martedì 16 gennaio 2018

"Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" di Carla Marcone


Teresa provò pena per quella donna e pena per se stessa e per ogni donna. E rabbia, rabbiosa, per quel marchio che le decretava diverse fin dalla nascita. Un marchio invisibile che le condannava a vivere sempre in guardia, a proteggere da pericoli reali o immaginari, a difendersi dentro e contro un mondo di uomini; a impegnarsi il doppio per ottenere meno della metà. Ciò che per un uomo era una banalità, per una donna diventava un rischio e richiedeva strategie e prudenza, risultando spesso irrealizzabile. Un marchio che le condannava a combattere o a soccombere.




Ho scelto di aprire le letture del nuovo anno con questo piccolo libro di nemmeno centosessanta pagine: un romanzo storico, ma non di quelli che rammentano grandi avvenimenti, scenografie epocali in cui sono inseriti nella miseria e nella nobiltà i drammi esistenziali di protagonisti contrastati.
Questo è un romanzo intimo e familiare. Familiare perché si sofferma su un periodo particolare della storia italiana, conosciuto assai bene ma talvolta perfino negato o nascosto abilmente per non far sentir troppo il puzzo della vergogna, anche a distanza di secoli.
Così qui, tra la verità storica e l'immaginario, si staglia la figura di una donna realmente esistita in una Italia confusa e persa nel difficile passaggio dell'età borbonica alla costruzione morale e storica di una nazione.
Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri (1826-1903) fu una nobildonna napoletana, scrittrice e filantropa, dimenticata con troppa fretta insieme alle sue carte e alle sue opere da una storia a lungo legata ad un unico genere, quello maschile.
Nel 1880 venne da lei inaugurato il primo ospedale moderno ed attrezzato, volto al ricovero dei bambini ammalati, gli orfani e disadattati di Napoli, continuato ad essere in uso fino al 1975.


Pubblicato nel 2017 dalla scrittrice napoletana Carla Marcone, "Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" è il ritratto di immagini vivide e sfocate di una vita eccezionale, costretta dalla natura a crinoline e sottomissione ma votata ad un temperamento ribelle nei confronti di un culto della tradizione troppo stretto; Teresa Filangieri incarna su di sé quel progresso morale e culturale negato alle donne.
La seguiamo nel romanzo muoversi nella famiglia, nel matrimonio, nel breve ruolo di madre e conseguentemente a questo, nel folle ma caparbio coraggio di realizzare il sogno del primo ricovero nel sud Italia per bambini senza asilo.
Una donna scontratasi contro un muro di potere maschile, indifferenze, miserie, il cui alto rango non ha avvantaggiato la sua impresa, ma anzi che ha dovuto supportare il suo sesso in mancanza di mezzi disponibili all'universo femminile dell'epoca.
Fuori una Napoli uscita dal dominio borbonico, cerca disperatamente una annessione, non solo geografica, ad un'Italia dimentica delle offerte promesse, una Napoli che confonde il sacro e il profano, divisa tra cielo e terra, dove gli angeli muoiono e i diavoli si redimono, dove i profumi delle belle dame e la bellezza del mare si mescola per le strade al sangue e agli escrementi di uomini e bestie e un popolo lazzarone trascinato tra colpe e grazie.

"Pescatori sulla Spiaggia di Napoli" Elvira Raimondi

Il libro scritto molto bene, mi ha rimandato alla nostalgica letteratura delle autrici meridionali; il racconto sembra quasi un sussurro di voci olografiche venute dal passato o presenti, soffocate da desideri mai espressi, altre innalzate con rabbia e sentimento da una terra troppo calpestata, la cui storia sembra essere stata arrestata per sempre in quel punto: tra gli ultimi fasti dell'Ottocento e l'inizio di una unificazione mai raggiunta.
La Marcone ne mostra la povertà, l'arretratezza culturale e industriale di un ceto straccione, nomade eppure dignitoso e legato alla consanguineità della terra e degli intenti.
Ho condiviso il motivo della scrittura del romanzo che è stato quello di ridare vita ad una "donna che ha contribuito a rendere il mondo migliore": "[...] Tutto è stato trafugato, niente rimane di un sogno realizzato con fatica" perché quel luogo non è più un ospedale ma una sede amministrativa circondata da immondizia e sporco.
Negli ultimi tempi si sta riscrivendo un passato in cui le donne hanno il loro considerevole capitolo, tuttavia la strada verso il riconoscimento delle loro opere (e del debito che abbiamo con la nostra dimenticanza), è ancora lunga.
Forse verrà un giorno in cui si dedicheranno piazze, monumenti alle donne che con la loro vita hanno trasmesso lezioni di civiltà ai posteri; si leggeranno più libri e si osserveranno con più soddisfazione le loro creazioni, ma fino a quel giorno, ogni testimonianza, è una fonte preziosa da preservare per il futuro.




