giovedì 18 maggio 2017

"La Ricetta del Dottor Wasser", di Lars Gustafsson


"La vita ha un senso? Che cosa vorrebbe significare? Che ha un utilizzo, come una chiave a tubo o una livella a bolla? O che ha una traduzione, come un passaggio strano e incomprensibile in un libro difficile? O una singolare formula matematica che non sembra affatto quadrare?
No, la vita un senso non ce l'ha. Però glielo si può dare. Forse è stato quel che ho fatto."

© Appuntario


Nei pochi programmi televisivi validi che sono rimasti, che parlano e consigliano libri, mi ha incuriosito il fatto che a distanza di pochi giorni, due abbiano discusso di una stessa opera.
Ci vuole poco ad essere influenzati, eppure ciò che mi ha fatto cedere all'acquisto di questo breve romanzo è stata la novità. Un personaggio nuovo, mai incontrato prima d'ora, nella sua sfrontatezza, nel suo cinismo, ma intelligente nel saper riconoscere i suoi limiti, e ancor di più il suo creatore,  nuovo.
Non ho mai letto nulla che andasse geograficamente oltre l'Inghilterra, e questo è stato il mio primo approccio con la letteratura nordica, di cui conosco ben poco e poco più i suggestivi paesaggi nordici con le loro luci abbacinanti e le loro fredde oscurità.
Lars Gustafsson (1936-2016), è stato lo scrittore e il personaggio più rappresentativo del mondo svedese. Laureato all'Università di Uppsala, dove partì il risveglio culturale del paese nel XVIII secolo e importante centro di materie scientifiche; nella sua lunga carriera scrisse molto e soprattutto indagando sulle problematiche del mondo svedese contemporaneo.
"La Ricetta del Dottor Wasser" pubblicata nel 2015 fu il suo ultimo lavoro.
L'autore è qui entrato nei meandri della letteratura già dibattuti : l'enigma dell'identità, del tempo, delle apparenze, qui configurate in una società che non si arresta, che perde la memoria nel suo affrettarsi.


La lunga ricetta del dottor Wasser è una confessione schietta e virtuale di una persona che ha reso la sua vita straordinaria, aggirando le normali convenzioni, ingannando se stesso e gli altri.
Un criminale? Eppure non nel senso stretto della parola, perché il dottore in questione è innanzi tutto un vincente : ex direttore generale di una clinica per i disturbi del sonno, vincitore di numerosi concorsi a premi e gran seduttore dell'universo femminile.
La narrazione si svolge in un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta ai primi decenni degli anni Duemila, in una incostante alternanza.
Kent Andersson, originario di una provincia del sud della Svezia, proviene da una famiglia disadattata e priva di mezzi, che lo induce fin da piccolo a arrabattarsi con piccoli lavori umili.
Nonostante tutto possiede una spiccata intelligenza e quando il caso fortuito lo porta a scoprire un cadavere in decomposizione nel fitto bosco, ha la sveltezza di prendere i documenti del malcapitato e la lungimiranza di aver carpito un affare che altrimenti non sarebbe più ricapitato.
I documenti personali appartenevano ad un giovane uomo, profugo della Germania dell'Est, laureato in medicina, Kurth Wasser.
Non subito, ma poco a poco, Kent Andersson inizia a prendere l'identità di Wasser
Grazie all'attestato di laurea del defunto, il nuovo Kurth Wasser si specializza nella branchia dei "disturbi del sonno", campo ancora inesplorato negli anni Sessanta e di cui è sicuro non potrà arrecare gravi danni, come un semplice medico o chirurgo.
Diventa dottore, dirigente di una clinica, sfruttando l'indifferenza delle persone, la sua astuzia, la coscienza di non andare oltre le sue possibilità, unendo una forte immedesimazione.
Scala le più alte gerarchie mediche suscitando stima e ammirazione dei colleghi o sottoposti per la sua intelligenza e capacità.

Lars Gustafsson

L'esposizione narrativa segue più l'ispirazione di una formula matematica che quella di una classica prosa : si sente l'influsso delle discipline scientifiche che formarono professionalmente il suo autore.
Giocando con temi pirandelliani e atmosfere kafkiane (tra l'altro non troppo surreali visto che i dottori senza laurea sembrano esistere eccome), Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
La particolarità del protagonista sta nel suo successo e nella dichiarata intelligenza :  non è un Bel-Ami che si arrischia con spavalderia nella sua scalata sociale seminando vittime e affari loschi, ma un uomo convincente, nato con l'unico svantaggio di essere indigente.

"Ma che ne è stato allora di chi gli è subentrato? La sua vita si è persa. Io l'ho scambiata. Si potrebbe perciò dire che io sono quello che sono. Ma sono anche quello che non sono."

Lo humor e il sottile erotismo accompagnante il dottor Wasser, serve a rendercelo e a renderlo nel suo ambiente ancora più enigmatico.
Tutto intorno è il mondo contemporaneo con la sua superficialità, la sua indifferenza e mancanza di profondità, a proliferare incessantemente e scuoterlo senza grandi motivi.
"La Ricetta del Dottor Wasser" è un piccolo spaccato dell'esistenza umana che come ha detto bene Michela Murgia "si interroga sulla domanda su quanti altri noi esistono; un lettore la risposta la sa : tutti quelli che ci sono nei libri."




M.P.





Libro :

"La Ricetta del Dottor Wasser", L. Gustafsson, Iperborea

giovedì 11 maggio 2017

"Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi

"Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il Lisboa aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte."





Ci sono libri che forniscono molto più di una piacevole lettura; altri si fanno portavoce di pensieri edificanti, ma pochi sanno "donarsi" come questo.
Donarsi come atto d'amore al lettore, nella più spontanea nudità, immediatezza, portandolo a sollevarsi dalle incurie del tempo e dell'uomo, perché anche la libertà di spirito deve essere conquistata.
E questo è quello che ha animato la vita dello scrittore italiano Antonio Tabucchi (1943-2012), e la summa dei suoi ideali e forse racchiusa proprio qui, nell'opera più celebre "Sostiene Pereira".
Antonio Tabucchi fu uno scrittore, giornalista, traduttore, appassionato di letteratura portoghese, curatore per le opere di Pessoa, uomo dai numerosi riconoscimenti, come quando nel 2000 il suo nome venne proposto nella lista dei premi Nobel per la letteratura e i suoi libri tradotti in quaranta lingue. Soprattutto fu un uomo dal pensiero libero, non ingabbiato nei piani di appetitose corruzioni e placide indifferenze. Come quando nel 2001 si rifiutò di partecipare ad un Festival Letterario in Brasile, poichè questa si ostinava ancora a proteggere il criminale Cesare Battisti o come nel 2009 quando venne denunciato per diffamazione da Schifani, allora presidente del Senato, in merito alle dubbie frequentazioni di quest'ultimo.
Allora molti intellettuali sostennero Tabucchi, perché no, non si può imbavagliare la verità e chiuderle gli occhi.


