venerdì 17 novembre 2017

"Giulio Cesare" di William Shakespeare


C'è una marea
Nelle cose degli uomini, che presa
Quand'è alta, conduce alla fortuna;
Perduta questa, tutto il viaggio della vita
È confinato in secche e sventure.
Su tale mare in piena adesso galleggiamo,
E dobbiamo prendere la corrente quando serve
Oppure perdere il carico. (Bruto a Cassio, atto IV scena III)




La passione e la curiosità per il mondo romano sono sempre state maggiori, per me, rispetto al pur nobile passato greco, dove dono nati quelle prime sfumature di democrazia e libertà; molto ha provveduto la mia nascita romana.
Alcuni studiosi, dalla fervida immaginazione, hanno voluto accostare allegoricamente la civiltà romana ad un'alba mentre quella greca ad un tramonto e la corrispettiva preferenza di un mondo rispetto ad un altro dichiarano chiaramente la diversa sensibilità del soggetto appassionato: più positiva nella prima ipotesi, malinconica nella seconda.
Ma lasciando perdere queste simpatiche disquisizioni, c'è un momento della storia romana in particolare che critici, studiosi e studenti hanno con tutta la gravità del caso, affrontato per la particolare importanza nel percorso evolutivo dell'uomo: il passaggio dalla Repubblica all'Impero e addentrandoci ancora meglio, raffigurando questi due sistemi alle emblematiche persone di Bruto e Giulio Cesare.
Un po' tutti noi, chi più chi meno, ha parteggiato negli anni scolastici per il personaggio immortale di Giulio Cesare, denigrando di conseguenza il traditore, l'assassino Bruto.
Anche nella "Divina Commedia" Bruto non fa certo una bella figura, condannato da Dante all'Inferno come traditore del suo benefattore Giulio Cesare, ma ultimamente non sono pochi i critici che hanno voluto "riconsiderare" da un altro punto di vista la personalità di Bruto.
Forse, primo fra tutti esplicitamente William Shakespeare (1564-1616) che ha fatto del suo Bruto un personaggio gentile, amato per il suo onore anche dai nemici e ultimo conservatore e portavoce degli antichi ideali romani repubblicani di libertà ed individualità e quindi nella sua iconografia sacrificatore e sacrificato.


Il "Giulio Cesare" venne composto nel 1599, se non il primo, fra le prime opere a essere rappresentata nel nuovo "Globe Theatre" di Londra costruito un anno prima. Prendendo ispirazione da "Le Vite Parallele" di Plutarco, si tratta di una composizione non fra le più eccelse di Shakespeare come il seguente "Amleto" e nemmeno come le altre tragedie o drammi futuri, eppure significativa per la sua atmosfera allusiva a passaggi di ere, di miti che crollano, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi. Rievocando la storia romana, Shakespeare non faceva altro che accennare alla grave instabilità politica nell'Inghilterra elisabettiana, con le sue incertezze e lotte per il potere.
Nonostante il titolo porti direttamente al celebre console e dittatore romano, non è lui il vero protagonista della tragedia che non invero non vediamo più già dal terzo atto, ma il filius Marco Giunio Bruto, la cui ultima vicenda personale diventa il fulcro del libro. Come il principe danese, Bruto presenta le sue stesse istanze ma la sua risolutezza, il suo inseguire un ideale già tramontato e virtù non più richieste, lo rendono a differenza di Amleto, più umano.

L'opera si apre sulla strada di una Roma repubblicana, dove una moltitudine di persone aspetta i festeggiamenti per il ritorno di Giulio Cesare vittorioso in Egitto sui figli di Pompeo, come anni prima attendeva le vittorie di quest'ultimo.
Ma sull'Urbe aleggia un possibile rovesciamento di governo, dato dallo strapotere del sempre trionfante Cesare, nonostante egli abbia per tre volte rifiutato (seppur con riluttanza) la corono di Roma durante la festa dei Lupercali.
Si costituisce quindi, nella migliore classe della città, una fronda di giovani uomini intenzionati a fermare il dominio incontrastato del dittatore con a capo Cassio e Bruto.
Il nobile Bruto pur amando sinceramente Cesare, teme la sua ambizione; teme la soppressione di ogni libertà e giustizia, il crollo degli ideali della Repubblica romana, delle sue virtù, e amando più di ogni altra cosa Roma, la libertà e la virtù, su istigazione anche di Cassio che lo sprona all'azione e non ad aspettare il corso degli eventi, si decide ad uccidere non l'uomo ma il tiranno.
Malgrado gli avvisi degli indovini di stare lontano dalle idi di Marzo, il sogno premonitore di Calpurnia, Cesare va incontro alla sua morte. I cospiratori fanno in tempo a chiarire al popolo il dovuto omicidio dell'illustre Cesare per il bene di Roma ma Marco Antonio con un formidabile monologo, sottilmente accusatorio, riesce a sobillare il popolo contro i Cesaricidi che sono costretti alla fuga.

Marlon Brando è Marc'Antonio
in "Giulio Cesare" 1953

Roma si prepara alla guerra civile, da un lato Cassio e Bruto, dall'altro Marco Antonio e il giovane Ottaviano, erede di Cesare, venuto a legittimare il suo posto.
Nell'atto IV scena III negli accampamenti dei Cesaricidi, Bruto nel dormiveglia vede il fantasma Giulio Cesare che gli avverte della sua futura disfatta.
A Filippi la vittoria sembra andare alla fazione di Bruto eppure per una serie di coincidenze fatali, Cassio pensando di essere sconfitto si uccide. Bruto pur vincendo Ottaviano, viene accerchiato da Antonio e abbandonando ogni speranza, prima di uccidersi, con un commuovente saluto, lascia i suoi amici con grande dignità, pronosticando il futuro conflitto tra i due vincitori.

Addio a te; e a te; e a te Valerio.
Stratone, hai dormito tutto il tempo:
Addio anche a te, Stratone. Concittadini,
Il mio cuore gioisce perché in tutta la vita
Non ho trovato uomo che non mi fosse fedele.
Avrò più gloria io in questo giorno di sconfitta
Di quella che Ottaviano e Marc'Antonio
Otterranno con questa vile vittoria.
Addio, allora, perché la lingua di Bruto
Ha quasi finito la storia della sua vita.
La notte mi cade sugli occhi, le mie ossa
Vogliono riposare. Hanno faticato 
Per raggiungere quest'ora. (Bruto, Atto V, scena V)

Ottaviano e Antonio seppelliranno con grandi onori "il più nobile tra tutti i romani".

È tangibile la simpatia che Shakespeare ha per Bruto. In un mondo confuso dove non ci sono certezze, né valori, non ci sono modelli, perché non può esserlo Giulio Cesare descritto già come un anziano, non può esserlo Marco Antonio, lussurioso e vile e né Cassio, avido e istigatore (un novello Iago).
L'unico che si staglia dal caos è Bruto: lo vediamo nella sua interezza ed umanità, nell'amore per la moglie Portia, nella fratellanza genuina verso Cassio e i suoi soldati, nel perdono, nobile, gentile, dolce. Egli incarna l'uomo libero dalle corruzioni, dalle dittature e se non è un eroe, porta comunque sulle proprie spalle il peso delle sue virtù come delle colpe; non esistono destini o dei a muovere le fila degli eventi.
E perché non andare più lontano, perché non vedere in Bruto l'uomo moderno del Rinascimento (in fondo siamo alla fine dell'epoca di Elisabetta I), l'intellettuale con la sua lungimiranza e per questo motivo solo?
Quest'opera ci dona ad una riflessione in più sui tragici eventi del passato e degli uomini che vi sono stati travolti.