M.P.





Libro:

"Teresa Filangeri una duchessa contro un mondo di uomini", C. Marcone, Scrittura e Scritture

lunedì 8 gennaio 2018

"La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth


"Tutti i concerti di piazza - che avevano luogo sotto il balcone del signor capitano distrettuale - avevano inizio con la Marcia di Radetzky. Benché i membri della banda ne avessero una conoscenza tale da poterla suonare nel pieno della notte e del sonno senza ricevere indicazioni, il direttore riteneva necessario leggere ogni singola nota dello spartito."




Il 2018 è arrivato e colgo ancora l'occasione per augurare un buon anno a tutti i lettori del blog mentre mi appresto a recensire l'ultima lettura dell'anno passato che purtroppo non sono riuscita a completare prima, "La Marcia di Radetzky" di Roth.
Dopo la buona annata del 2017, il libro che lo ha concluso non mi ha lasciata molto entusiasta: ho trovato alcuni passi lenti, dovuti anche alle lunghe descrizioni e al repentino passaggio di un protagonista all'altro in modo discontinuo, e in alcuni momenti perfino noioso tanto da dover saltare (ahimè) qualche riga per non addormentarmi troppo. D'altro canto ho scorto dei brani encomiabili, soprattutto nel momento di dover trascrivere un concetto o un evento seguendo metafore o percezioni alludendo a sentimenti o azioni.
Questa strana dualità riscontrata, mi ha portata ad apprezzare nell'opera più i contenuti che la trama; meno gli uomini Trotta e più il suo messaggio finale, o meglio la morale perché tutto è narrato da Roth come una fiaba.
Joseph Roth (1894-1939) fu il più sensibile cantore della "finis Austriae" insieme a Stefan Zweig (1881-1942) e Ernst Lothar Müller (1890-1974), di quel momento storico e geografico del crollo del potente impero austro-ungarico e insieme nostalgico e spirituale per la sorte di milioni di popoli e di un mondo non sopravvissuto.
Joseph Roth fu un personaggio particolare. Austriaco ma nato in Galizia, portò dentro di sé la sua cultura ebraica e sostenitrice del regno asburgico e per questo la fine di quel mondo fu per lui una devastazione. Butterato dall'alcolismo e da alcune manie, Roth annegò le sue frustrazioni in un lento e disordinato declino fisico e interiore.
Il suo noto romanzo venne pubblicato nel 1932, un anno prima della dittatura hitleriana, e muove le sue basi all'interno del declino e della caduta dell'impero attraverso la storia di tre generazioni dell'immaginaria famiglia di origine slovena dei Trotta.
L'emblematico titolo ripreso dal brano musicale di Strauss, diventato il simbolo delle vittorie degli Asburgo dopo la vittoria a Custoza nel 1848, viene qui usato invece per schernire un tempo di glorie, fanfare, dorate armature, medaglie al valore che non esistono più, perché il romanzo si apre si con un gesto eroico ma nel bel mezzo della sconfitta degli austriaci a Solferino (la nostra II Guerra d'Indipendenza) nel 1859; il primo segnale di una imminente e lenta disfatta di un secolo in decadenza.


"La Marcia di Radetzky" racconta le alterne vicende di successo e di fallimenti di una famiglia di soldati e burocrati sloveni, dal loro zenit fino al nadir dell'impero austriaco e l'avvento della Grande Guerra. Joseph Trotta, sergente dell'esercito durante la battaglia nell'Italia settentrionale, salva la vita all'imperatore Francesco Giuseppe che concede al suo soldato una protezione eterna e il baronato del villaggio originario di Sipolje. Trotta diventa "l'eroe di Solferino", la pietra di paragone per i suoi cittadini e successori, ma la sua fede cieca e i suoi principi per l'imperatore vacillano a causa di un revisionismo storico. Il figlio Franz, capitano distrettuale di una provincia della Moravia, diviene anche lui il simbolo del potere ligio e onorevole di quell'epoca eppure già spettatore di un mondo presto in frantumi, attraverso la storia del triste e sensibile figlio Carl Joseph destinato alla carriera militare nelle zone del confine orientale.
Qui il tenente Carl Joseph rimane compromesso in una mondanità scellerata, fatta di promiscuità, giochi d'azzardo, duelli illegali, disonori pubblici, di quelle primi crepe visibili all'interno del grande imperial regio in attesa di una guerra salvificatrice che sarà altresì la sua tomba.

