dovrebbe fare, lavorando per la famiglia e la comunità intera. All'approssimarsi della quarantina avverte le prime avvisaglie di un profondo trauma emotivo, attraverso il quale ripercorre la sua esistenza "non vissuta pienamente" secondo i suoi desideri ma su quello che ci si sarebbe aspettato. È un sentimento che si radica doloroso nel suo animo ma dal quale, al momento della rivelazione, non può più allontanare.
Inoltre la relazione clandestina intrapresa con la sua segretaria Natalie Swartz, ha risvegliato in lui tutte le passioni, gli amori non condivisi, negati e falsati.
Comincia per Webster una sorte di "riniziazione" alla vita, lenta e graduale, attraverso quotidianità mai provate, libertà non esercitate, mentre fuori, la cittadina mormora con disprezzo il suo dissenso.
Il piccolo industriale si spoglia prima letteralmente delle sue vesti, poi del passato, delle convenzioni e in una drammatica scena scquarcia il silenzio notturno della propria casa manifestando alla moglie e alla figlia il desiderio di abbandonare tutto. Lascia alla prima il freddo distacco che è sempre esistito, alla seconda, giovane e insicura, la possibilità di aprirsi senza remore al mondo moderno.
E in quella stessa notte John Webster si allontana con la sua amante dalla città, per non farvi più ritorno.



"Se in seguito egli e Natalie avessero scoperto che non potevano vivere insieme, ebbene, la vita non sarebbe per quello finita. La vita era la vita. E c'è sempre modo di viverla."

È chiara la polemica di Anderson contro l'industrialismo che da una parte all'altra degli Stati Uniti aveva cambiato profondamente l'assetto sociale dell'America. Non un rifiuto del progresso, bensì di una civiltà meccanizzata, aderente al puritanesimo e alla repressione dei sentimenti, radicati ancora nella vecchia provincia americana.
"Molti Matrimoni" non è un romanzo corale come "Winesburg, Ohio", ne seguiamo infatti un'unica vicenda, quella di Webster, eppure l'abitato c'è sempre : una moltitudine di uomini e donne si alzano la mattina, si incamminano verso l'ufficio ripetendo le stesse parole, gli stessi gesti, ognuno di loro, nessuno escluso, cova frustrazioni, solitudini, desideri repressi, di cui il protagonista si scopre nel suo disadattamento e provoca una profonda rottura con l'ambiente.
Figura distinta è invece la figlia di Webster, Jane che dopo il colloquio col padre sente affiorare nel suo interno, una nuova visione del mondo, di un' apertura alle relazioni più spontanea e libera da inibizioni sessuali in cui si chiudeva la vecchia generazione, aggrappata ad arcaiche credenze sulla vita e sull'amore.
E Anderson ribadisce con l'opera il diritto al sentimento, ad altre possibilità, ai "molti matrimoni" che intercorrono nella nostra vita, con noi stessi, gli altri, contemporaneamente e molteplici in ogni loro forma di amore.
Un testo non eccelso, che si potrebbe però apprezzare meglio svecchiandone la traduzione. Rimane comunque un fondamentale tassello per completare quella ricerca sempre contemporanea del "sogno americano".

"Comunque, non voglio insegnar nulla a nessuno. Se per caso diventerò uno scrittore, cercherò di riferire alla gente quel che ho visto e sentito nella vita;  e poi passerò  il resto del mio tempo  a passeggiare, osservando e ascoltando."



M.P.





Libro :

"Molti Matrimoni", S. Anderson, Oscar Mondadori



martedì 5 settembre 2017

Il Castello "baciato dal mare", quello di Santa Severa


Prima di descrivere e raccontare un po' del luogo che considero il più affascinante visitato quest'anno, voglio accennare al mio soggiorno fermano di due mesi fa, che si ricollega per vie non scontate a questo. Un breve soggiorno, ma abbastanza per capire quanto più del terremoto, a portare sconforto nella quotidianità delle persone è subentrata la burocrazia.
A Fermo, nelle Marche, la maggior parte degli edifici pericolanti è in ristrutturazione, cosa buona, ma il rifacimento è partito troppo tardi. Una signora del posto mi ha detto che non hanno più una chiesa dove andare a pregare.
Scrivo queste righe a pochi giorni dall'incendio di Cosenza, dove sono andati perduti importanti scritti del filosofo Telesio e a poche ore dal terremoto di Ischia... Veramente troppa sconsideratezza per il nostro fragile patrimonio culturale.