Gli uomini talvolta sono padroni del loro destino; la colpa, Bruto, non è nelle nostre stelle ma in noi.



M.P.





Libro:

"Giulio Cesare", W. Shakespeare, Feltrinelli

venerdì 10 novembre 2017

In visita al Quirinale




La festività di Ognissanti è stata la giornata ideale per aggiungere alla mia lunga lista di palazzi e residenze storiche da visitare (soprattutto nel Lazio), il gioiello che, vuoi per la politica, vuoi per il lungo silenzio perdurato negli anni e interrotto solo recentemente, dimentichiamo di possedere, il Quirinale.
Accompagnata da una delle ultime, dolci ottobrate romane, il palazzo del Quirinale, dimora di papi, re e presidenti, si staglia sull'omonima piazza e il privilegio di adagiarsi sul colle più alto della Capitale, la parte più luminosa, antistante alla Fontana dei Dioscuri e alla sua sinistra il Palazzo della Consulta.
Nonostante veniamo abbagliati da altri palazzi storici con i loro splendori e nomi altisonanti, il Quirinale non ha nulla da invidiare a Buckingham Palace o all'Eliseo: questo si estende su una superficie di 110500 m² e vanta di essere il palazzo del potere più antico del mondo; la Casa Bianca in confronto è venti volte più piccola.
Dal 1948, anno in cui il primo presidente della Repubblica vi si insediò, qui avvengono non solo udienze, consulte e giuramenti, affari politici ma anche feste e ricevimenti mondani, grazie alle cucine sempre attive.
Da due anni a questa parte, invece, per volere del presidente in carica Sergio Mattarella, è ritornato ad essere visitabile ad italiani e non, avvalendosi della collaborazione del Touring Club Italiano e delle tre grandi Università di Roma, perché oltre al valore patriottico simboleggia un grande valore storico.
Da solo, il Quirinale potrebbe raccontare gli importanti fatti ed eventi che vi si svolsero: guerre, patti, rovesciamenti di governi, presenze illustri, l'evolversi della nostra storia fino ad oggi.


Il passato più antico del luogo risale all'epoca romana. Qui infatti sorgeva un tempio dedicato a Romolo Quirino le cui feste, chiamate Quirinalia, si celebravano ogni diciassette febbraio.
Una prima costruzione dell'edificio risale al suo proprietario, il cardinale Ippolito d'Este (1509-1572, lo stesso creatore della magnifica Villa D'Este a Tivoli), che prese in affitto la vecchia villa e la vigna adiacente del cardinale Carafa. L'estense si preoccupò perlopiù di ricavarne degli splendidi giardini all'italiana con monumentali fontane, seguendo la moda cinquecentesca e solamente con l'interessamento di Papa Gregorio XIII  (1572-1585) divenne dapprima un luogo di villeggiatura, soprattutto grazie alla salubrità dell'aria, e in seguito ampliandone il complesso, nel 1583 residenza dei papi a personificare il loro potere temporale.
Alla realizzazione parteciparono nel corso degli anni numerosi artisti fra cui Ottavio Mascherino (1536-1606), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), Ferdinando Fuga (1699-1782), Domenico Fontana (1543-1607). I lavori si conclusero sotto Papa Clemente XII (1730-1740).
Dal 1870 passò alla monarchia sabauda e dal 1948 a presidenti della Repubblica Italiana.

Il Cortile d'Onore è la parte più antica del complesso da cui si accede allo Scalone d'Onore che consente l'accesso agli ospiti dei due ambienti principali del palazzo, il Salone dei Corazzieri e il Salone delle Feste. Il Salone dei Corazzieri, chiamato un tempo Sala Regia, è l'ambiente più grande e solenne del Quirinale. Presenta opere seicentesche, alcune di Agostino Tassi e numerosi arazzi in parte francesi e in parte napoletani raffiguranti le storie di Psiche e del Don Chisciotte, sulle pareti sono ritratti gli stemmi delle principali città italiane. L'ambiente seguì un periodo di degrado quando, durante la monarchia venne usato prima come pista di pattinaggio e infine come campo da tennis. Sotto il papato venivano qui presentati gli ambasciatori, oggi viene usufruito come salone per le cerimonie di insediamento. Ha accesso alla Cappella Paolina chiusa da poco per ristrutturazione.
Al Salone si viene guidati in seguito alla Sala del Balcone , studiata dal Bernini; qui venivano imbalsamati i papi.

Cortile d'Onore

Dopo la Sala d'Ercole, di costruzione più recente, si passa alla Sala degli Scrigni chiamata così per la presenza di cinque scrigni poggiati sulle consolle e di un particolarissimo secrétaire celante al suo interno oltre cento cassetti e vani segreti.

Secrétaire

Una delle stanza più note agli italiani è quella dello Studio del Presidente della Repubblica. Nata come camera da letto estiva dei papi, oggi vi si svolgono gli incontri ufficiali con i Capi di Stato stranieri, consultazioni con il Presidente del Consiglio e alcuni dei celebri messaggi di fine anno del Presidente, che si tengono ogni trentuno dicembre dal 1949.

Studio del Presidente della Repubblica

Il nome della Sala degli Arazzi di Lilla deriva dalla presenza di cinque arazzi provenienti dalla città francese di Lilla agli inizi del Settecento. Utilizzata sotto la monarchia come appartamento della regina Margherita (1851-1926), attualmente vi si svolge il consiglio supremo di difesa.
La Biblioteca del Piffetti è un gioiello nel gioiello nel Quirinale, la stanza a mio dire più suggestiva e dalla storia più curiosa. Creata da uno dei celebri ebanisti del tempo Pietro Piffetti (1701-1777) per la Villa della Regina a Torino, fu trasportata così com'era a Roma nel 1879 per volere della regina Margherita che voleva farne la sua biblioteca personale. Margherita di Savoia non era una donna particolarmente colta ma amava circondarsi di letterati e poeti che potevano contare della sua protezione. Ma la biblioteca lignea appare un capolavoro di magnificenza con i suoi intarsi in avorio che stupiscono di bellezza il visitatore.
Non rimasto noto nella storia dell'arte, l'architetto Ottavio Mascherino si è pur contraddistinto nel palazzo del Quirinale per questo autentico capolavoro che porta il suo nome, la Scala del Mascherino. Progettata alla fine del Cinquecento, presenta una scala a forma elicoidale che doveva portare agli appartamenti superiori. Con le sue maestose colonne in travertino ispirò il Borromini per una fedele replica più celebre a Palazzo Barberini.