Stefan Zweig nell'opera "Il Mondo di Ieri" aveva scritto lo sfaldamento di questo vasto regno nel suo settore politico, sociale ed intellettuale; Roth lo fa con quello che per secoli era stato il vanto di questa terra, l'esercito, la forza maggiore che sosteneva insieme milioni di popoli diversissimi fra loro.
L'autore mostra la degradazione di una coralità umana e religiosa, dove uomini immobili e annoiati nei loro acquartieramenti, svuotati di qualsiasi ordine e valore morale nelle zone più estreme del confine, dove ha inizio l'avvicinarsi di un tramonto ineluttabile, connaturato in primis nell'animo di una generazione malata ed alienata che si fa carico di una precedente armonia che in realtà era solamente illusoria e chimerica.

J. Roth

La fine del mondo di ieri fu per il collega Zweig (togliendo il disastro della guerra), l'aprirsi di un'era moderna e libera, forse il momento storico più felice per lui; diverso fu per Roth e questo è da ricercarsi in un motivo ideologico: la caduta dell'impero coincideva con quello dello shtlet ebraico, da cui egli proveniva, con la conseguente fuga degli ebrei dall'Europa Centrale costretti ad emigrare verso Occidente, significava una nuova diaspora e la dispersione di tutta quella cultura ebraica mitteleuropea¹ ritrovatasi senza protezione ed ignara di quel che sarebbe avvenuto nemmeno vent'anni dopo.
Joseph Roth è da considerarsi degnamente fra i più grandi rievocatori di epoche passate e non stupisce il suo stile malinconico e poetico passare fra le macerie di un villaggio in rovina, fra le vergogne, il silenzio, armature arrugginite, azioni non più adatte alla commemorazione. Il mondo di ieri era rimasto per lui solo una fiaba da rammentare.


M.P.



¹ Tema approfondito anche dallo scrittore yiddish Israel Joshua Singer in "Da un Mondo che non c'è Più"





Libro:

"La Marcia di Radetzky", J. Roth, Newton Compton.

venerdì 29 dicembre 2017

Riepilogo Letterario: una buona annata




Il 2016 si avvia verso la sua conclusione e per questo, rispetto alle solite, vecchie riflessioni che si fanno in questo periodo, voglio cambiare rotta scrivendo l'ultimo post sul riepilogo di un anno di letture, non molte a dir la verità ma che hanno avuto un grande valore letterario per me.
È stato un anno di riconferme per certi autori, tematiche, tipologie di letteratura e riletture, scoperte, luoghi, tempi e mondi e di personaggi indelebili, la cui fine tragica o no che fosse, ricca di speranze propositive per il futuro o profetizzante il crollo definitivo di un'era, ho trovato difficile il momento di dover chiudere il libro tante volte.
Alcuni di questi romanzi meritano una un'altra possibilità, una seconda citazione e magari possono essere visti come consigli letterari per l'anno nuovo.