Pubblicato nel 1994 e vincitore nello stesso anno del Premio Campiello, "Sostiene Pereira" è ambientato nella Lisbona del 1938, in una torrida estate di un agosto vuoto e sonnolento; appare sulla scena il dottor Pereira, vecchio giornalista che per anni ha dedicato il suo lavoro ad articoli di cronaca nera, e ora dirige con orgoglio la rubrica culturale della neonata testata il "Lisboa".
Pereira è un uomo oberato dalla pesantezza fisica, da un cuore malato e da un passato inconsolabile. Appassionato di letteratura francese, Pereira trascorre con monotonia il suo tempo, tra l'ufficio, la casa, dove di sera parla la ritratto della defunta moglie e al Café Orquídea, ove consuma le amate omelette alle erbe aromatiche e le limonate zuccherate.
Ma questa è la Lisbona sotto la dittatura salzarista e le strade deserte, dove non si canta né si parla più con confidenza, sono intimorite da un feroce silenzio, da occhi ciechi e bocche mute, mentre oscure ombre sopraggiungono dall'Europa.

Antonio Tabucchi

Il dottor Pereira assume un giovane laureato, Monteiro Rossi, dall'aspetto insolito e poco curato, a cui propone il compito di scrivere necrologi anticipati sui più grandi scrittori ancora in vita.
I testi non superano l'approvazione per il loro contenuto "sovversivo", eppure il vecchio giornalista si lega al ragazzo e alla sua misteriosa "causa", di cui ne intravede piano piano il giusto fine.
È un risveglio che scuote la sua vita sedentaria e lo porta a tralasciare il passato, con i suoi anni giovanili, il ritratto della moglie, il giornale, per inseguire, questa volta, la realtà e una seconda possibilità.
Pereira non riuscirà a salvare la vita di Monteiro Rossi, già predestinata, ma salverà la sua.
I suoi occhi vedranno e la sua penna ricomincerà a scrivere, concludendo con la sua firma l'ultimo articolo, il primo atto da uomo libero.

Ho intrapreso questa lettura senza pretese, con poche informazioni, non sapendo che sarebbe entrata di fatto fra le più belle della mia vita.
È un breve romanzo che si apre al lettore cautamente, per poi irrompere, con la stessa semplicità, ad un finale vibrante e poetico.
Due mondi circondano Pereira : quello ambientale, del regime politico, del silenzio e delle crudeltà e quello degli incontri più o meno fortuiti, con passanti che preparano la strada che sta per essere battuta.
Il voltafaccia di Pereira non è eroismo, ma la presa di coscienza di un essere umano nei confronti di un sistema di omertà e chiusure; è il messaggio di Antonio Tabucchi contro la soppressione delle parole, dei fatti, contro i nazionalismi e le paure, a favore di quegli ideali di democrazia che la storia ha fatto e disfatto. Un accorato appello di conoscenza e libertà.

"Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione [...]"

Condanna aperta al totalitarismo, si, ma non retroattivo quando i nostri occhi si posano sui diritti aboliti di Erdogan, ai numerosi giornalisti e attivisti imprigionati e torturati in varie parti del mondo, alle incostituzionalità di un Venezuela sull'orlo della guerra civile.
L'autore contrappone a questo tacito caos, l'irruente compostezza del pensiero indipendente, della virtù delle parole, l'amore per i libri, l'utilità della letteratura nello smuovere coscienze, aprire dibattiti, iniziare alla giustizia, di cui lo Stato ci fa vedere poco e da lontano per disabituarci.
A fine lettura ho tratto un sospiro di sollievo e ho visto passarvi la commuovente bellezza della libertà.



M.P.





Libro : "Sostiene Pereira", A. Tabucchi, Feltrielli

mercoledì 3 maggio 2017

L'opera dimenticata di Elisabeth Chaplin


"Autoritratto in Rosa" (1921), Elisabeth Chaplin

Nel lungo, e purtroppo poco accessibile, Corridoio Vasariano, il visitatore fortunato può inoltrarsi nel luogo dove sembrano dimorare spiritualmente i più grandi artisti ricordati dalla storia.
La più nota e prestigiosa collezione di autoritratti al mondo si trova agli Uffizi : un monumento all'arte e chi la creò; scorrono in brevi passi i secoli attraverso Rembrandt, Velazquez, Guttuso, Chagall e il modo appassionato di fare arte.
In questo tempio storico-artistico, poche donne possono vantare questo omaggio ma non per questo i loro autoritratti guardano il visitatore con meno fierezza né sembrano sentire la pesante condizione di essere in minor numero.
Fra queste bisogna ricordare Marietta Robusti (1554-1590), la talentuosa figlia del Tintoretto, morta prematuramente, Elisabeth Vigée-Le Brun (1755-1842), che immortalò ai posteri l'immagine di Maria Antonietta e Elisabeth Chaplin (1890-1982), che diede alla Toscana un'ulteriore storia da raccontare.


Nascere in un ambiente aperto e moderno può rappresentare una migliore esistenza futura per una donna. E questo Elisabeth Chaplin l'ebbe.

E. Chaplin

Nata in terra francese, in una famiglia di pittori e scultori, era nipote di Charles Chaplin (1825-1891), l'artista divenuto famoso nella Parigi di Napoleone III e ammirato per i suoi toni delicati dall'imperatrice Eugenia, ed era figlia di Marguerite Bavier-Chaufour, una scultrice poetessa e di un ufficiale congedatosi nel 1900 in solidarietà ad Émile Zola durante il "caso Dreyfus".
Elisabeth Chaplin ebbe una vita creativa incessante : i suoi piedi andarono in luoghi dove ben poche donne erano ammesse, ma il suo cuore rimase per sempre perso nella lussureggiante campagna toscana.
Il rapporto tra l'artista e la Toscana nacque quando la sua famiglia  si trasferì nei primi anni del Novecento in quel di Fiesole, dove Elisabeth si ambientò subito nell'aperta e libera campagna che scelse per la vita.
Da autodidatta copiava le grandi opere dei maestri rinascimentali nelle sale degli Uffizi, con tratti veloci e leggeri. Il suo talento, unito ad una forte caparbietà, fu riconosciuto successivamente in Europa : nel 1914 partecipò alla Biennale di Venezia, nel '22 al Salon di Parigi. Qui decorò con un grande affresco l'abside della Chiesa dello Spirito Santo. In seguito, fra vari periodi di formazione a Roma e nella capitale francese, dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì definitivamente a Firenze dove ricevette numerose commissioni e premi.
Della sua vita privata si conosce ben poco, tranne il forte legame che la univa all'italiana Ida Copecchi.