A quaranta chilometri dalla Capitale, percorrendo la via Aurelia, ci si può regalare almeno un giorno di distensione e quiete davanti ad un mare limpido e un appagante isolamento dalla consuetudine cittadina. Santa Severa, è l'unica frazione di Santa Marinella (RM), comune rinomato soprattutto dai corregionali laziali più che dai romani, dove lo stesso Giorgio Bassani, estasiato dai suoi scenari vi scrisse "Il Giardino dei Finzi-Contini". E certamente non si può dar torto allo scrittore ferrarese vista la spiaggia cosparsa di sassi, il forte vento che alza la brezza marina e una folta vegetazione.
Santa Severa prende il nome dall'omonima santa, martirizzata in questi luoghi intorno al II secolo d. C.; ma le sue origini sono molto più lontane: infatti questa è stata per secoli un agglomerato di culture e popoli diversi fra loro. Costruita sulle rovine dell'antica Pyrgi, abitato etrusco frequentato anche da fenici e greci, e in seguito colonia romana.
A catalizzare lo sguardo è la maestosa bellezza del suo castello dalle triplici cinte murarie, eretto dai normanni intorno all'anno 1000.
Abbandonato da anni dall'uomo e dal tempo, la Regione ha fortemente creduto nel progetto di restaurarlo ed aprirlo al pubblico, ridando vita ad un lungo pezzo di storia, non indifferente.
Lo chiamano "il castello baciato dal mare", perché le acque del Tirreno lo avvolgono tutt'intorno creando un'atmosfera d'incanto. Mi sono affacciata da una piccola finestra ed è stato emozionante vedere uno scorcio di paesaggio e giù lo strapiombo sul mare.
Dimora di principi e papi illustri, dopo i secoli XIII e XIV dove ospitò famiglie romane, dal XVI passò in mano alla corte papale che ne fece uso per brevi soggiorni. Nel '500 ebbe il suo massimo splendore grazie anche all'interessamento di Papa Leone X (1513-1521), colpito dalla moltitudine di flora e fauna della zona.
Il diciotto ottobre 1615 il castello accolse con tutti i fasti dovuti il samurai Hasekura Tsunenaga (1571-1622), primo ambasciatore del Giappone venuto per una missione diplomatica a Roma per Paolo V (1605-1621). Pio IX invece fu l'ultimo papa castellano.
Il tre ottobre 1799 subì il primo sfregio da parte dell'uomo : i soldati napoleonici, abbandonata Roma, ripiegarono su Santa Severa, saccheggiando il castello e il borgo.
Nel 1940 i tedeschi ne usufruirono nella Seconda Guerra Mondiale, per farne spazi militari e dieci anni dopo si affrancò a Santa Marinella.
Il percorso museale si divide in quattro sezioni. Nella prima si viene guidati nella parte più alta del castello e la più antica, quella della Torre Saracena del XII secolo, dalla quale si gode di un panorama che ferma per un attimo il respiro con il suo mare infinito. Essa serviva come punto di osservazione e difesa dell'edificio e del borgo circostante.

Dalla Torre Saracena

Il Museo Storico del Castello, posto all'interno della torre, ripercorre le sue origini con foto, immagini, descrizioni, oggetti rinvenuti nel corso degli anni e accompagnato da abiti femminili finemente ricostruiti.

Interno del Castello




Nave romana
Nave fenicia

Nave punica

Chiesa dell'Assunta


Il complesso aggiunge alla sua ricchezza due importanti reparti che continuano nello studio e nel recupero di dati storici e nello sviluppo di nuove tecnologie per capirli.
Il Museo del Territorio si apre come una piccola casa di campagna al suo esterno, con vecchi attrezzi utilizzati in agricoltura, dalla decespugliatore alla trebbiatrice; e ad accogliere il visitatore in questa casetta ricca in ogni spazio di foto d'epoca, oggetti di lavoro antichi, minerali, porcellane, ampolle, si presenta con una allegria inaspettata il professore chimico e geologo Giulio : nato nel castello, ma come lui afferma "non sono un principe". Il signor Giulio narra un pezzo di storia mancante nel castello.
Prima degli anni trenta del Novecento il borgo non esisteva più; il luogo era infestato dalla malaria e solamente con la dittatura fascista l'area venne bonificata per far posto alle case degli alti gerarchi. Suo padre fu proprio uno di quelli che costruì mattone su mattone le abitazioni.
Lo scopo del signor Giulio è quello di reperire materiali e ricordi sulla sua famiglia come quella della comunità, portando avanti un progetto di valorizzazione del territorio.

Museo del Territorio

C'è passione sul suo viso e abnegazione su un lavoro che svolge da volontario.
Il punto di forza e vanto del complesso è il Museo del Mare e della Navigazione Antica.
Si da sempre molta importanza nel mondo antico alle battaglie, agli avvenimenti, agli usi e costumi dei popoli, alle costruzioni monumentali, eppure non abbastanza a quanto l'uomo abbia usufruito vantaggiosamente della natura. Il mare in primis, per la fauna marina, gli scambi commerciali, per la sopravvivenza.
Ciò che ho apprezzato in questa sezione, è stato il modo di far riemergere dal passato un mondo poco conosciuto e che nemmeno un libro, anche il più dettagliato, può rendere così "visibile", attraverso reperti preziosi come anfore, dolium (grandi otri di vino), parti di navi, ricostruzioni di porti, navi etrusche, puniche, romane, e viene in mente subito quanto il nostro Mediterraneo, in passato, sia stato così pieno di "vita".