Biblioteca del Piffetti

Scala del Mascherino

Fra i numerosi ospiti illustri accolti nella residenza si devono contare due personaggi storici, o meglio una presenza e una assenza.
Nel 1938 alla Loggia d'Onore venne ricevuto con tutti gli onori del suo grado Adolf Hitler, il quale rimase soddisfatto del suo soggiorno romano e della stanza dove poté ammirare alcuni busti degli imperatori romani. Per l'occasione nel Cortile d'Onore venne issata la bandiera del regime nazista.
Dall'epoca repubblicana la sala viene usata per la stampa dopo gli incontri tra politici e presidente.
L'assenza è quella riguardante Napoleone Bonaparte (1769-1821) che al momento della cattività di Papa Pio VII (1800-1823) era atteso a Roma, ma di fatto non arrivò mai.
Fra gli appartamenti allestiti per la sua figura, è presente la cosiddetta Sala della Musica, stanza che doveva servigli come camera da letto. Rispetto a tutte le altre molto pompose, quella di Napoleone seguiva i canoni neoclassici in un ambiente pulito e lineare. Fa la sua mostra un forte piano e sul soffitto un ritratto di Giulio Cesare mentre detta i "Commentari"; ma il volto del generale è in realtà quello di Napoleone stesso. Da questa sala avrebbe potuto avere una visione completa di Roma.

Sala della Musica

Si procede infine verso le sale maggiormente lussuose e scenografiche del Quirinale: la Sala degli Specchi, oggi utilizzata nelle udienze del Capo di Stato e nei giuramenti della Corte Costituzionale, in passato sala da ballo creata per volere della regina su ispirazione delle regge settecentesche. Le luci dei grandi lampadari di Murano si riflettono sui grandi specchi che si ripetono nelle pareti in stile rococò e intagli dorati. Tutto è volto a stupire e incantare.

Sala degli Specchi


Soffitto con fanciulle danzanti

Di seguito quindi il Salone delle Feste conosciuto attualmente per i grandi pranzi, cerimonie e il giuramento del nuovo governo. Nel periodo papale avveniva qui il Concistoro mentre in epoca monarchica usato anch'esso per i grandi balli indetti dalla regina Margherita.

"Ai balli Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito e con abiti sfarzosi, e piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito.
Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali.
E in questo modo si diffuse in Europa,oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita."¹


Salone delle Feste



Alla fine dell'Ottocento venne creato un palco per contenere un'orchestrina che doveva allietare i pranzi ufficiali della famiglia Savoia e dei loro ospiti di riguardo.
Va ricordato in ultimo che gran parte degli arredi del Quirinale sono stati depredati da collezioni di altre regge mentre altri mobili riconoscibili per lo stile un po' teatrale e disarmonico, rispecchiano il gusto della casata sabauda.
Oltre ai tesori racchiusi nelle sue stanze, il Quirinale vanta anche una collezione pregiata di 38.000 pezzi di porcellana provenienti da tutta Europa: la più numerosa riguardante la casa di Richard Ginori, altri dalle fabbriche viennesi, tedesche, parigine, inglesi, alcuni risalenti all'epoca di Luigi XV.



I giardini che aprono le loro porte ogni due giugno, si estendono su una superficie di circa quattro ettari, il cui primo impianto fu dovuto come si è già scritto al cardinale d'Este. È costituito da alte siepi, fontane e diviso in giardino all'italiana, francese e inglese (questo esclusivamente aperto il giorno della festa della Repubblica). Al suo interno è presente l'elegante edificio della Coffe House costruito nella prima metà del Settecento dal Fuga e che da allora funge per ricevimenti intimi per amici e politici.



Fontana delle Bagnanti trasportata dalla Reggia di Caserta

Coffe House

Gran parte dei giardini vennero però distrutti nel 1874 per far posto alle scuderie di cui i Savoia (non molto appassionati di cultura come lo erano invece della caccia) ricavarono spazi per collocarvi cavalli e carrozze che nel corso degli anni si trasformarono sempre più in simili automobili.

Carrozza degli Sposi




Con un ritorno al palazzo negli appartamenti stanziati al piano terra, vengono ultimate le visite con la Sala delle Udienze di Vittorio Emanuele II, ove avvenne l'ultimo storico, ultimo incontro nel 1875 fra Vittorio Emanuele II (1820-1878) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), rappresentato dal pittore e patriota Gerolamo Induno e la Sala del Re  dove sono invece esposti due ritratti, della regina Margherita (e il suo abito da ballo) e della regina Elena di Montenegro (1871-1952) moglie di Vittorio Emanuele III.







Di seguito con la Sala del Mappamondo e La Sala dei Presidenti si entra nell'archivio storico del Quirinale; da alcuni documenti attinenti allo Statuto Albertino fino al referendum del 1946, la carrellata delle foto degli ultimi presidenti fino alla Costituzione del 1948.






L'ultima pagina della Costituzione con le firme




La visita è molto lunga, si protrae per quasi due ore e mezza in cui si è guidati da un tirocinante di storia dell'arte (nel mio caso), e seguiti costantemente dal personale della sicurezza.
Avrei preferito una guida che conoscesse più la storia che l'arte affiché raccontasse qualche aneddoto, o stile di vita che si conduceva nelle varie epoche del palazzo; eppure, nonostante tutto, la bellezza e la grandiosità di tale monumento e il privilegio, che entrando senti immancabilmente, ripaga di tutto. Non è la fiaba che ti rimane negli occhi ma essere essere stata partecipe, in qualche modo, di vari pezzi di storia che di lì sono passati.






M.P.






¹ "La Regina Margherita", Romano Bracalini, Fabbri Editori



Le foto di A. Tommasi sono private.

venerdì 3 novembre 2017

"Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez


Quando la guardiana gli aprì la cella di Sierva María, Delaura sentì che il cuore gli scoppiava nel petto e che faticava a reggersi in piedi. Solo per sondare il suo amore di quel mattino domandò alla ragazzina se aveva visto l'eclissi. In effetti, l'aveva vista dalla terrazza. Non capì perché lui portasse una toppa sull'occhio se lei aveva guardato il sole senza protezione e stava bene. Gli raccontò che le monache l'avevano osservata in ginocchio e che il convento si era paralizzato finché i galli non avevano cominciato a cantare. Ma a lei non era sembrato nulla dell'altro mondo. Quel che ho visto è quel che si vede ogni notte disse.


©Appuntario

Chi ha letto "Romeo e Giulietta" di Shakespeare e non è rimasto ingannato dai luoghi comuni del sentimentalismo di un'opera ancora non molto compresa, può capire che la loro vicenda, un sentimento puro in un'epoca di degrado storico, è la storia più vecchia del mondo, proprio come questa raccontata da Màrquez
Dopo "Cent'Anni di Solitudine" e "L'Amore ai Tempi del Colera", "Dell'Amore e di altri Demoni" è il romanzo più intenso fra quelli letti dello scrittore colombiano, crudele e più provocatorio.
Pubblicato nel 1994, Gabriel García Màrquez (1927-2014) si ispirò  ad un'antica leggenda raccontatagli nell'infanzia e ad un fatto di cronaca di cui fu testimone.
Quaranta cinque anni prima, a Cartagena des Indias sulla costa settentrionale colombiana, Màrquez lavorava allora come reporter per un giornale del luogo, quando, per redigere un possibile articolo, venne incaricato di recarsi ad un ex convento dove si stava operando per la traslazione di alcune vecchie tombe di personaggi illustri o meno. Da una di queste, inaspettatamente, ne uscì un minuto corpo di duecento anni prima, logorato dal tempo ma che teneva ancora ben attaccata alla radice una folta chioma rossa dalla lunghezza smisurata. Da questo inverosimile episodio ne scaturì il libro.