"Ritratto di Ida Copecchi"
"Fanciulle in Giallo" (1921)

I primi lavori di Elisabeth Chaplin riflettono una produzione che accompagnava ancora influenze impressioniste di fine Ottocento, partendo dalla tecnica di Renoir unita allo stile della Cassat.
Dopo aver frequentato i Macchiaioli, nell'ambiente parigino diventa allieva di Maurice Denis (1870-1943), maestro della stessa Cassat, che avvicina la donna ai Nabis, un gruppo di artisti francesi della seconda generazione simbolista, di cui prende a modello le creazioni.

"Ritratto di Famiglia" (1906)
Una delle prime opere dell'artista francese realizzata a sedici anni
che le valse la medaglia d'oro dalla Società Fiorentina di Belle Arti

Pur non tralasciando l'amore per la natura, i soggetti della Chaplin sono desunti dalla vita intima e quotidiana : autoritratti, ritratti di famigliari, nature morte.
Se per secoli queste tipologie hanno delineato la cosiddetta pittura femminile, la Chaplin ribatte l'etichettatura mostrando una fine eleganza compositiva, contrasti di luce e scale di colori, con armonie déco, talvolta composte in grandi superfici.
Ma è nella riproduzione paesaggistica dove risulta ancora più evidente la sua destrezza, la ricerca evolutiva di un'arte originale e propria.

"Il Giardino del Trepiede"

Nell'"Autoritratto contro la finestra di San Domenico" (1910), la pittrice si raffigura con i pennelli in mano, l'aria ispirata e consapevole del lavoro che inizierà a momenti, dietro di lei la cittadina di San Domenico a Fiesole inondata di luce. La naturale posizione del suo corpo risulta più spontanea di qualsiasi pomposo autoritratto dei grandi maestri del passato.

"Autoritratto contro la finestra di San Domenico" (1910)

"Autoritratto con l'ombrello verde"  (1908)

Elisabeth Chaplin rappresentò nel Novecento fiorentino una autentica eccezione di donna impegnata a tutto tondo nella sua passione, vissuta con costante pratica e tecnica, riconosciuta a livelli internazionali.
Nel 1946 gli Uffizi acquisirono tre dei suoi dipinti e chiesero in donazione il famoso "Autoritratto con l'ombrello verde" del 1908, dove ella appare quasi in simbiosi con il paesaggi intorno.
La Galleria di Palazzo Pitti, oggi ospita più di ben settecento delle sue opere, la maggior parte delle quali non esposte. Riposano in qualche stanza lontana di un laboratorio, ma di cui, ne sono certa, nessuna polvere o ragnatela è riuscita a cancellarne la fierezza.
Una storia, purtroppo, che potrebbe essere scritta più degnamente.



M.P.


giovedì 13 aprile 2017

"Il Palazzo della Solitudine" di Soraya Esfandiari Bakhtiary


"Imperatrice. La parola fa sognare. Si immaginano candelabri scintillanti sorretti da lacchè, alla francese, grandi feste da ballo, un abito vaporoso che sfiora la superficie dorata di un pavimento di legno prezioso al suono di un valzer viennese, gioielli che esaltano lo splendore di un collo o di uno sguardo, bagni nel latte d'asina in una vasca a forma di cigno, il chiaro di luna profumato di gelsomino, un cavallo bianco che trotta  dolcemente nella nebbia leggera dell'alba, ondate di riso e di felicità...
E invece no, la mia vita d'imperatrice non è stata un sogno."


Soraya Esfandiari Bakhtiary


Lo scorso anno, leggendo la bella recensione che Cristina di Athenae Noctua scrisse dopo aver letto "Il Tramonto Birmano" , autobiografia dell'ex principessa birmana Inge Sargent, mi ha riportato alla mente un'altra autobiografia, di un'altra principessa che lessi tempo fa : quella di Soraya Esfandiari Bakhtiary.
Soraya (1932-2001), fu la seconda moglie dello scià dell'Iran Mohammed Reza Pahlavi (1919-1980), e visse gli ultimi splendori di una nazione ricca di cultura e storia vastissima, ma destinata, o predestinata al crollo, compreso quello del suo passato.
Dell'Iran conoscevo le remote glorie di Ciro il Grande, come conosco le crudeli vicende di oggi; ben poco della dinastia dei Pahlavi (1925-1979), ultima casa regnante della millenaria monarchia del paese, dove Soraya entrò a farne parte nel 1951, per poi essere ripudiata e allontanata.
Soraya fu una principessa disincantata.
Le principesse delle fiabe, dopo aver superato faticose prove, arrivano alla fine dei loro giorni felici e contente. Le principesse, nella realtà, ci hanno insegnato, non trovano tutte queste beatitudini.
Eppure fin da piccoli amiamo leggere ed ascoltare storie di civiltà perdute, mitici regni, di re e principesse e continuiamo ad amarle in seguito, da lontano.


Soraya pubblicò la sua autobiografia, "Il Palazzo della Solitudine", nel 1991, quando ormai la Repubblica Islamica dell'Iran aveva da tempo preso il posto della monarchia, con il colpo di stato del 1979 : non più palazzi dorati, il trono del pavone, né feste né maggiordomi o dame ossequiose, né i fasti di un tempo.
I drammatici fatti del Medio Oriente si erano inaspriti con la guerra del Golfo, e Soraya era solamente una ex sovrana a cui era stato lasciato il titolo di principessa e molti benefici.
Il libro di memorie va dalla sua nascita sino agli ultimi anni ottanta e con maggiori riferimenti personali e storici dal 1951 al 1958, quando lasciato l'Iran cominciò la sua errabonda vita.
Se durante la permanenza nel paese da imperatrice, la narrazione appare nitida e ben strutturata, in seguito viene lasciato tutto al lungo flusso casuale di ricordi, impressioni un po' sbiadite, nell'alternanza di stagioni, viaggi, incontri, profumi e mondanità di una vita intensa ma solitaria.