Porto di Cartagine



Dolium
Ricostruzione dei ritrovamenti marini



Fra le attrazioni degne di essere citate, è presente una ricostruzione di una nave da carico romana colta in un momento di difficoltà causato dalle cattive condizioni del mare. Questa è riprodotta fedelmente sulla base di una che veramente naufragò intorno al III secolo d. C.
Accanto una ricostruzione al vero della stiva della stessa nave romana, riproposta esattamente con le sue dimensioni reali, con l'uso degli stessi materiali lignei e con la stessa tecnica. Nella rappresentazione, tra le anfore, due marinai controllano la merce ed eventuali infiltrazioni d'acqua in un momento così drammatico.
In ultimo vorrei spendere qualche parola anche sul bookshop che ho trovato molto fornito di libri specifici e adatto anche ai visitatori più piccoli.





Il Museo del Mare e della Navigazione Antica ha ricevuto premi, riconoscimenti, persino dal divulgatore Alberto Angela che dedicò uno speciale nel programma "Superquark".
Al castello è riservata anche una parte dedicata ai concerti, conferenze, mostre, spettacoli letterari ed esibizioni che si svolgono esclusivamente d'estate.
Penso che si potrebbe migliorare l'accoglienza al complesso mediante una guida, allo scopo di illustrare con più dovizia di particolari le meraviglie di questo sito, non modificando però il prezzo del biglietto, perché ogni forma di cultura deve essere accessibile a tutti.

Il castello di Santa Severa è un'officina, in continuo studio e ricerca. Una eccellenza italiana per la salvaguardia della storia e della bellezza del territorio, la prima nostra forma d'arte.



M.P.



Le foto realizzate da A. Tommasi sono riservate.



Sito del castello di Santa Severa





lunedì 28 agosto 2017

"Gli Sguardi della Luna" di Edith Wharton


"Era questo il modo di fare dell'ambiente in cui loro vivevano. Nessuno poneva domande, nessuno si meravigliava più di nulla... Perché nessuno aveva tempo per ricordare. Il vecchio pericolo di curiosità indiscrete, di maligni pettegoezzi, in pratica era finito : le persone venivano lasciate ai propri drammi, ai propri disastri, abbandonate a se stesse, perché non c'era nessuno che si fermasse per notare le piccole cose che gli altri portavano con sé cercando di nasconderle."


Illustrazione di Joseph C. Leyendecker


Il drammatico caldo di quest'ultima estate, penso che abbia destabilizzato anche il più accanito sostenitore della bella stagione : così nelle afose mattine, come nelle afose notti di una Roma oppressa da varie incombenze, ho trovato una confortante "distrazione" nei tour estivi raccontati dall'americana Wharton in un popolare romanzo di inizio Novecento.


Edith Wharton (1862-1937), poco conosciuta nel panorama italiano se non attraverso le trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi, apparteneva all'alta società newyorkese e bostoniana, quella che dopo la Prima Guerra Mondiale si andava sempre più ampliando con i grandi alberghi, il denaro facile, automobili fiammanti; una società moderna, cosmopolita, avida e già dimentica dell'ottocentesca "età dell'innocenza".
Edith Wharton seguì l'esempio degli scrittori espatriati, come il suo maestro a cui sempre si ispirò, Henry James (1843-1916), viaggiando fra varie mete europee, guardando con disincanto quel mondo di piaceri e sfrenatezze che prima o poi, proprio come bolle di sapone, sarebbe scomparso.
Questo è lo sfondo dell'intreccio romantico post-bellico di "Gli Sguardi della Luna", oggi più noto come "Raggi di Luna".
Grande ed originale successo del 1922, si sviluppa per lo più nell'arco di una estate, fra ville circondate da laghi, bagni ala mare, ricevimenti, tra un capo e l'altro del vecchio continente.

Due giovani espatriati americani Nick Lansing e Susy Branch, entrambi di umili origini ma con alle spalle amicizie facoltose, decidono di usufruire di questa rete di vantaggi, sposandosi e vivere almeno per un anno, degli assegni e abitazioni messi a disposizione con grande generosità da famiglie ricche.
Più che un unione d'amore, il loro è un vero patto che l'uno o l'altra può rescindere alla possibile prospettiva di un migliore affare.
Così nella splendida villa sul lago di Como i due trascorrono la loro luna di miele nelle acque sensuali di un paradiso fra gardenie e lucciole.
Ma seppur presi da un reciproco affetto le loro strade alla fine si dividono : le generosità dei milionari si rivelano come scambi di favori, opportunismi, intrighi di una società lontana dalla verità e dal quotidiano, guidata più dai soldi che dal buon senso, che cambia relazioni come si cambia un abito.
Nick disgustato dal modo in cui Susy si aggrappa ancora a queste illusioni, si allontana.
Si rincorreranno inconsapevolmente  tra Parigi, Londra, Taormina e le isole dell'Egeo, fino al completo riconoscimento di realtà più vere e genuine, la rottura con quel mondo e la libertà d'amare.