Lo sfondo ha un ruolo rilevante quanto la trama stessa. Màrquez ci mostra una Cartegena des Indias durante il periodo coloniale spagnolo, con il suo importante porto da cui ricava il commercio degli schiavi neri e dove vige ancora l'Inquisizione. Una terra primordiale, esotica e caotica dove il sacro e il profano si confondono e si rincorrono in oscure negromanzie e grossolane solennità religiose nel mezzo di un mondo in decadenza e squallore, con i cani uccisi nelle strade per paura della rabbia, i palazzi dei nobili dove nulla delle antiche vestigia è rimasto e perfino nei più alti ambienti ecclesiastici tutto è rovina e macerie.
Una giovane dalla folta chioma rossa, Sierva María, figlia del marchese di Casalduero, allevata distante e distrattamente dai genitori, viene morsa da un cane ipoteticamente rabbioso e pur non dimostrandone alcun sintomo, è creduta malata dalla rabbia. Portata in un convento di suore clausura su consiglio del vecchio vescovo don Toribio, queste la credono posseduta dal demonio e non le risparmiano intimidazioni e soprusi incolpando di ogni minima irrilevanza la sua nefasta presenza.
Per esorcizzare la piccola dai demoni viene chiamato un giovane prete colto, l'unico a capirne in realtà l'innocenza e mancanza di affetti. Cayetano Delaura conquista la confidenze, le sofferenze e la bontà di Sierva María; tentando nel gesto estremo di salvarla, non riesce ad evitare la comparsa fra di loro del demone più forte e salvifico, l'amore.

"Señora Harris", Diego Rivera

La cornice settecentesca è un mirabile ricamo narrativo volto a marcare più nettamente il mondo esterno di Cartegena, la cui povera realtà richiama sentimenti aridi, ottusità, orrori, anacronismi con quello che invece sentono i giovani protagonisti. Pagine modellate dal loro crescente amore, innocente e libero dalle meschinità della società, dell'epoca; senza speranza e quindi vissuto con maggior forza.
Màrquez qui non ricorre agli usuali leitmotiv: le inondazioni, i combattimenti fra galli, circostanze bizzarre; c'è più realismo e meno magia, come nell'eclissi di sole che spaventa anche i più saggi della città, mentre nello sguardo di Sierva María appare tutto nella sua spontanea normalità.
Delaura, colpito dal raggio di sole, è costretto a portare una benda assecondando indiscutibili suggerimenti; guarisce alla rivelazione dell'amore.
La cecità, quale è invece il pregiudizio e l'ignoranza, mostrano quanto questa vicenda sia moderna in ogni tempo o spazio, ritrovabile nel più piccolo punto del mondo come nel più grande impero.
Ma non per questo vana. L'amore, infine, ne trascende ogni temporalità o geografia e non ultima anche la morte.

Lo guardò senza diffidenza e gli domandò perché non aveva la toppa sull'occhio. 
«Non ne ho più bisogno» disse lui, riconfortato «Adesso chiudo gli occhi e vedo una chioma  come fiume di oro.»


M.P.





Libro:

"Dell'Amore e di Altri Demoni", G.G.Màrquez, KK Edizioni

lunedì 23 ottobre 2017

"Benedizione" di Kent Haruf


Le persone non vogliono essere disturbate. Vogliono rassicurazioni. Non vengono in chiesa la domenica mattina per pensare a idee né tanto meno a quelle vecchie e importanti. Vogliono sentirsi ripetere quello che gli è sempre stato detto, soltanto con qualche piccola variazione, poi vogliono tornare a casa a mangiare l'arrosto di manzo e dire che è stata proprio una bella funzione e sentirsi soddisfatti.


Clifford Harper

E così mi sono trovata, per caso, anche io in una delle letture più popolari, soprattutto in Italia, nell'ultimo decennio del XXI secolo.
Lo scrittore americano Kent Haruf (1943-2014), con i suoi ormai noti quattro romanzi, è riuscito ad imporsi in una parte non indifferente della letteratura mondiale. Il "fenomeno Holt" non ha riguardato unicamente, un successo di vendite, ma ne ha aggiunto una bella fetta di pubblicità e promozione nei social, come nelle riviste ed è stata realizzata perfino una mappa dell'immaginaria città e anche un flash mob.
Dopo anni in cui le grandi metropoli avevano rappresentato il sogno americano, Kent Haruf ha spostato la centralità da esse a un ritorno del paesaggio rurale americano.
Credevo di riscontrare in "Benedizione" (2013) una letteratura forte, di ribellione, simile a quelle vecchie voci di Sherwood Anderson e Hemingway che si propagavano nell'America della prima metà del Novecento; di sentimenti intensi e fughe da un mondo stretto e conforme.
Invece mi sono imbattuta in una narrativa silenziosa e minimalista, dove tutto pensavo di scoprire tranne la religione. O meglio una religiosità impercettibile eppure sperata e mai conquistata, di chi non si rassegna alle angustie quotidiane, al ricordo e a quelle malcelate tristezze interiori.


L'irreale contea di Holt che si estende nella brulla provincia del Colorado Orientale, in prossimità della capitale di Denver, è lo sfondo solitario dove si appresta a trascorrere la sua ultima estate un vecchio cittadino, Dad Lewis. Malato senza speranza, viene accudito dalla propria moglie Mary e dalla figlia Lorraine che cercano di rendergli il trapasso più confortevole; con amore e compassione verso un corpo che ha amato ed è stato amato.
Intorno alla vicenda centrale, assistiamo alla vita quotidiana e in apparenza monotona della cittadina, dove inquietudini e dolori, più che drammi, si nascondono negli animi e nel passato di una ristretta parte della comunità: figli e amori perduti, rancori repressi, aspirazioni deluse; tutti a malapena affermati e su tutti incombe una malinconia sconfinata.
Holt sospende la sua tranquillità quando sopraggiunge il nuovo pastore, dal passato chiacchierato, che con l'ultimo sermone destabilizza la pacificità degli abitanti, attraverso un lungo discorso sull'insegnamento più importante lasciato dal Signore: "amare i propri nemici".
Pur avendo una narrativa atemporale, dal racconto si notano riferimenti ai nostri anni e nel particolare la storia si svolge all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle.
La conclusione arriva non sciogliendo nessun dubbio, nessuna sofferenza, ma dando la possibilità di aggrapparsi, guardando fuori dalla finestra, all'alternanza dei giorni, delle stagioni, dei diversi fenomeni atmosferici; cercando insomma di accostarsi all'inspiegabilità di una forza superiore: la fede.