Soraya era figlia di un importante membro del clan dei Bakhtiary, famiglia nomade persiana di grandi ricchezze, venutasi, poi, a scontrare con i poteri degli scià, dovette ridimensionare le sue fortune.
Bella, di una bellezza hollywoodiana, colta e abbastanza docile secondo le regole persiane, bilanciava le sue origini antiche con quelle occidentali della madre tedesca.
Aspirante attrice, venne notata appena sedicenne in una fotografia, dallo scià regnante Mohammed Reza che volle sposarla il dodici febbraio 1951.
Il loro fu un matrimonio d'amore ma non immune dagli intrighi e pericoli, dove le donne della cerchia reale pur non avendo diritto a comparire nella scena politica, godevano di molta influenza.
L'Iran, che aveva abbandonato nel 1935 il nome di Persia per privilegiare le origini indoeuropee, era un paese devastato dalla miseria e dalle gravi condizioni economiche, i cui giacimenti petroliferi erano sotto il controllo inglese.
La prima ardua prova fu il momento dell'ascesa di Mohammed Mosadeq (1882-1967), a primo ministro. Questi nazionalizzando il petrolio e quindi estromettendo la compagnia inglese, limitò di fatto i poteri del sovrano, portandolo a fuggire in esilio a Roma.
Nel libro Soraya minimizza l'intervento americano sulla deposizione di Mosadeq, rafforzando il maggior aiuto interno.
Seguirono anni di apparente stabilità, grazie ai finanziamenti esteri, dove l'imperatrice dedicò tutta se stessa alla costruzione di orfanotrofi, ospedali, lotte per migliorare la condizione dei bambini e delle donne, violando tabù e costrizioni religiose.

"Ho lottato molto per l'emancipazione della donna iraniana e ho cercato di offrirle tutte le opportunità nell'ambito della sua vita affettiva perché non dovesse più subire il dominio dell'uomo che troppo a lungo l'aveva umiliata al ruolo di fattrice dei suoi figli per garantirsi una discendenza."


Improntando l'Iran verso l'apertura con l'Occidente, fu portata a viaggiare per il mondo dove incontrò grandi nomi della politica e dello spettacolo, da Eisenhower alla regina d'Inghilterra, da Gary Cooper al giovane senatore americano John Fitzgerald Kennedy.
Eppure la soffocante e maliziosa gentilezza persiana non le risparmiò nel 1958 il ripudio per non aver dato, in sette anni, un discendente maschile allo Stato.


"Voglio sfuggire ai fotografi che mi braccano e mi spiano giorno e notte per immortalare la lacrima destinata a suscitare la curiosità morbosa dei lettori dei rotocalchi e a permettere un'ennesima variazione sul tema "Soraya,la principessa dagli occhi tristi", Insieme a Soraya tutto l'Iran piange...
No, sono io che piango il mio Iran."



Rifuggiatasi nell'ambiente cinematografico romano, tra cene e feste della società più in vista, riuscì a realizzare il desiderio di partecipare come attrice nel film di De Laurentiis "I Tre Volti", insieme ad Alberto Sordi nel 1965, dove interpretò se stessa.
Rinascendo una seconda volta, durante le riprese conobbe il regista Franco Indovina al quale si unì in una relazione spezzata alla morte di lui nel 1972.
Il libro pur non rappresentando un capolavoro della letteratura è entrato nello scaffale dove ripongo quelli a me più cari, sia per la rarità ( è uscito fuori catalogo), sia per alcuni punti che mi hanno colpito e che rendono questo testo degno di essere letto non solo da appassionati di stirpi reali.
In primis quello di una donna andata coscientemente  sposa ad un sovrano e una nazione non certo facili, in seguito allontanata per quello che la sua natura di donna non ha saputo dare.
Se ci sembrano lontani gli anni di una Caterina d'Aragona o di una Soraya, certo ci sbagliamo, visto che l'educazione di genere paritaria e l'indipendenza femminile sono oggi delle realtà non ancora conquistate.
Il leitmotiv commuovente  e non banale dell'opera è la ricerca costante e ostinata dell'autrice verso un lieto finale. Perché dopo tante traversie e dolori sopportati, quel che rimane nelle nostre memorie è la bellezza e l'amore di cui abbiamo goduto. 

"Sulle tombe dei re galoppano le gazzelle.
Su quella del poeta fiorisce la margherita.

Come essere tristi, quando nel cuore si ha un galoppo di gazelle... e una margherita?
Come essere tristi, se esistono il passato e l'avvenire?"

Un ultimo sguardo è rivolto all'Iran, a tutto quello che qui si è perso dopo anni anni di conflitti, guerre interne e ingordigia e atrocità occidentali.
Dove sono le immortali vestigia dei persiani? E la magnificenza dei loro banchetti o sale ricoperte di oro? E i profondi inchini delle belle dame?
Tutto molto lontano.




M.P.





Libro :

"Il Palazzo della Solitudine", Soraya E. Bakhtiary, Arnoldo Mondadori Editore 1992


venerdì 7 aprile 2017

"Di là dal fiume e tra gli alberi" di Ernest Hemingway


"Il colonnello alzò gli occhi a guardare i giochi di luce sul soffitto. Erano riflessi, in parte, dal canale.
Facevano movimenti strani ma costanti, mutevoli, com'è mutevole la corrente di un corso d'acqua dolce, che resta lì, continuando a mutare sotto i movimenti del sole."


"Blu Venice" (1875), Edouard Manet

Già dopo la lettura di "Addio alle Armi", avevo in mente di leggere questo testo, di cui mi affascinava l'ambientazione tutta italiana e il tema del ricordo che negli ultimi anni della vita di Hemingway aveva preso il sopravvento su tante quotidianità a lui care.
Mi sono invero scontrata con un testo ricco di accenni autobiografici e a tratti enigmatico e poco comprensibile : il lettore si trova escluso dai dialoghi che il protagonista allaccia con i personaggi minori, di cui non conosciamo nulla e di cui nulla riusciamo a comprendere dei loro codici e gestualità simboliche.
Per questo ho cercato di informarmi il più possibile, e in ciò mi è venuta in soccorso anche mia sorella, di cui sono debitrice di alcuni utili ragguagli.
Non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di non aver capito il libro e di conseguenza l'essere rimasta emozionalmente tiepida a lettura ultimata.