Il romanzo ha una trama semplice che nel corso della lettura si fa sempre più godibile attraverso i continui processi di coscienza dei due protagonisti.
Quest'ultimi e la loro storia, nonostante le buone iniziali premesse, non mi hanno granché colpito; il tutto appare abbastanza piatto e poco convincente in alcune parti. Purtroppo lontano da quel capolavoro di finezza letteraria che racchiude il vecchio pensiero ottocentesco, "L'Età dell'Innocenza", con cui vinse nel 1921 il Pulitzer.
Ma un punto di contatto esiste : dove nel precedente secolo i sentimenti venivano soffocati, ecco che passato il turbine del primo conflitto mondiale, le nuove classi arricchite rincorrono le luci sfavillanti di un mondo vuoto ed effimero.


Film del 1923 di A. Dwan

Sono le scenografie e i personaggi secondari a riempire il libro; le atmosfere decadenti di giornate pigre e notti consumate nell'ebrezza di facili passioni, nel continuo ricercare distrazioni che poi verranno abbandonati.
L'opera influenzò lo stesso Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), in tematiche che poi diventeranno più profonde nel suo romanzo più conosciuto.
Anni dopo "Gli Sguardi della Luna" venne criticato per la sua forma legata a un modello troppo antiquato : una nuova generazione di scrittori americani stava nascendo; eppure bisogna riconoscere che Edith Wharton fu un'abile osservatrice e degna antesignana di un mondo in cambiamento.

"Lei si alzò, ma mentre si muoveva per recarsi ad accendere la luce, l'afferrò per la mano e la trasse verso la finestra. Si appoggiarono al davanzale nel buio e, attraverso le nuvole dalle quali stava già scendendo qualche goccia di pioggia, la luna, nel suo spostarsi verso l'alto, si trovò a nuotare in uno spazio di cielo, e riversò la propria tormentata gloria su di loro, per essere subito dopo di nuovo nascosta."






M.P.






Libro :

"Gli Sguardi della Luna", E. Wharton, Newton Compton




venerdì 28 luglio 2017

I consigli di lettura si danno con il cuore




Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare sulle letture estive che un ragazzo, ancora in età scolare, debba affrontare per iniziarsi alla lettura o rimanere comunque legato ai suoi vincoli.
Si sono accesi dibattiti, consigli, proposte di nuovi metodi da seguire... Ma la lettura è una passione e non può essere insegnata, semmai emulata.
Non esistono target specifici su libri da far leggere e meno che mai una fascia di lettori da dividere a seconda se questi siano giovani o vecchi, uomini o donne.
Ricordo, in una vecchia intervista rivolta alla figlia di Calvino, quando questa raccontò che in gioventù non amasse leggere e ancora meno i libri del proprio celebre padre. La lettura fu scoperta e amata in seguito, leggendo Agatha Christie.
Questo è un esempio di come sia vero che ci sono persone che propendono per la lettura fin da piccole, ma che si può anche diventare lettori, lasciando solamente ad ognuno il tempo e le scelte.
Perché la letteratura non è un catalogo di libri ma uno stradario di possibilità. E anche quando si danno consigli sui libri, si deve fare come quelli dati di vita, con il cuore.
Tralasciare gli entusiasmi del momento, delle trovate commerciali, per andare diretti nella profondità del propro animo.
Invece nei libri che mi porterò in questi ultimi scampoli d'estate figurano il romanzo ottocentesco di Edith Wharton "Gli Sguardi della Luna", ambientato nella tarda Belle Époque di uno sfrenato tour europeo nuziale, "Molti Matrimoni" dello scrittore americano Sherwood Anderson, un'opera atipica dell'autore e "Schiavo d'Amore" il più celebre e complesso di Wiliam Somerset Maugham. 
Questa in basso è una selezione, prescelta alcuni da me, altri da mia sorella, di libri da leggere in estate... Ma vanno bene anche durante l' inverno e senza alcuna particolare categoria specificata di lettori.
Le prime otto recensioni sono state prese da questo blog, le altre sei di altri blog che seguo e che ho reputato da aggiungere alle altre.


"Tutti i Racconti"  Katherine Mansfield (1888-1923) fu una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese di inizio Novecento. In questa raccolta completa, la Mansfield scruta nell'animo umano della classe borghese del XX secolo, in preda a crisi d'identità, lotte di classe, in una Inghilterra confusa e instabile socialmente, all'avvento della Grande Guerra.