Clifford Harper

Il libro è stato scovato da mia sorella in una bancarella, con un colpo di fortuna a cinque euro.
Non sto qui a ripetere del crescente aumento del prezzo del libro, ma a sottolineare quanto sarebbe stato più apprezzabile aggiungere insieme al costo di copertina una più ampia biografia sull'autore e una prefazione.
Ecco il perché.
La religione è il motivo caratterizzante dell'intera produzione di Haruf; non per questo i titoli originali sono stati presi da dei canti ecclesiastici.
Sapevo di una certa letteratura americana imperniata su questa tematica, quella della Southern Literature, benché questa prima soluzione non mi sembrava la più efficace nello spiegare il perché  di tanta religiosità. Poi addentrandomi nella vita dello scrittore ho scoperto che fosse figlio di un pastore itinerante metodista¹. Forse assorbì gli insegnamenti del padre: divenne obiettore di coscienza durante la guerra in Vietnam e fu sempre schivo e riservato nella popolarità crescente.
La provocazione del pastore Ley, contro la guerra, è un modo per affermare la sua posizione su una questione che diciassette anni fa come oggi, è ancora attuale in America.
Lodevoli sono invece le parti dedicate alle descrizioni sulla dignità della morte, sulla pietà e amore verso il prossimo.
La prosa è asciutta, libera da orpelli, rapido ed esente del virgolettato nel discorso diretto; una scrittura a cui (forse) avrebbe potuto approdare Hemingway se fosse sopravvissuto, ma con più poesia.
Ho reputato infine "Benedizione" un buon libro contemporaneo, controcorrente, ricco di stimoli nuovi e capace al tempo stesso di tornare indietro; certo comunque lontano dal grande capolavoro.

M.P.




¹Movimento di risveglio religioso nell'Inghilterra del XVI secolo, diffuso poi in America.



Libro:

"Benedizione", K. Haruf, NN Editore




venerdì 13 ottobre 2017

"Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham


A volte lo divertiva che i suoi amici, siccome la sua faccia non esprimeva con molta vivezza le emozioni ed egli aveva modi piuttosto posati, lo credessero freddo, virile e ponderato. Lo ritenevano ragionevole e lodavano il suo buonsenso; ma Philip sapeva che la sua placidità d'espressione era solo una maschera, assunta inconsciamente, e aveva una funzione protettiva come la coloritura delle farfalle; e dal canto suo si stupiva della propria debolezza di volontà. Gli sembrava di essere scosso da ogni lieve emozione come una foglia al vento, e l'assalto delle passioni lo trovava inerme. Non aveva dominio di sé. Sembrava lo avesse solo perché era indifferente a molte cose che agitavano gli altri.




È diventato ormai usuale, per me, ritrovarmi ad ottobre e pensare di aver letto poco.
Quest'anno particolarmente, ma non ho mai raggiunto, come in questo lasso di tempo, la lettura di opere di una qualità così superiore. Leggerei anche di meno pur di trovare a confrontarmi con simili capolavori; alcuni noti, altri meno. Prima della fine dell'anno, infatti, ho in mente di riepilogare le varie letture, attraverso collegamenti fra gli autori, le tematiche, il contesto storico, e includerei, fra queste, senza ombra di dubbio "Schiavo d'Amore".
Il suo autore William Somerset Maugham (1874-1965) scriveva : "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te", e di significati in questo romanzo ne ho trovati molti, anzi una summa di tutte le sfumature della vita. Mi ha arricchito la mente e riempito il cuore, e con tutto il più sincero trasporto lo consiglio.
Non per questo "Schiavo d'Amore" o nel suo titolo originale "Of Human Bondage", è stato nominato fra i migliori romanzi in lingua inglese del XX secolo.
Rimaneggiato da un vecchio testo scritto durante il praticantato in medicina e ampliato quando lo scrittore era già famoso come commediografo; l'opera a suo dire non era "un'autobiografia, ma un romanzo autobiografico".
Pubblicato nel 1915, ebbe da subito un discreto successo nonostante fosse in atto la guerra, riscuotendo alti gradimenti in gran parte negli Stati Uniti.
Come per "Il Velo Dipinto" (1925) Maugham si era ispirato alla tragica figura di Pia de' Tolomei, nella seconda cantica di Dante Alighieri, per questo suo primo capolavoro prese spunto dalla quarta parte dell' "Etica" (1677) di Spinoza, ovvero il "De servitute humana", sulla trattazione delle emozioni e l'incapacità dell'uomo nel controllare passioni trascinanti nella schiavitù.
Eppure ciò è solamente un piccolo punto di quei tanti che compongono un libro che è un compendio sulla vita, la bellezza, l'arte, la letteratura, la filosofia; da leggere alla stessa maniera di quando si guarda un cielo stellato: con rassegnato silenzio sulle fragilità umane.


Scriverne la trama, di un romanzo così lungo e complesso nella sua vastità, è di difficile sintetizzazione, ancor di più se questo ti è piaciuto.
L'immaginaria vicenda personale di Philip Carey si svolge per lo più in Inghilterra, dal 1885 fino ai primi del Novecento circa, dove, nato nella buona borghesia, si ritrova a soli nove anni orfano di padre e madre. Il bambino viene quindi strappato dalla città londinese per essere accudito dagli zii materni nella parrocchia rigorista di Blackstable nel Kent.
Ma Philip è affetto dalla malformazione del piede equino, la cui vergogna gli procura una sorta di "estraniamento" dalla vita e timido e introverso, suole rifugiarsi nei libri e nella lettura di romanzi dalle terre e mari sconosciuti d'Oriente.
A tempo debito viene iscritto ad un prestigioso collegio dove poter intraprendere la strada per il sacerdozio come lo zio. Philip sentendosi fin troppo limitato dalla prospettiva, lascia la scuola per recarsi in Germania a studiare la lingua.
Tornato in Inghilterra inizia a lavorare come apprendista commercialista seguendo i consigli dello zio; eppure anche qui insoddisfatto dal lavoro e dai rapporti umani mancanti, si trasferisce a Parigi, estasiato dalla bellezza, dalla vita galante e bohémien; cominciando a studiare arte nel Quartiere Latino, quando l'astro nascente era allora l'Impressionismo.
Pur provando ancora imbarazzo per il suo difetto fisico, qui rafforza ulteriormente la sua cultura, la sua sete di conoscenza, il raffronto con la vita, confrontandosi con altri individui.
In una scena determinante, schiacciato da un futuro instabile, Philip chiede ad un vecchio poeta mancato, il quale riunisce alla sua corte ubriaconi e falliti, quale sia il senso della vita. Cronshaw dichiara che la risposta si trova in un tappeto persiano, e alla richiesta di ulteriori spiegazioni, il vecchio ribadisce: «La risposta non vale se non la trovi da solo.»
Nonostante gli sforzi perseguiti chiude definitivamente la carriera d'artista e ritornando una seconda volta a Londra, imbocca alla Facoltà di Medicina.
Conosce il momento più basso della sua vita, quando incontra Mildred Rogers, una cameriera di volgari origini, appena carina e non molto intelligente.
Si lega a lei di una passione degradante, che sfocia nel masochismo: la sente vicina a lui, poi lontana, andare con altri uomini, ritornare a lui incinta di un altro, pagarle vacanze, vestiti, alloggi, addirittura regalarle i soldi per vivere con un uomo, sempre sperando in un possibile pentimento, sempre  sperando che nel vederlo umile e sottomesso, lo avrebbe in seguito ricambiato dello stesso amore.
In un impeto d'ira verso Philip, Mildred strappa il tappeto persiano regalatogli da Cronshaw, al cui interno si celava il senso della vita.
Oppresso dalla mancanza di soldi andati via per Mildred, dalle ferite di un amore malato, da una serie di investimenti finanziari sbagliati durante la guerra anglo-boera, si riduce nella più assoluta povertà.
Abbandona gli studi da medico e il sogno di terre e mari sconosciuti; è costretto a lavorare come commesso in una ditta d'abbigliamento ma proprio nella condizione più abietta e disperata che Philip, trovandosi un giorno al British Museum, in mezzo ad una folla dai visi e dalle personalità più varie, tra le bellezze e le antichità del museo, si rivela d'improvviso il senso della vita.
Libero da moralismi, dalle pulsioni umane, dai concetti formali e dalla felicità, scopre la vera esistenza umana, nel suo disegno più facile.