Ernest Hemingway (1899-1961), non fece mai mistero dell'ammirazione che provava per l'Italia e in particolare per il Veneto che conosceva bene per aver partecipato al primo conflitto mondiale nei reparti sanitari nella regione ed essersi ferito gravemente in una azione di guerra a Fossalta.
Nel 1945 insieme alla quarta moglie Mary, ritornò in quei luoghi per dare a quel viaggio un valore catartico.
Qui conobbe la bella baronessina Adriana Ivancich¹ (1930-1983), veneziana di famiglia di origine dalmata, con la quale intrecciò una relazione breve ma significativa, da cui scaturì nel 1950 la pubblicazione di "Di là dal fiume e tra gli alberi", scritto dieci anni dopo un lungo silenzio seguito a "Per Chi suona la Campana".
Più che la storia di un amore impossibile, "Di là dal fiume e tra gli alberi" rappresentò per lo scrittore un modo per imprimere per sempre sulla carta l'ultimo raffronto col passato, il ricordo di ultime illusione di una bella stagione, di visi e oggetti da cui si congedò.

Un colonnello americano di stanza a Trieste, Richard Cantwell, cinquantenne pluridecorato, abbruttito da due guerre mondiali e dalla malinconia, viene invitato ad una battuta di caccia alle anatre nella laguna ghiacciata di Caorle.
Risalendo il Tagliamento arriva a Venezia; qui rivede i luoghi e le persone che ha lasciato anni prima, quando era giovane e in guerra.
Qui rincontra anche la bella e vitale Renata, la giovane nobile veneziana innamorata di lui, ma al cui amore egli è impossibilitato a ricambiare, vista la grave malattia cardiaca di cui soffre e sente la morte alla calcagna.
La Venezia descritta da Hemingway è quella che segue i protagonisti nei loro ultimi incontri tra cene all' "Harry's Bar" e mattine all' "Hotel Gritti", dove Cantwell ricorda in dialoghi e monologhi la guerra, nelle sue scene più dure e crudeli e dove il suo "corpo lento" ritrova per un attimo lo spirito vivace, fra la dolcezza delle parole e del morbido corpo di Renata.
Al momento della separazione definitiva, Richard da addio a Venezia e Renata, e dopo la battuta di caccia, ritornerà per l'ultima volta nel passato.

"No, no, attraversiamo il fiume e riposiamoci all'ombra degli alberi."



Hemingway e Adriana

Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
Richard Cantwell è l'uomo diventato maturo in Frederic Henry (protagonista di "Addio alle Armi), ma mentre quest'ultimo subisce le conseguenze di morti violente e improvvise, nel primo c'è un'attesa della morte consapevole e addirittura quasi programmata.
Ma "Di là dal fiume e tra gli alberi" è anche un elogio all'Italia, ai suoi artisti, da Giotto a Mantegna, ai suoi poeti, da Dante a D'Annunzio, che lo scrittore americano conosceva bene come il suo "Notturno", a Venezia con le sue gondole sui canali.
Quel che rende meno godibile la lettura è la traduzione non eccelsa della Pivano², la quale alterando le  frasi, dà significati metaforici dove, invece, la penna e il cuore di Hemigway sono più schietti e onesti.
Le conversazioni tra Cantwell e i camerieri del "Gritti" o dell' "Harry's Bar", oscure al lettore, sono forse le stesse che lo scrittore ha intrattenuto con essi o  messaggi per essere riconosciuto, non ultimo da Adriana.
Ma andando oltre lo pseudo-memoriale, quel che Hemingway racconta è la storia di un uomo consapevole e pronto a lasciare il mondo con le sue bellezze, non rimpiangendo nulla.


M.P.



¹ Il romanzo in Italia uscì solamente nel 1965 e questo per volere di Hemingway che voleva preservare dallo scandalo la baronessina.

² A tale proposito ho trovato questo.




Libro :

"Di là dal fiume e tra gli alberi", E. Hemingway, Oscar Mondadori


giovedì 30 marzo 2017

Il mondo delle saghe famigliari




Le saghe famigliari sono un genere letterario in ambedue modi o apprezzato, fino all'appassionato collezionismo, o detestato : in quest'ultimo caso, il lettore non si attarderà mai più a leggerne altri ancora.
Possono avere cicli lunghi o brevi, ma ciò che da a noia sono le lungaggini o gli sfondi storici troppo dettagliati o la moltitudine di personaggi di cui a volte non riusciamo a ricordarne il nome e il ruolo.
Ma chi ne rimane colpito sa che non sta impiegando il suo tempo, solamente, in una piacevole lettura.
Perché dietro una grande vicenda famigliare, con i suoi intrecci, personaggi, drammi, che sia ispirata da una cronaca remota o inventata, c'è la nostra storia.
Cambiamenti sociali, politici, il cammino delle donne verso l'indipendenza, l'alternanza al potere dei vari ceti, guerre, tradizioni e culture cadute in disuso, e ancora più in alto la nostra umanità, con le sue passioni e crudeltà, sempre le stesse, anche in mondo che va comunque avanti, progredisce, e quello che abbiamo conquistato è tanto e ancora poco.
Una saga famigliare può ricordarci che nel passato ci sono stati uomini e donne che avrebbero potuto vivere queste vite descritte.

Le saghe famigliari nella letteratura sono moltissime, quindi sarebbe stato impossibile citarle tutte; ho dovuto eseguire una selezione seguendo unicamente quelle che ho letto o quelle che vorrei leggere in futuro.


Se dovessi accostare a Shakespeare una figura femminile, questa sarebbe Emily Brontë (1818-1848). Come lo scrittore di Stratford irruppe nel modo di far letteratura, anche la seconda delle sorelle Brontë scrisse un capolavoro letterario unico ed isolato nella tradizione inglese.
La ragazza dai lunghi capelli spettinati dai venti della brughiera che voleva celare la sua identità ai posteri, scrisse una saga famigliare che nell'era vittoriana non venne capita, o non volle essere capita.
Nel suo romanzo non c'era la buona borghesia inglese, l'amore consueto fra due individui né il mondo ottocentesco con il suo perbenismo, ma tutta la passione, la crudeltà dell'animo umano, che agli occhi della società contemporanea risultò quasi offensiva e greve.

Emily Brontë

Pubblicato un anno prima della sua morte, nel 1847, "Cime Tempestose" racchiude la storia di due famiglie nell'ambiente solitario e misterioso della brughiera dello Yorkshire : gli Earnshaw che vivono in una fattoria sul colle e i Linton in una ricca dimora nella valle. I  due nuclei famigliari intrecciano motivi di odio, gelosia, matrimoni, vendette, in complesse vicende personali nell'arco di quarantacinque anni. Heathcliff personaggio chiave e catalizzatore del libro, domina sulle due famiglie con il suo animo oscuro; ma più che lui sembra la natura dell'inevitabilità e la forza autodistruttiva della passione ad agire sui personaggi, salvo poi purificarsi con l'ultima generazione.