"La Regina Vittoria"  Grande successo ha attirato quest'anno la biografia romanzata della regina Vittoria, pubblicata dall'inglese Daisy Goodwin. Invece una biografia accurata storicamente e psicologicamente è quella scritta da Lytton Strachey (1880-1932). Pubblicata venti anni dopo la morte della regina, Strachey racconta Vittoria "con tutta la sua personalità e le sue sfumature, attraverso anche le memorie e le lettere di chi l'ha conosciuta"; "Vittoria si era ritrovata ad essere la persona giusta nel momento giusto; unica, maestosa rappresentante della forza dell'Inghilterra, quando se ne cercava un simbolo".

"La Ricetta del dottor Wasser"  Ultimo lavoro dello scrittore svedese Lars Gustafsson (1936-2016), pubblicato nel 2015, ruota attorno a temi già dibattuti della letteratura, l'enigma dell'identità, del tempo, delle apparenze, attraverso la vita di Kent Andersson, che grazie ad un caso fortuito, prende l'identità di un giovane laureato in medicina, trovato morto nella cittadina svedese dove abita.
Kent Andersson assume le vesti del dottor Wasser sfruttando l'indifferenza delle persone, la sua astuzia, la coscienza di non andare oltre le sue possibilità.

"Ognuno Muore Solo" Tra le più belle letture di quest'anno risulta questo lungo romanzo pubblicato postumo nel 1947 dallo scrittore tedesco Hans Fallada. "Ognuno Muore Solo" è basato su una storia vera, una rielaborazione letteraria dell'inchiesta della Gestapo che in Germania portò alla decapitazione di due coniugi berlinesi nel 1944. Otto ed Anna Quangel fornendosi di carta e penna, iniziano a scrivere su delle cartoline frasi contro Hitler e la sua ideologia, che lasciano poi di soppiatto negli androni o sui davanzali delle finestre di uffici o abitazioni private; tutto per accelerare la caduta di un regime che come una catena di montaggio è pronta a sopprimere chiunque vi cada dentro. Primo Levi scrisse di quest'opera «il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca ala nazismo»

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti L'opera è una raccolta inedita della casa editrice Newton Compton, pubblicata nel 2014, in cui sono contenuti brevi racconti di Virginia Woolf (1882-1941), scritti tra il 1922 e il 1925.
Questa raccolta presenta tredici racconti, tutti ambientati nell'alta società del primo dopoguerra, dove uomini e donne diventano, loro malgrado, protagonisti in cui si scoprono insicurezze, solitudine, e la relatività di quei valori dominanti fino allo scoppio della Grande Guerra.

"Cassandra" Pubblicato nel 1983 dalla scrittrice tedesca Christa Wolf (1929-2011), l'opera è la più felice e profonda reinterpretazione della storia della leggendaria profetessa figlia di Priamo, Cassandra. Non è la scrittrice a raccontare, ma la stessa protagonista a narrare o ricordare, attraverso un monologo interiore, la sua vita di ribelle principessa prima, di vittima sacrificale per la guerra e per gli uomini poi. Una delle più belle pagine della nostra storia ancora da raccontare, per spiegare il terribile passaggio dalla società patriarcale a quella matriarcale.

"Eravamo grate, perché era concesso proprio a noi di godere del massimo privilegio che esiste, far avanzare una sottile striscia di futuro dentro l'oscuro presente che occupa ogni tempo."


"La Mia Vita" Ho già presentato questo libro l'anno scorso, tra i consigli delle letture estive nella recensione di IPSA Legit, ma voglio ancora confermarlo quest'anno, perché l'autobiografia della giallista Agatha Christie (1890-1976) mi è rimasta nel cuore come poche altre. Pubblicata postuma nel 1977, è il suo romanzo di ricordi e memorie che abbraccia il lungo Novecento, dalla fine dell'età vittoriana agli anni '50-'60, ma anche un resoconto prezioso di epoche, mode, passioni, conflitti, amore per la vita e per un Medio Oriente con le sue torri alte e tramonti rosati che ora non esistono più.

"Sostiene Pereira"  (1994) Uomo appassionato di letteratura portoghese e dal pensiero libero, Antonio Tabucchi (1943-2012) porta il lettore nella Lisbona sotto la dittatura salzarista con questo capolavoro che rappresenta una condanna aperta al totalitarismo, ad un sistema politico e sociale di omertà e chiusure, contrapposto all'irruente compostezza del pensiero indipendente, della virtù delle parole, dell'amore per i libri e la commuovente bellezza della libertà.