"Schiavo d'Amore" (1934), regia di John Cromwell
con Leslie Howard e Bette Davis

Quel che ci mostra Maugham è la storia di un'iniziazione alla vita, non nel pieno della giovinezza, come è stato più volte scritto, ma in una maturità più ponderata, una presa di coscienza più definita.
Il difetto fisico del protagonista, le sue incertezze e debolezze non tolgono nulla alla vita, anzi ne danno valore, come pure la letteratura, l'arte e la filosofia, di cui sono imbevute le pagine, non evitano all'uomo le cadute, i fallimenti, bensì favoriscono un sostegno per rendere più tollerabile la vita.
La maestria dello scrittore inglese è nel suo "saper raccontare", con uno stile narrativo semplice e diretto, entrando nei meandri dei conflitti interni, nell'esplorazione della psiche umana e nell'immedesimazione col lettore.
Quest'ultimo cresce insieme al protagonista, seguendone pensieri ed azioni come se fossero propri, trovandosi spiazzato davanti alla crudeltà e al cinismo di eventi e personaggi.
Anche l'amore che benché prenda molta parte del libro, ha qui un ruolo marginale e messo a confronto con quello passionale con Mildred e quello più saggio ed equilibrato nelle pagine conclusive.
Al tempo stesso Philip con la sua vicenda e indole, viene presentato agli antipodi del classico uomo di fine Ottocento. La sua ribellione dà un calcio non scontato alle sicurezze di un'epoca che si reggeva su labili convenzioni ed interessi, su rigide progettualità e chimere. E poco più in là il mito della felicità.
Su questa sono stati scritti trattati, romanzi; uomini antichi e moderni hanno espresso il loro pensiero, una via possibile per il raggiungimento; hanno propinato per anni la sua ricetta e lo Stato ha affermato che ogni essere umano debba goderne. Ma la felicità non è l'ultima delle grandi illusioni umane?
In un ultimo sfregio agli ideali, i doveri e le aspettative di un sistema sociale, la storia di Philip Carey è un'accettazione della sconfitta, l'unica per arrendersi alla felicità; ma una sconfitta migliore di molte vittorie.

"Era questo che desiderava più di ogni cosa al mondo. Cosa gliene importava della Spagna e delle sue città, Cordova, Toledo, León? Cos'erano per lui le pagode birmane e le isole dei Mari del sud?
La felicità era qui, ora. Aveva rincorso per tutta la vita ideali che altri, con le parole o con gli scritti, gli avevano inculcato, e mai aveva seguito i desideri del suo cuore. Sempre il suo cammino era stato dominato da ciò che credeva di dover fare e mai da ciò che desiderava realmente con tutta l'anima."




M.P.




Libro:

"Schiavo d'Amore", W.S. Maugham, Adelphi 

venerdì 6 ottobre 2017

Dietro la pittura : la rabbia e la fierezza di Artemisia Gentileschi


"Una delle prime donne che sostennero colle parole e con le opere il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito tra i sessi." ("Artemisia", Anna Banti)


Sullo stupro dicono sia un male atavico che poggia le sue origini in culture diverse dalla nostra.
No, non è vero.
Nella Bibbia lo stupro era unicamente un reato contro la proprietà, perché la donna non figurava nient'altro che tra il patrimonio di un uomo. Nella Grecia classica i grandi filosofi asserivano l'inferiorità fisica e mentale delle donne, fino a perdersi nel mito quando Aiace Oileo violenta Cassandra nel tempio di Atena. La dea non si scompone sulla violenza subita subita dalla donna ma alla profanazione del suo simulacro. Erano le leggi dello Stato ad avere maggiore importanza, quando venivano trasgredite, che le vittime; la comunità ad essere offesa che il singolo. Nell'antica Roma questo non era considerato un crimine se compiuto in battaglia dai vincitori sulle donne dei vinti o se seguito da un matrimonio. A Roma non si potevano uccidere le vergini, ma l'uomo sapeva come aggirare la situazione.
Leggendo "Cassandra" della scrittrice tedesca Christa Wolf e l'interessante intervento di una signora nella pagina social del blog (e che ringrazio ancora), ho scoperto un mondo di cui ignoravo l'esistenza.
Quello delle popolazioni dell'Asia Minore, anticamente caratterizzate da una società matriarcale, passate al corrispettivo maschile con l'insediamento dei greci.
La distruzione di Troia o delle città affini, portò all'annientamento di civiltà antiche e soprattutto alla
diffusione di quella politica degli uomini greci fatta di violenza, religione, potere.
La donna è stata per secoli minacciata ancor più che dalle violenze, dall'impossibilità di realizzarsi come un essere umano indipendente, di usufruire liberamente e secondo coscienza del proprio corpo e della propria intelligenza. L'uomo ha visto (e ne continua a vedere) un pericoloso rivale nella lotta per la sua affermazione di dominio e controllo.
La vicenda drammatica di Artemisia Gentileschi (1597-1652) fu un fatto che sconvolse l'opinione pubblica nel XV secolo; portato in lungo processo sotto Papa Paolo V, ma puramente discusso come un mero pettegolezzo conclusosi fra l'ilarità e la crudeltà.
Fu riesumato dalla storia solamente a distanza di secoli, e quando il genio della pittrice italiana inconfutabilmente riconosciuto.
E la tragicità vissuta accompagnò molte delle sue opere; con rabbia e fierezza di tocchi di colore del pennello sulla tela.

"Susanna e i Vecchioni" (1610)

"Susanna e i Vecchioni" venne realizzata nel 1610, un anno prima dell'aggressione. Per molto tempo l'opera ha fornito controversie per quanto riguardava la sua attribuzione e questo dubbio si era fossilizzato negli anni a causa della giovane età della pittrice (allora tredicenne) ma più probabilmente per i pregiudizi che i critici d'arte (materia allora in appannaggio esclusivo all'uomo), mostravano nei confronti del grande talento pittorico della donna pittrice o della donna in generale.
L'essenziale composizione del dipinto esalta tutta la drammaticità del tema, nei colori e nelle sue forme.
Artemisia riprese il soggetto da una delle storie bibliche più conosciute, estrapolata dal libro del profeta Daniele : quello della bella Susanna irretita dai due giudici di Babilonia e poi da questi denunciata di immoralità per la collera di non essere riusciti nel loro perverso intento.
La tematica presentava numerosi precedenti pittorici, da Lotto a Reni, Tintoretto, Rubens; un po' per edificare il popolo e un po' per soddisfare gli occhi di committenti voyeur, ma in quel 1610 a riproporre la vicenda della casta Susanna fu la mano e il pensiero creativo di una donna.
Nel quadro non ci sono luoghi ameni e lussureggianti, non sono presenti vesti colorate, gemme o qualsiasi altro ornamento. C'è un cielo presago sotto cui si stagliano, ingombranti, due figure maschili intente a confabulare alle spalle di una Susanna sorpresa al bagno e inorridita ai sussurri lascivi dei due. Gli uomini non sono raffigurati nell'età più anziana, come nelle precedenti versioni, ma esprimono dal corpo possente una una certa virilità contro la purezza delle bianche membra della donna.
L'accuratezza anatomica, la veridicità dell'elaborazione confluiscono in una espressività drammatica che non ha trascorsi. Non si può sapere se già all'epoca la Gentileschi abbia subito degli approcci non graditi, ma il viso voltato da una parte e le braccia alzate in alto ne evidenziano il disgusto e la repulsione; visti con gli occhi di una donna.