"Indugiai là attorno, sotto il benevolo cielo;osservai le falene palpitanti in mezzo all'erica e alle campanule; ascoltai la brezza lieve frusciare tra l'erba, come un sospiro; e mi domandai chi mai potesse immaginare irrequieto il sonno di coloro che riposavano sotto la terra silenziosa." ("Cime Tempestose")


Quando si pensa ad una classica storia famigliare inglese, molti sembrano indicare la "Saga dei Forsyte"; serie di romanzi celeberrimi, ma che oggi, più che essere letti, rimangono fra la polvere e le ragnatele negli scaffali dimenticati delle varie biblioteche. Anche il suo autore, John Galsworthy (1867-1933), avrebbe potuto fare la stessa fine della sua creazione, se, non avesse vinto nel 1932 il Premio Nobel per la Letteratura.
Ma la "saga dei Forsyte" sembra ancora affascinare generazioni di uomini e donne, inconsapevoli che l'ispirazione di almeno la metà degli sceneggiati di costume, siano dovuti ad esso.
John Galsworthy pubblicò il romanzo (una trilogia), fra il 1906 e il 1921, in epoca edoardiana dunque, eppure lo sfondo è tutto vittoriano.
Il libro narra la nascita e il declino dei Forsyte, famiglia dell'alta borghesia londinese del XX secolo, attraverso tre generazioni, il cui personaggio principale Soames Forsyte racchiude tutti i valori e le convenzioni del tipico uomo vittoriano : il denaro, l'interesse e il "senso di proprietà", motori propulsivi del trionfo di un mondo borghese diviso tra apparenza e degenerazione, tra reazionarismo e progresso. Il miglior ritratto di un'epoca in agonia.


La popolarità delle saghe famigliari è stata riscoperta, oggi, anche dal grande successo della famosa "Saga dei Cazalet" della scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014).
Proveniente da una ricca famiglia londinese e dopo una tumultuosa vita, Elizabeth Jane Howard si diede alla scrittura, pubblicando nella seconda metà del Novecento la sua più famosa opera "The Cazalet Chronicle", un'affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra, dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fino agli inizi degli anni Cinquanta.
Pur avendo un preciso sfondo storico, non è il macrocosmo ad interessare la scrittrice inglese, bensì il microcosmo fatto di piccole intimità che caratterizzano i personaggi della famiglia.

Prendendo spunti da dati autobiografici, la Howard inizia una lunga analisi (nei cinque volumi che compongono la saga), dei fattori sociali ed umani che cambiarono un'Inghilterra appena uscita dall'ingombrante età vittoriana, oltre a fornire un'evoluzione del ruolo femminile attraverso i punti determinanti nella vita delle donne, quali l'amore e il matrimonio, mettendone a nudo tutte le ambiguità e le maschere.


Le saghe famigliari non raccontano solamente le vicende di un'epoca o di una nazione, possono descrivere, e perché no, anche denunciare i malesseri di una società che sono gli stessi in ogni tempo.
Questo è il caso del "Ciclo dei Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero" dello scrittore e critico parigino Émile Zola (1840-1902).
Congiungendo le leggi dell'ereditarietà a quelle del determinismo, Zola compose questa grande opera (che doveva rifarsi alla "Comédie Humaine" di Balzac), in venti lunghi volumi pubblicati dal 1871 al 1893, dove due famiglie di umili origini, imparentate fra loro, i Rougon e i Macquart subiscono i risvolti storici che vanno dall'ascesa la trono di Napoleone III alla sua deposizione con la disfatta di Sedan nel 1870. Sono personaggi di cui molti entrati nella popolarità, tutti dipendenti da tare ereditarie e smodate ambizioni nella capitale della Belle Epoque, rinnovata urbanisticamente dal barone Haussmann, e al contempo corrotta e perversa nelle sfere alte della società come nelle basse.
Proprio come un Giovenale, lo scrittore francese incrimina il passato per contestare tutti gli orrori e le ingiustizie della Terza Repubblica.
Sono ritratti magnifici di un profondo studio della vita privata : dalla prostituzione in "Nana", alla nascita dei grandi centri commerciali de "Il Paradiso delle Signore", alla condizione dei minatori in "Germinal".


Una delle più commuoventi letture di questo inizio d'anno, è stata la saga famigliare narrata nei "I Doni della Vita" della sfortunata scrittrice Irène Némirovsky.
Considerata una "sorta di antefatto" all'opera più celebre "Suite Francese", il romanzo fu pubblicato postumo solamente nel 1947. Scritto negli anni bui di una Francia occupata dal Nazismo e con il costante pericolo di essere catturata, questo presenta la storia di una famiglia provinciale francese nell'arco di anni che vanno dal 1900 al 1940.
Gli Hardelot , imprenditori cartari, vedono all'inizio crollare il proprio solido mondo, reazionario e borghese, da un amore che il giovane Pierre Hardelot prova per la povera Agnes e poi arrendersi prima alla modernità e all'euforia di una società più libera e aperta e di seguito piegarsi agli orrori di un secondo conflitto.
L'odio per la guerra e l'amore per la Francia sono il fulcro di questo libro ancora così ricco di speranza e bellezza, forse le ultime.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?" ("I Doni della Vita")



La saga famigliare per eccellenza, quella a cui tutti i più grandi scrittori si sono ispirati e che a distanza di un secolo continua ad affascinare sempre, è quella dei "Buddenbrook, decadenza di una famiglia" dell'autore tedesco Thomas Mann (1875-1955).
Pubblicata nel 1901, essa rappresenta una svolta nella letteratura mondiale, per la ricchezza narrativa, delle mirabili descrizioni e per l'indagine psicologica con cui Mann ritrae il crollo del mondo borghese, della sua ricchezze, del suo finto eroismo. Questo attraverso la grande epopea della famiglia Buddenbrook di Lubecca, commercianti di granaglie che vedono raggiungere l'acume della loro prosperità, per poi guardarne il lento tramonto materiale e fisico.
Personaggi di grande levatura dove l'autore delinea per ognuno debolezze e ostinazioni, contrasti tra apparenze e passioni di una famiglia votata al suo disfacimento, a cui è impossibile entrare nell'era moderna.