"Casa Howard" recensito recentemente da un blog di grande raffinatezza e indipendenza, IPSA Legit, approda nell'Inghilterra agli inizi del XX secolo, ancora lontana dal Primo Conflitto Mondiale eppure già logorata all'interno di una società fallace e corrotta, come quella descritta dallo scrittore inglese Edward Morgan Forster (1879-1970), uno dei più significativi rappresentanti del "gruppo di
Bloomsbury. Pubblicato nel 1910 affronta il tema delle lotte di classe tra l'upper class, la middle class e quella povera : un 'insolubile intreccio di classe, la più alta, e la più bassa, imparentate con la solida borghesia, e destinate a riprodursi tra le quattro pareti di casa, Howards End, che rappresenta la tradizione stessa dell'Inghilterra : i papaveri tra le spighe, gli alberi di susine, il campo da tennis, le siepi di rose canine, i gigli, i tulipani, l'olmo - la fertilità opulenta del suolo." (IPSA Legit).

"Colazione da Tiffany"  Recensione tra romanzo e film è quello realizzato da Scratchbook in questo racconto considerato il più conosciuto di Truman Capote (1924-1984), ambientato nell'Upper East Side di una New York degli anni Quaranta. La trama è ormai più che popolare ma l'articolo riflette sui punti meno consueti di un libro un po' svalutato da un omonimo film fin troppo perbenista.

"Le Notti Bianche"  Qui approfondito dal blog Io, la letteratura e Chaplin, rappresenta uno scritto giovanile dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Pubblicato nel 1848, ambientato nella Pietroburgo durante il fenomeno astronomico delle notti bianche; narra l'incontro di un Sognatore e la giovane Nasten'ka "destinata a lui solo per un breve lasso di tempo" (Io, la letteratura e Chaplin) in un parallelo fra illusione e realtà.

"Olive Kitteridge"  (2008) nella strutturata recensione del blog ATHENAE NOCTUA, si addentra nella provincia americana, e in questo caso quella immaginaria creata dalla scrittrice Elizabeth Strout (1956), nella cittadina del Maine, Crosby. Raccolta di storie sotto forma di romanzo, Olive Kitteridge, professoressa in pensione, osserva la vita dei suoi concittadini, tra tradimenti, crisi delle coppie, incontri inaspettati, riconciliazioni e attesa della vecchiaia e della morte alla "ricerca di un'infelicità che renda più sopportabile quella della stessa." (ATHENAE NOCTUA).

"Le Otto Montagne"  Neoeletto Premio Strega 2017 Paolo Cognetti (1978), è fra le letture più belle affrontate quest'anno dal blog Il giro del mondo attraverso i libri". Ambientato nelle Dolomiti, tra sentimenti e incomprensioni tra tre protagonisti "scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia più facile ascoltare i nostri pensieri." (Il giro del mondo attraverso i libri)

"Sola a presiedere la fortezza"  Preziosa recensione del sito letterario LIBRI NELLA MENTE, è un epistolario, con l'aggiunta di lettere inedite, dove sono riposte le riflessioni sulla scrittura dell'autrice statunitense Flannery O'Connor (1925-1964). Un viaggio profondo, attraverso la storia, la malattia e la passione per la scrittura di una delle più celebri narratrici di racconti del Novecento.


Come da programma il blog si chiude qui, visto che la sottoscritta ha deciso prendersi qualche giorno di stacco dal blog, per ritornare, forse, nella seconda metà del mese di agosto.
Ma la pagina Facebook continua con la rinnovata rubrica di "Appuntario Estate", dove ho preferito, questa volta, a dare più spazio agli articoli nelle sezioni "Mondo Appuntario" e "Appunti d'Arte".
Auguro come sempre a tutti i lettori e agli amici blogger una strepitosa estate di leggerezza e pigrizia universali!



M.P.


venerdì 21 luglio 2017

"Tutti i Racconti" di Katherine Mansfield


Miss Brill scoprì cos'era a rendere ogni cosa così eccitante. Erano tutti sul palcoscenico, non erano solo pubblico, non stavano solo a guardare; erano attori. Perfino lei aveva una parte, e appariva tutte le domeniche. ("Miss Brill")