"Le sue armi furono: dipinger sempre più risentito e fiero, con ombre tenebrose, luci di temporale, pennellate come fendenti di spada." Ibidem

L'opera che testimonia, nero su bianco, la dolorosa vicenda della Gentileschi, lasciata ai posteri, è la sua "Giuditta che decapita Oloferne". Concepita proprio durante il processo nel 1612 e pensata dai critici come una rivalsa nei confronti dell'aggressione e del suo violentatore, ancora sorprende per l'innata comunicatività dei volti dei protagonisti e la vigoria dell'azione.
Anche questa di Giuditta presa in prestito dalla Bibbia, fu illustrata in passato da vari artisti affascinati dal potere che questa donna ebbe sul più forte degli uomini : la bella e ricca vedova di una Betulia sotto assedio dalle truppe nemiche del generale Oloferne, sotto il regno di Nabucodonosor, uccide senza paura il grande nemico, portando la salvezza al suo popolo.
Come nella "Susanna" anche questa riproduzione vanta una forma stilistica essenziale, non ricca di elementi decorativi e quindi più vicina alla realtà che in un tempo lontano.
In una probabile camera del generale, Giuditta è presentata mentre affonda con determinazione la spada nella gola di Oloferne, aiutata dalla sua ancella (qui giovane rispetto in altri dipinti) che tenta di controllare la difesa dell'uomo, appena destato dal sonno: il suo viso è di chi è stato sorpreso in un avvenimento che non poteva prevedere. Ma ogni ribellione è vana; il suo sangue sgorga sul bordo del letto.

"Giuditta che decapita Oloferne" (1612-13)

Altri prima di lei si erano concentrati sulla bellezza e sul coraggio del personaggio; la Gentileschi aggiunge la fermezza e l'autocoscienza del proprio ruolo.
L'opera è un movimentato intreccio di braccia, concentrazione, muscoli tesi e contrasti tra luci e oscurità.
Durante il processo, l'aggressore Agostino Tassi (1580-1644), noto paesaggista romano,si difese sostenendo che la giovane era stata consenziente, ingiuriandola di vita promiscua e dimostrandone il fatto di essere stata per molti mesi sua amante.
Artemisia si appellò alla propria innocenza e ingenuità, sottoponendosi perfino allo stritolamento dei pollici, tortura usata per estorcere la verità, che, e questo la donna lo sapeva bene, avrebbe potuto danneggiarle le dita.
I giudici condannarono il Tassi ad un allontanamento da Roma di cinque anni, poi ridotti a due e infine la sentenza venne completamente ignorata. Tassi poteva vantare Scipione Borghese (nipote del Papa) come protettore.
L'ingiustizia subita segnò tristemente la vita di Artemisia Gentileschi e la portò a sfogare il suo mancato diritto, ancora prima nell'arte, nel lavoro, instancabilmente fino alla morte.
Si comprende bene quanto la storia biblica di Giuditta abbia stimolato il ferito amor proprio della giovane pittrice.
Ma il sangue di quell'Oloferne che zampillando macchia il letto, non potrà che fornire alla donna, una possibile rinascita, e non solo intellettuale.



M.P.





Fonte :

"Le grandi donne del Rinascimento italiano",  Marcello Vannucci, Newton e Compton Editori

Libro :

"Artemisia", Anna Banti







martedì 19 settembre 2017

"Ho visto partire il tuo treno" di Elsa de' Giorgi


"Certo un consuntivo su Calvino sarà difficile per me quanto per quei critici che con imbarazzata frettolosità lo hanno collocato tra i classici. La sua opera sembra sortita, per molti di essi, dalla naturalezza di uno scrittore sapiente, destinato a esserlo senza l'assillo di una propria storia umana; e non so quanto questo gli sarebbe piaciuto."


Copertina della prima edizione

Sono due anni che mi sono appassionata a questa vicenda, da quando nell'estate del 2015 ne venni a conoscenza.
Chissà perché ci esaltiamo per vicende poco interessanti, di poco conto, quando ci sarebbero vite che meriterebbero di essere raccontate e conosciute, che si incastrano così facilmente fra i momenti epici della storia italiana, come quella della de' Giorgi e Calvino : un'unione che fu molto più che d'amore.
Quando ho saputo della ripubblicazione del libro, ho fatto molto prima ad ordinarlo che a stupirmi dalla felicità. Cercavo in questo quella profonda relazione, come di quelle nascoste, che non si possono dire per non scomodare troppo l'immagine dei protagonisti; vi ho trovato invece spunti fondamentali di una parte della nostro passato, non sempre citato, che si è perso fra gli stretti grovigli di riservatezza e pudore.


In un articolo ho già raccontato chi fosse Elsa de' Giorgi (1914-1997), questa bellissima donna che alternava cinema, teatro e scrittura con sapiente agilità e acutezza; donna mondana della dolce vita romana, intesse uno stretto rapporto con un giovane Italo Calvino (1923-1985), dal 1955 al 1958.
Nel 1992 pubblicò per l'editore Leonardo "Ho visto partire il tuo treno", in seguito scomparso dagli scaffali, è stato ripubblicato nel giugno di quest'anno per conto della Feltrinelli.
Il titolo riprende una frase estrapolata da una lettera inviatale da Calvino, la quale riesce a delineare con schiettezza il loro rapporto, caratterizzato da incontri fuggevoli fra Torino e Roma, negli alberghi, nelle riunioni a casa Einaudi.
Opera memorialistica, la de' Giorgi intreccia al racconto suo con lo scrittore, la società, la politica di una Italia uscita dal difficile dopoguerra, ancora instabile e incapace di reagire.
Il suo testo si ricollega con un filo invisibile a quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori, già preannunciato nel libro di Natalia Ginzsburg "Lessico Famigliare".