Thomas Mann

Di tutt'altro stile narrativo e tematico, ma di uguale valore letterario è "La Famiglia Karnowski" dello scrittore polacco in in lingua yiddish Israel Joshua Singer (1893-1944), pubblicata nel 1943, un anno prima della sua improvvisa dipartita,negli Stati Uniti e nel pieno conflitto della Seconda Guerra Mondiale.
Il lungo romanzo copre un'arco di tempo che va dagli inizi del XX secolo fino alla sua prima metà, unendo dati autobiografici ad eventi storici, dove il punto focale non si trova più nel tratto psicologico ma nel lato umano e spirituale.
I Karnowski, famiglia di commercianti ebrei della provincia galiziana, si trasferiscono nella moderna Berlino, dove riescono a farsi strada negli affari diventando rinomati e ricercati.
Ma all'avvento del Nuovo Ordine (il Nazismo), perdono tutti i beni accumulati. Partono per l'America in cerca di una possibile vita migliore, ma l'ambiente  comunque non è esente da contraddizioni e pregiudizi. Con un magnifico spostamento dalla tradizionale letteratura americana a quella moderna americana, Singer mostra "l'esistenza umana con tutto il dolore e la dolcezza che essa possa contenere", con le mirabili figure di David, Georg e Jegor ricche di enorme significato simbolico che è un peccato non conoscere.

"Gli uomini eruditi saranno sempre odiati per le loro idee e la loro saggezza. Socrate fu costretto a bere la cicuta. Rabbi Akiva fu martirizzato. Eppure ciò che ci è rimasto non è la plebaglia, ma gli insegnamenti di Socrate e Rabbi Akiva. Perché non si può annientare lo spirito, come non si può annientare la Divinità..."


L'amore per la propria nazione e la volontà di descriverne la storia e il patrimonio di tradizioni e culture, è quello che lega "La Melodia di Vienna" e "Cent'Anni di Solitudine".
"La Melodia di Vienna" fu pubblicato nel 1944, in America, dal quasi sconosciuto scrittore ceco Ernst Lothar Müller (1890-1974), molto attivo nella scena viennese e amico dello scrittore e drammaturgo Stefan Zweig.



Müller ripercorre la storia e la vita della Vienna del 1888 al 1945, seguendone le vicende della ricca famiglia borghese degli Alt, costruttori di pianoforti, su cui in passato geni come Mozart e Beethoven hanno suonato. La Vienna del grande impero austro-ungarico, delle follie mondane della Belle Epoque, dei grandi nomi da Hayden a Freud, gli ultimi anni del regno di Francesco Giuseppe, rivive nei matrimoni, morti e nascite della famiglia, resistendo alla violenza del regime nazista con il rispolvero dell'antico "risveglio" austriaco e di valori quali la libertà di pensiero.

Un viaggio lungo cento anni è quello narrato dal Premio Nobel per la Letteratura Gabriel García Márquez in "Cent'Anni di Solitudine", interpretazione metaforica della storia della sua terra natia, la Colombia, più e più volte descritta nelle opere.
Pubblicato nel 1967 il capolavoro che diede un riconoscimento mondiale al suo autore, inizia in una indefinibile età dell'oro, nell'universo primitivo e surreale del villaggio di Macondo nel XIX secolo, dove la famiglia dei Buendia, composta da bel ventiquattro esistenze, assistono al crescente progresso del loro mondo, privato e sociale. Coniugando eventi storici a fatti miti e leggende locali, ove il magico ha una grande funzione simbolica; Márquez compone una delle saghe famigliari più belle e potenti della letteratura.


Un romanzo che vi invito a leggere, poco conosciuto è vero, ma che ho enormemente amato come pochi è "Una Vita Diversa" (2002), della scrittrice irlandese Catherine Dunne (1954).
Sempre attenta alla tematiche femminili, la Dunne ricostruisce con maestria l'Irlanda tra il 1886 e il 1906, quella divisa tra pro Gran Bretagna e quella libera, dove tra tumulti e scontri si affacciano le vite di due nuclei famigliari, due diversi ceti sociali. Quella benestante delle sorelle Hannah, May ed Eleanor e le sorelle meno abbienti Mary e Cecilia, in lotta tutte e cinque per la propria indipendenza, in un'epoca di difficile realizzazione per una donna. Solo il personaggio di Eleanor riuscirà dopo aver infranto regole e convenzioni, a costruirsi finalmente "una vita diversa".


Un grande affresco nella Sicilia del Settecento è quella riportata dalla scrittrice italiana Dacia Maraini (1936), nel romanzo "La Lunga vita di Marianna Ucrìa" edito nel 1990 e vincitore del Premio Campiello.


Ispirata da una vera cronaca famigliare, Marianna Ucrìa è la storia di una nobile palermitana sordomuta, il cui destino la porta a vivere una condizione diversa da quella di tante altre nobili fanciulle dell'epoca. Nell'ambiente chiuso e bigotto della sua cerchia famigliare, Marianna riesce ad istruirsi, amare i libri, e le nuove filosofie che stanno entrando nella vecchia Palermo : un ancien régime imposto dagli uomini e subìto dalle donne dagli abiti troppo ricchi e troppo pesanti e desideri sacrificati. Il lettore la segue attraverso il matrimonio, le nascite dei figli e dei nipoti, esplorando il ruolo di moglie, madre in ultimo donna, capace di slegarsi dalle convenzioni ma non raggiungendo la piena libertà.



Caso letterario in Italia nel 1958 fu la pubblicazione de "Il Gattopardo", fortemente voluto dallo scrittore Giorgio Bassani. Il successo dell'opera culminò l'anno dopo con la vincita del prestigioso Premio Strega; l'autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), di nobile famiglia palermitana, scrisse questa saga famigliare poco prima di morire, ispirandosi alle proprie vicende famigliari.
Ambientato in Sicilia, all'epoca dello sbarco dei Mille e del trapassato regime, il libro si incentra sulla figura del principe Fabrizio Salina, un aristocratico illuminato e sulla sua famiglia alle prese con la rassegnazione della fine della loro autorità e prestigio.
Amara visione della realtà politica e sociale della Sicilia ottocentesca  e del primo Novecento e del fine di un sogno a lungo vagheggiato, Tomasi di Lampedusa affronta il fatale decadimento degli uomini e dell'ordine delle cose.