W. Beach Humphrey per "Liberty"

Katherine Mansfield (1888-1923) fu una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese di inizio Novecento.
L'egemonia letteraria era in quel periodo divisa solamente con l'inglese, l'eterna rivale Virginia Woolf (1882-1941), con la quale ebbe incredibilmente molte rassomiglianze, di vita e di lavoro, ma con slanci completamente diversi.
Kathleen Beauchamp, vero nome della Mansfield, era nata in Nuova Zelanda da una famiglia d'origine inglese e proprio come la Woolf, agiata e "letterata"; nel suo parentado compariva come cugina, la contessa e scrittrice Elizabeth von Arnim, autrice di celebri best-seller d'epoca.
La sua fu un'esistenza travagliata : due matrimoni, un aborto, una salute malferma (prese la gonorrea) e all'ultimo, un' infezione polmonare che la spense a soli trentaquattro anni.
Ma amava la vita e prima di essa amava scrivere. Scrutare quel che c'era dietro una bella facciata, un motivo ideale, e analizzarne ogni crepa, vivisezionare quasi ogni disarmonia e lesione.
Diversamente dalla Woolf che usava viaggiare in lungo e in largo per dibattiti culturali e conferenze, gli spostamenti della Mansfield ricordavano più quelli di un uccello in cerca di un nuovo nido su cui poggiare stabilità e sicurezza affettiva.
La Woolf si suicidò quando capì di non poter più scrivere; la Mansfield fino all'ultimo credette di poter guarire.
Katherine Mansfield fu una scrittrice di racconti, di cui soltanto pochi furono pubblicati in vita e che presentano analogie con la futura Dorothy Parker (1893-1967), per arguzia e umorismo, ma mentre la seconda con le sue opere metteva a nudo la società contemporanea americana, mostrandone l'impoverimento morale, la prima si occupava di sondare l'animo umano, sfaccettando personalità e mentalità.
Il XX secolo aveva albeggiato con la crisi del mondo borghese, già profetizzata da Mann nei "Buddenbrook", perché minata al suo cuore da marxismi, psicanalisi e lotte di classe che avevano trascinato un periodo di insicurezza e solitudine.
Come Elizabeth Jane Howard (1923-2014) aveva raccontato quel che stava cambiando nell'Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale, la Mansfield  avverte la degradazione e i moti interiori di una classe uscita allo scoperto, dopo un'epoca in cui venivano coperte perfino le gambe dei tavoli.

La raccolta qui realizzata dalla Newton Compton nel 2012, pur presentando molti, fastidiosi errori di battitura, comprende tutti i racconti della scrittrice neozelandese, dal 1911 al 1923, insieme a quelli rimasti incompiuti.
Avrei voluto riassumerli molti di più, ma per non appesantire la recensione e limitarmi ad un esclusivo elenco, ho deciso di presentare solo quelli che hanno attirato in particolar modo la mia attenzione e che mostrano al meglio il suo stile, le tematiche e il suo mondo.
La raccolta "Una Pensione Tedesca", è fra i primi lavori dell'autrice; ancora acerbo ma ben indirizzato verso tematiche quali i rapporti interpersonali, il femminismo e su quanto le offese e le falsità possano arrecare sofferenze agli altri. Sono tredici racconti ambientati nella pensione di una città termale tedesca, dove gli ospiti assistono alle piccole quotidianità dei loro compagni di soggiorno o alla vita del paese, fra avventure pericolose, pettegolezzi, scelte radicali.
In "Preludio" c'è molto di più.  Pubblicato nel 1918 dalla Hogarth Press (casa editrice fondata da Leonard e Virginia Woolf), troviamo una forma letteraria completamente innovativa. Innanzitutto il componimento si apre "in media res": abbiamo all'inizio una trama inspiegata che gradualmente viene sciolta al lettore nel corso della lettura. È quella dalla famiglia Burnell, (già incontrati nella raccolta della Lindau con "Alla Baia" e ricorreranno in altri racconti), che traslocano dalla città alla campagna. Il contesto può sembrare banale eppure è soltanto uno spunto per esplorare nella psicologia dei personaggi, nelle loro nascoste insoddisfazioni, nella riconsiderazione dei loro rapporti tra marito/moglie, genitori/figli, nella scoperta che qualcosa è cambiato, dietro una consuetudine ideale, ed il ruolo infelice delle donne all'interno di una società patriarcale.
Nella sua opera più celebrata "The Garden Party" o "La Festa in Giardino"¹, la Mansfield affronta la gravosa questione delle lotte di classe, delle distinzioni tra buona borghesia con la classe povera e i rimorsi di questa consapevolezza. Pubblicato nel 1922, il racconto narra un momento particolare della ricca famiglia Sheridan, quello dell' organizzazione di una festa in giardino elegante e allegra, e naturalmente per pochi. Attraverso gli occhi di Laura (la piccola della famiglia) veniamo immersi in un mondo di fiori, tavoli imbanditi, abiti inamidati e dolci alla panna, ma all'improvviso il tono cambia con la sopraggiunta notizia della morte di un operaio del vicinato. Laura colpita fortemente dall'evento, vorrebbe per decoro annullare la festa, ma trova le resistenze da parte della sorella Jose e dalla madre, per poi dimenticarsene del tutto quando, con il suo vestito elegante, si guarda allo specchio, splendente di bellezza e giovinezza.
A conclusione del party, viene invitata dalla madre a portare, per cortesia, un cestino di panini alla famiglia in lutto. Alla vista della povera casa, della morte e di realtà completamente diverse dalla sua, Laura si rende conto di aver vissuto fino ad allora nell'illusione, e al momento di spiegare al fratello cos'è la vita, quella vera, non trova le parole.
Dello stesso tenore è "La Casa delle Bambole"  (1922), il mio preferito della raccolta, dove ritroviamo la famiglia Burnell; questa volta come protagoniste esclusive le figlie Isabel, Lottie e Kezia alle prese con una casa delle bambole arredata di tutto punto, portata in dono dalla nonna. Mentre Isabel e Lottie ne ammirano, e fra le loro compagne di scuola, ne esaltano ogni particolare d'arredo, dai tappeti alle sedie, perfino le stoviglie, Kezia (alter ego della Mansfield) decanta l'unico oggetto che più si avvicina alla realtà, la lampada.
Ma anche qui la casa delle bambole è solo un pretesto per rimarcare le differenze sociali. Tutte le compagne di scuola delle tre vengono invitate a vedere la casa, tranne due sorelle, emarginate per essere figlie di una lavandaia e un galeotto.
Kezia con la sua semplicità e genuinità mostra di nascosto alle bambine la casa, finché sorpresa dalla zia, viene redarguita e quest'ultime cacciate. Ma hanno almeno quest'ultime fatto in tempo a guardare la lampada.
In "Una Tazza di Tè"  (1922) si manifesta tutto il materialismo, l'insicurezza, l'insensibilità della classe borghese, con un racconto brioso e di spirito, in quanto Rosemary Fell, donna giovane, brillante e soprattutto ricca, più per gioco e per il proprio ego che per pura generosità, invita nella propria casa una ragazza povera a bere una tazza di tè e a rifocillarsi. Eppure al rientro del marito, quando questi comincia a lodare la bellezza dell'ospite, Rosemary turbata, prima di scacciarla, si avvia nelle sue stanze per truccarsi e pettinarsi, per poi ritornare dal marito più mansueta del solito. La scrittrice evidenzia come il problema non sta nelle gelosia della protagonista, bensì nella sua insicurezza.

