venerdì 13 maggio 2016

Johanna Bonger, l'altro Van Gogh.


"Devo conoscere tutto su Vincent e poi mi accingerò a scrivere la sua vita." J. Bonger.



"Due Girasoli Appassiti" (1887), V. Van Gogh

Il ventinove luglio del 1890 moriva colui che tra i grandi della pittura aveva rivoluzionato l'arte, con il suo stile e con il suo vivere l'arte come dramma e passione. Vincent Van Gogh (nato nel 1853), moriva malato, povero e per di più sconosciuto come artista, lasciando la sua eredità al generoso fratello Theodorus (1857-1891), mercante d'arte che per tutta la vita si era battuto per farne riconoscere la grandezza e lo avrebbe ancora fatto se non fosse subentrata una malattia che lo portò nella tomba sei mesi dopo l'amato fratello.
Pochi sanno che in quel preciso momento, dopo la morte di Theo, la figura di Vincent Van Gogh poteva o cadere per sempre nell'oblio o innalzata nell'Olimpo dei grandi artisti.
In quello stallo tutto poteva fare la differenza, e la differenza la fece una donna.


Nel gennaio del 1891 una giovane donna di ventinove anni, timida ma dalla mentalità aperta e intelligente si ritrovò vedova con un bambino di appena un anno. Il marito Theodorus Van Gogh le aveva lasciato un appartamento nella capitale francese.
Johanna Bonger era nata nel 1862 da una famiglia benestante di Amsterdam. Aveva ricevuto un'educazione superiore alle altre giovani della sua età, eppure non eccellente.
Dopo aver lavorato nella biblioteca del British Museum, aveva incontrato a Parigi Theo con il quale si era sposata un mattino dell'aprile 1889.
Tra varie difficoltà economiche il marito si era votato completamente alla cura e all'arte del fratello e Johanna lo aveva seguito per amore.
Alla morte dei due si era ritrovata sola, con pochi mezzi, attorniata da oltre duecento opere del cognato, lasciatole da Theo, tra dipinti, disegni e schizzi, il che equivaleva ad essere comunque in ristrettezze, dato che in vita Vincent non aveva venduto molto.
Ma non andò a vivere nella Parigi della Belle Epoque, si cercò piuttosto un posto tranquillo nella natia Olanda, portandosi dietro tutto, mobili, dipinti, disegni, schizzi e bambino. Molti le consigliarono di non portarsi quella inutile cianfrusaglia, piuttosto di distruggerla, tanto poco valeva.
Ma Johanna non lo fece.
Le attendeva un futuro diverso, per sé e per suo figlio e non si sarebbe mai sottratta per nulla al mondo al compito che aveva assorbito così interamente il marito e che lei voleva continuare.
Sarebbe riuscita dove Theo non avrebbe potuto : dare valore e fama ai lavori di Vincent, nella sua arte vedeva di riflesso il ricordo dell'amato sposo.
Non era una intenditrice di arte, era stata educata per diventare una buona moglie e madre, le sue prospettive erano limitate, ma era avveduta e aveva riconosciuto nei lavori del cognato un originale talento d'espressione e aveva contatti importanti.
A Bossum, quindici chilometri da Amsterdam, sotto il regno dell'amabile regina Guglielmina, Johanna ammobiliò la sua villetta di fine secolo più come un museo.
Al suo interno si potevano trovare dipinti di Gauguin, Guillaumin, stampe giapponesi e le opere di Vincent. Sopra la mensola del camino troneggiava ad esempio "I Mangiatori di Patate", sopra la porta di casa "Boulevard de Clichy".
La villa aveva un motivo funzionale, serviva da esposizione, una galleria casalinga dove la donna invitava artisti, collezionisti e mercanti, vendeva quel che voleva vendere e presto trovò la sua abitazione piena di visitatori.
Il nome del pittore cominciava a farsi strada in Olanda. Pur vendendone i quadri, Johanna si tenne gelosamente i capolavori, con una strategia ben precisa : esponendoli nelle varie mostre avrebbero portato più popolarità.
Nel 1905 ad Amsterdam organizzò una mostra finanziata da lei stessa, dove fece arrivare ben quattrocentosettantaquattro dipinti. L'evento fu accolto con grande clamore.
L'impegno della Bonger non si limitava esclusivamente a catalogare, esporre, vendere quadri e finanziare le prime mostre; nel 1914 pubblicò l'epistolario tra il marito e Vincent, un corpus di novecento lettere, testamento prezioso per critici e gli appassionati moderni, che vedono attraverso quelle righe non solo l'affettuoso rapporto tra i fratelli, ma l'animo messo a nudo dell'artista e la nascita e il senso delle opere.

Johanna Bonger

Nonostante tutto la donna non ebbe una vita facile e riconosciuta. Aveva pur sempre un figlio da crescere e il mondo artistico in cui si muoveva escludeva a priori le donne dal mondo degli affari, non riconoscendole talento e intelligenza. Dovette affrontare derisioni, sospetti di avidità, e pregiudizi sociali.
L'insperato e definitivo riconoscimento dell'arte di Van Gogh si ebbe nell'anno 1924.
La National Gallery di Londra era intenzionata a comprare uno dei quadri più celebri "Il Vaso di Girasoli".
Il dipinto era il preferito di Johanna, quello che secondo lei meglio riassumeva l'essenza dell'artista e non avrebbe voluto privarsene.
Indugiò per diversi giorni, ma la vendita avrebbe sancito la consacrazione di Vincent e alla fine cedette. Con l'acquisto il nome di Van Gogh si estese internazionalmente.
L'anno dopo Johanna Bonger moriva anche lei lasciando ciò che rimaneva al figlio Vincent Willem (1890-1978), che donò allo stato olandese i quadri che avrebbero formato il Museo Van Gogh ad Amsterdam.
Se la grandezza di Van Gogh andava consolidandosi e il mondo cominciava a scoprire la bellezza e la poesia nelle sue opere, questo non si poteva dire di Johanna Bonger.
Morte anche quelle persone che la conoscevano, Johanna venne dimenticata dalla storia e il suo nome messo all'ombra dall'accecante immagine di Vincent Van Gogh. Eppure tutto il mondo le deve molto; senza di lei quel nome sarebbe durato un attimo.
Si disse che tutto questo lei lo aveva fatto per il figlio, affinché il passato non fosse sepolto con loro; per tramandare la memoria di quegli uomini e mostrarla agli occhi delle future generazioni.





M.P.

4 commenti:

  1. Ammiro l'accuratezza e la passione con cui vai alla ricerca di tante, preziose storie di donne che il passare del tempo hanno coperto di polvere o addirittura quasi cancellato. Non conoscevo questa storia, sapevo del ruolo di Theo van Gogh nella vita e nell'arte del fratello, ma non avrei mai immaginato che la cognata potesse essere stata così importante nella conservazione e nel passaggio del mito ai posteri.
    Bravissima, Michela, un applauso grande grande!

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    1. Grazie mille Cristina! Sono contenta che ti sia piaciuto. Anche io non conoscevo nulla della Bonger, poi dopo aver sentito il suo nome in un documentario su Van Gogh, ho voluto approfondire. E' incredibile scoprire quante donne così influenti siano state dimenticate.

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  2. Brava Michela, ci offri sempre degli spunti interessanti. Andare a caccia di ulteriori dettagli, magari anche quelli poco conosciuti, è sintomo di una forte e sincera passione per la letteratura.

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    1. Gazie mille Alessandra! Più che altro sono mossa da una grande curiosità.

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