Altra saga famigliare che vinse il Premio Strega nel 1963 fu "Lessico Famigliare" gioiello-capolavoro della scrittrice Natalia Ginsburg (1916-1991), scritto negli anni della rinascita economica italiana.
Più che un'autobiografia, "Lessico Famigliare" è un memoriale sulle vicende personali e storiche della sua autrice che vanno dagli anni del Ventennio fascista fino ai primi anni Cinquanta.
I Levi, famiglia della Ginsburg, vengono ricordati mediante il proprio mondo intimo e riservato, fatto di comportamenti, abitudini, aspetti puramente quotidiani, caratterizzati secondo una originale rievocazione di comunicazioni linguistiche intercorrenti nel nucleo famigliare, da cui deriva il titolo del libro. Figure di scrittori intellettuali, artisti ed eventi si avvicendano senza ordine cronologico, dove nonostante i duri anni del fascismo, le privazioni e il dolore della perdita del marito, tutto è raccontato con delicatezza ed eleganza. Forse ancora più di memoriale "Lessico Famigliare" è un'occasione riuscita di fissare per sempre nella scrittura ricordi ed espressioni di un mondo caro e lontano.

"... mi riproponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro : ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito."









M.P.

venerdì 17 marzo 2017

"Ragione e Sentimento" di Jane Austen



"La Soirée", Vittorio Reggianini

Jane Austen possiede un grande privilegio di cui oggi, ben pochi scrittori  classici possono vantarsi : il diritto alla posteriorità.
La scrittrice inglese è fra i più amati e letti autori nel mondo; in Inghilterra, nelle vendite, viene subito dopo Shakespeare e Agatha Christie e detiene all'interno della letteratura inglese, un posto intoccabile.
Merito, questo, di aver fatto del microcosmo il macrocosmo; di aver preso il carattere delle persone più vicine a lei (una bella debuttante, un pastore, una anziana aristocratica), e trasportarlo nei suoi personaggi, le cui personalissime vicende diventavano importanti quanto le gesta di Napoleone.
Anche per questo le sue protagoniste vengono chiamate "eroine", e forse a torto.
Perché le donne ritratte dalla Austen non sono né fin troppo vergognose come la Pamela del Richardson né fin troppo audaci come la Moll Flanders di De Foe : sono donne analizzate con tutta la loro semplicità di essere virtuose e di sbagliare al contempo.
Nonostante tutta la grandezza riconosciuta, la Austen rimane ancora imprigionata nella cosiddetta etichetta di "letteratura femminile"; eppure scrittori coevi, come Walter Scott (1771-1832), e quelli che poi seguirono, come Virginia Woolf (1882-1941), furono lei debitori e depositari di uno stile e un modo di narrare inconfondibili.


Jane Austen (1775-1817), pubblica il suo primo romanzo completo, "Ragione e Sentimento" nel 1811, anno rilevante in Inghilterra per l'entrata nel periodo Regency (1811-1820), con l'ascesa al trono del principe reggente Giorgio IV e che porta la nazione ad una nuova fioritura cultura  e non ultimo mondana.
Le guerre napoleoniche che infuriavano in Europa, non attecchiscono minimamente sul libro, che lascia invece spazio alla convenzionale e (in apparenza), poco rumorosa vita nella provincia inglese, dove compaiono le Dashwood, Elinor e Marianne, sorelle dai caratteri opposti, come opposti sono i loro modi di approcciarsi alla vita e all'amore : la prima seguendone la parte razionale, la seconda accogliendo quella emozionale.

Elinor e Marianne appartenenti alla buona borghesia di provincia, figlie di secondo letto e quindi meno abbienti del fratello-primogenito, si trasferiscono alla morte del padre nel Sussex, insieme alla madre e ad una terza sorella. L'ambiente bucolico che vi trovano, non è certamente privo di feste, gite e balli di stagione e la loro spensieratezza giovanile, tra intricate vicende, false aspettative e verità malcelate, si imbatte nell'aspetto più importante nella vita di una donna del tempo, l'amore e il matrimonio, ma che al tempo stesso diventa qui, un'occasione di maturazione e di una presa di coscienza della vita più realistica.
A dare sfondo e complessità alla storia, presenzia la società inglese di fine Settecento, con le sue vuote conversazioni, maniere affettate, parvenze cordiali.

Non sono una fervente austeniana, quindi sorvolerò su quei temi principali, quali l'equilibrio fra ragione e sentimento, punto focale del libro, e la critica al romanticismo, lasciandoli a chi, certamente, ne sa meglio di me.
Voglio invece scrivere quel che più ho apprezzato del romanzo. Innanzitutto l'ironia con cui la Austen deride bonariamente il ceto alto borghese, consacrato al culto di se stesso, del denaro e da rapporti sociali il cui unico fine è il mero interesse. Motivo più grave per la scrittrice, è la totale mancanza di cultura ed educazione.

"[...] non si vedeva traccia di povertà, se non nella conversazione; ma lì la carenza era considerevole.
John Dashwood non aveva molto da dire, per suo conto, che valesse la pena di ascoltare, e sua moglie ancora meno. Ma questo non era poi tanto grave, dato che era più o meno così anche per tutti gli altri visitatori che dovevano tutti fare i conti con qualche deficienza che impediva loro di essere simpatici...Mancanza di assennatezza, naturale o acquisita, mancanza di eleganza, mancanza di spirito...O mancanza di carattere."


"Ragione e Sentimento" (1995), Ang Lee

Willoughby, ma gli stessi Ferrars e Brandon sono uomini oziosi, privi di una forte personalità : ben poco hanno rischiato nella loro vita precedente.
Elinor e Marianne pur diverse nell'animo, sono donne colte, amano leggere, citare i loro autori preferiti, rispondere alle provocazioni altrui o non rispondere per decenza davanti all'idiozia e sono sempre attive nelle occupazioni quotidiane (quella attività industriosa tanto cara a Louisa May Alcott).
Seppur l'amore e il matrimonio determini ancora le vite di questi personaggi femminili, almeno queste hanno l'indipendenza dei sentimenti, la capacità di amare (un uomo o una sorella), per completo disinteresse; cosa non da poco se si pensi alle stesse Pamela o Moll Flanders.
Rispetto ad "Orgoglio e Pregiudizio" (1813), ho trovato in "Ragione e Sentimento" un'affinità di emozioni che ha superato le individualità del capolavoro per il mondo corale di quest'ultimo.
Il finale da commedia shakespeariana coronato da un amore e un altro dal reciproco rispetto, rappresenta il meglio della letteratura e getta le basi per uno studio più accurato dei personaggi, divisi tra esigenze psicologiche e morali, punto cardine, in seguito, del romanzo in pieno Ottocento.





M.P.






Libro :

"Ragione e Sentimento", J. Austen, Newton Compton Editori