K. Mansfield


Di pari passo, simbolico ed inquietante è "La Mosca" del 1922. Un dirigente d'azienda vecchio e solo, dopo la visita di un dipendente che gli ha fatto ricordare il proprio figlio, rimane perso nei suoi pensieri, sopraffatto dal dolore per la morte dell'unico figlio perso nella Prima Guerra Mondiale. Prima evoca i suoi sacrifici, il coraggio preso per crescerlo e dargli una vita sicura e stabile, poi ne commemora la personalità gioiosa, amabile... E nel mentre si accorge di una mosca rimasta intrappolata nell'inchiostro del gran calamaio sulla scrivania. Con la penna il signore salva l'animale, poggiandolo su una carta assorbente;  osserva la fatica della mosca che si asciuga con le zampette il corpo, elogia il suo coraggio, il sacrificio, ma sempre con la penna e d'improvviso, inonda la mosca d'inchiostro. L'azione si ripete finché il povero animale non muore, così con disinteresse getta il cadavere nel cestino. Tuttavia, ritornando alla realtà, non riesce a ricordare a cosa stesse pensando inizialmente.

Questi sono soltanto pochi dei tanti racconti che comprendono un libro di ben oltre settecento pagine, da accompagnare alle ore rubate di un inverno o di una estate, ma da leggere rigorosamente con lentezza, affinché il ricordo di ciò che abbiamo letto, affievolisca piano piano.
La Mansfield possedeva un'incredibile arte evocativa che prendeva in prestito dai suoi ricordi d'infanzia e dalla sua esperienza e lo imprimeva con semplicità nella scrittura, superando le alte vette della genialità, quando descriveva l'atmosfera della scena sul momento : fiori, piante, cibo, continue onomatopee e (cosa che la Woolf le invidiava), la creazione di personaggi così vivi in una scrittura luminosa, quasi quanto quella della Austen.
Nei lavori, l'autrice mostra nelle prime righe un quadro perfetto, quasi idilliaco, ma nello scorrere del racconto ci si rende conto di qualcosa di stonato, di strano. Perciò entriamo direttamente nella mente del protagonista, nella sua più profonda coscienza; quand'ecco che il soggetto giunge senza volerlo ad una epifania e arriva così vicino alla comprensione della sua situazione od incontro, da non poterla, però, mai afferrare totalmente, perché l'illusione lo distoglie dall'ultimo sguardo.
Ho trovato straordinario il fatto che, appena terminato l'ebook, non ricordassi perfettamente la trama di molti racconti. Ciò che mi era rimasto, invece, erano le sensazioni, quei moti d'animo dei personaggi, da farti quasi sembrare coabitante della loro fatalità.

«Ma, Laurie...» si interruppe e guardò il fratello.
«Vero che la vita è...?, balbettò, «la vita è...»
Ma non riusciva a spiegarlo, cos'era la vita. Non importa. Lui capì perfettamente.
«Vero, tesoro?», disse Laurie. ("La Festa in Giardino")



M.P.




¹ Il racconto presenta delle affinità con il romanzo della Woolf  "La Signora Dalloway" del 1925.




Ebook :

"Tutti i Racconti", K. Mansfield, Newton Compton.