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, diversamente da quel che sta avvenendo oggi, Roma accentrava la vita culturale dell'intera nazione. Rizzoli, Mondadori, Einaudi gareggiavano per spartirsi il territorio capitolino per far sorgere le loro grandi librerie; non solo, convegni letterari, mostre, corsi fotografici, cantieri cinematografici, salotti eleganti, Roma era ambita e desiderata da tutti e pigra e bellissima accoglieva anche i più restii intellettuali piemontesi.
Sullo scenario culturale, casa Einaudi ne vantava i migliori anche se era innegabile il vuoto lasciato da Pavese e insieme "il malessere di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile."
In questo clima di euforia e insoddisfazione Elsa de' Giorgi e Italo Calvino si conobbero nel 1955.
Lei sposata al nobile conte, famoso gallerista Sandrino Contini Bonacossi (1914-1975), aveva esordito nella scrittura con il romanzo partigiano "I Coetanei", lui in quel momento con "Il Visconte Dimezzato".
Complice la fuga del Bonacossi per questioni economiche, i due legarono le loro vite nell'amore e nella scrittura. Un vincolo non facile a causa delle intemperanze di Calvino e della razionalità dell'amata.
Ma nei turbinii di un sentimento predestinato a concludersi, l'opera spiazza il lettore attraverso la maestria narrativa e poetica con la quale l'autrice rievoca l'ambiente culturale orbitante alla sua corte.
Fuoriescono i ritratti di Carlo Levi (1902-1975) a cui è dedicato il libro; disegnatore, scrittore al quale si chiedeva sempre di tagliare il superfluo nei romanzi e lui vendicativo ne aumentava di cento. Il fascismo combattuto con tenacia, diverso da quello combattuto in Occidente, perché era quello dei diseredati, del rimorso. Le liti fra Aldo Palazzeschi (1885-1974) e Eugenio Montale (1896-1981) per Bassani e quelle brusche in stretto dialetto siciliano tra Elio Vittorini (1908-1966) e Renato Guttuso (1911-1987). Le figure sensibili e malinconiche dei fratelli de Chirico, la malattia e i problemi finanziari che gravavano sulle deboli spalle del triste Carlo Emilio Gadda (1893-1973).
E ancora il ricordo del romanesco ampio e lapidario unito ad un corpo "libero" di Anna Magnani (1908-1973), l'umile e beffarda, di cui ancora oggi ne risentiamo, a distanza di anni, quell'urlo straziante in "Roma Città Aperta" che smorza ogni parola aggiuntiva.
C'è la presenza, la più profonda di tutte, perchè simbolica di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), uomo che viveva quello che scriveva con fervore religioso. Il "Cristo degli anni Settanta" votato fatalmente al martirio, cercava nelle strade, quelle inospitali di Trastevere i suoi ragazzi e un contatto più vicino alla verità.

"Pier Paolo nella sua più scandalosa coerenza salire sulla croce, farsi trafiggere non solo dai pneumatici della sua macchina veloce a schiacciargli il cuore ma nel vituperio sbavante degli scribi e farisei del nostro tempo."

Naturalmente il motivo dell'opera è Calvino, benché come espresso dalla contessa-scrittrice, il Calvino da lei cambiato, maturato dall'amore, nell'amore nell'arco di quei tre anni.
 È il Calvino più felice, quello del "Barone Rampante", delle "Fiabe italiane", dove Viola e Raggio di Sole vengono plasmate sulle fattezze di Elsa, mai connotata con l'epiteto di Musa.
Si ribalta quindi la formula, quasi matematica, della donna/musa e dell'uomo/artista. Qui  è la donna/Elsa a spiegare all'uomo/Calvino i fondamenti della filosofia, l'importanza dei silenzi fra una battuta ed un'altra, una maggior apertura culturale equivalente a quella umana.
Un Calvino poco noto si trova nelle lettere. Se si potessero consultare si scoprirebbe un capace illustratore, che usando la solita ironia, leggerezza, riproduceva nel disegno dettagli di conversazioni e canzoni addirittura da lui create.


In uno dei passi più belli, forse il più bello, ci viene raccontato un Calvino affascinato dal mito di Psiche per quanto questo ponga l'attenzione simbolica non alle vie primarie del castello incantato, alla bella principessa, al bacio, ma allo struggimento, al dolore di ritrovare l'amato/a, a "combattere l'assenza, la distanza"; ciò, ci dice, è l'amore.
In queste riflessioni sfocia il Calvino più umano, spoglio da etichette e classificazioni, dalla rigidità dell'intellettuale che i critici hanno voluto vedere; come se un componimento nascesse unicamente nel suo creatore dal genio fulmineo.
Invece si presenta nell'infanzia un Italo circondato da fiori e piante dei suoi genitori scienziati, odiare il linguaggio botanico; da giovane uomo cercare la solitudine e al tempo stesso il contatto con il genere umano.

"Non meraviglia dunque se quel salire sugli alberi di Cosimo per mescolarsi alla natura, matrigna e conforto, aspirasse a una fraternità con essa che elevasse quella tra gli uomini; e proprio questi l'abbiano convinto più tardi che non da essi si dipartiva il filo sottile del mistero; ma forse dai calcoli infinitesimali, coincidenze verosimili, codificabili nell'astrazione di numeri, sillabe, iterazioni, parziali minimi puzzle testimonianti, nella loro complessità microscopica, la semplicità di applicarsi con alacre pazienza a una catena di montaggio della conoscenza."

Un percorso di fatica che non esimia l'intellettuale da dubbi, incertezze, inciampi, incomprensioni con altri liberi pensatori e il decadimento di quel sogno iniziale.
La rivoluzione d'Ungheria nel 1956 che pose fine al mito dell' URSS e si imbatté come un uragano nel partito della sinistra italiana (di cui faceva parte Calvino), segnò la definitiva fuga dal gruppo politico, dei suoi principi e in seguito dalla relazione con l'amata.¹

"Il dramma di Calvino (ma perché di Calvino se è di tanti altri, di quasi tutti i suoi coetanei) è stato quello di evitare il dramma. Da anni Calvino fuggiva da sé. Si era illuso che il rimorso, la sua sconfitta intellettuale, non lo raggiungesse perché lui avrebbe cambiato metodi, paesi, approcci con la realtà; non se ne sarebbe lasciato più deludere, le avrebbe chiesto meno e più a seconda dei punti di vista che il diverso Calvino si sarebbe imposto per sfuggire il dramma; ma questo l'ha ghermito proprio quando, forse stanco di fuggire, stava trovando la forza di affrontarlo ammettendo una più totale sconfitta."

La testimonianza di Elsa de' Giorgi è una fonte preziosa di fatti letterari che si fondono con quelli storici, narrati mediante una scrittura sensibile ed erudita; di memorie da non lasciar disperdere insieme a carte o oggetti che non si usano più.
Perché non si ha bisogno di questi ricordi per comprendere questo o quello scrittore : i libri si leggono al di là di quel che può essere la biografia di un autore.
Eppure ogni volta che ci apprestiamo ad una nuova lettura, ci ricordano di pórci davanti ad essa con umiltà, poiché nonostante la morte fisica del narratore, quest'ultimo continua a vivere, persino nei punti della propria prosa.

"Non tutti - come diceva per Karain il suo inutilmente amato Conrad - possono meritare l'augurio di una morte in combattimento, una morte alla luce del sole; perché egli, Karain, aveva conosciuto rimorso e potenza e nessun uomo può chiedere di più alla vita."




M.P.




¹ Pur profondo l'amore che provava per la de' Giorgi, Calvino non avrebbe potuto affrontare un ritorno del Bonacossi, "il cavaliere inesistente".
² Romanzo di Joseph Conrad.





Libro :

"Ho visto partire il tuo treno", E. de' Giorgi, Feltrinelli