Le uniche biografie che comprendono questo anno sono purtroppo soltanto due. Seppur questo sia un genere letterario che amo molto, in questo anno il romanzo sembra aver avuto di gran lunga la meglio.
Si passa da "Il Palazzo della Solitudine", biografia della penultima imperatrice dell'Iran, Soraya, e degli ultimi splendori di una terra ricca di cultura, raffinatezze e al tempo stesso di guerre e contrasti terribili, attraverso un libro di memorie con riferimenti personali e storici in un arco temporale lungo quarantotto anni, all'opera memorialistica "Ho visto partire il tuo treno" dell'attrice-scrittrice Elsa de' Giorgi. Ripubblicata da poco per conto della Feltrinelli, è un lungo racconto sulla sua breve storia d'amore con Italo Calvino, del suo personaggio attraverso gli scritti e la sua personalità, ma non solo, è un recupero acuto e sensibile di un'epoca, della vita politica e sociale di una Italia uscita dal dopoguerra e delusa per quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori.
Rimanendo nella prima metà del Novecento, tra biografia e romanzo si apre "Di là dal fiume e tra gli alberi" dello scrittore americano Ernest Hemingway. Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
L'universo femminile contrastato da un ordine patriarcale seppur in epoche lontane fra di loro, è quello espresso da Virginia Woolf e Christa Wolf  nei rispettivi libri "La Signora Dalloway in Bond Street"  e "Cassandra". Il mondo delle loro protagoniste vissuto nei loro conflitti interiori, solitudini, aspirazioni soffocate in una società in cui non si riconoscono, sono fra gli aspetti più belli della letteratura del Novecento e similmente unito dalla tecnica del flusso di coscienza.
Il mondo ebraico è stata invece una neo scoperta degli ultimi due anni e portata avanti in quest'ultimo nelle letture di "La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer e "Il Commesso"  di Bernard Malamud. Pubblicati a quattordici anni di distanza, ambedue uniscono i temi della letteratura ebraica a quella più moderna americana, la sottile ironia, la cultura come scambio di conoscenza fra i popoli. Più che romanzi, hanno l'andamento metaforico di una Bibbia, profana, americana in cerca di un riscatto morale e nel caso di Singer un capolavoro che se fosse più conosciuto, metterebbe il suo autore allo stesso piano di Tolstoj e Balzac.
Due opere di scrittori inglesi che ho ampiamente apprezzato sono "Ragione e Sentimento" di Jane Austen "Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham. Se le protagoniste della Austen godono di una personalità e psicologia analizzata come mai prima di lei seguendo una visione più realistica e al tempo stesso più umana nelle virtù e nelle debolezze, lo stesso motivo vale per Maugham. In tutti e due esiste la stessa ironia con cui deridono i vuoti valori dei ceti emergenti del tempo, il culto di se stesso, del denaro ma se la Austen tutto è raccontato bonariamente, in Maugham c'è tutta la ribellione alle sicurezze di un'epoca.
L'esplorazione del mondo moderno è invece visto attraverso la penna di Lars Gustafsson in "La Ricetta del Dottor Wasser", ultimo romanzo dello scrittore svedese che con una trama originalissima ci mostra i tanti enigmi e incomprensioni del nostro tempo. Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
"Altezza Reale" di Thomas Mann è un lungo racconto simbolico ambientato nella Germania guglielmina in una cornice fiabesca e decadente come decadenti sono le atmosfere delle giornate pigre e delle folli notti consumate nell'ebrezza di facili passioni e nei sogni presto abbandonati di Edith Wharton ne "Gli Sguardi della Luna", grande ed originale successo del 1922.
Una folgorazione è stata incontrare questa estate una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese, Katherine Mansfield in "Tutti i Racconti". Una incredibile arte evocativa unita ad una scrittura luminosa, la Mansfield percepisce la degradazione e i subbugli interiori della classe borghese non più scura e protetta al momento dell'uscita dall'età vittoriana.
Le inevitabili trasformazioni sociali apportate dalle guerre vengono osservate al microscopio nelle saghe famigliari di Irène Némirovsky ne "I Doni della Vita" ed Elizabeth Jane Howard nel romanzo "Allontanarsi". Nel primo romanzo la famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari in un piccolo villaggio del Nord della Francia si ritrovano coinvolti nei tragici eventi storici dal 1900 arrivando al 1940, tra matrimoni, morti e nascite mentre in "Allontanarsi" la famiglia dei Cazalet, ricchi commercianti di legname, affrontano in Inghilterra le ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale in un momento instabile ed incerto.
Più che la Seconda Guerra Mondiale "Ognuno Muore Solo" dello scrittore tedesco Hans Fallada (reputata personalmente come la migliore lettura dell'anno), sdogana il mito del popolo tedesco forte e benestante durante l'era del nazismo rivelandone una realtà che proprio come quella ebraica, non era immune da paure e morte. Primo Levi lo definì "il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo".
In "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi "Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez vengono proposte delle trame commuoventi e coinvolgenti; la prima sull'amicizia, la seconda sull'amore, ma ambedue contrastate dalla violenza della dittatura, dalla cecità e dalla ignoranza del tempo che arresta i sentimenti più puri e imbavaglia le parole.
La bella letteratura americana, a cui da qualche non so fare a meno già dal qualche anno, è stata esplorata storicamente e socialmente in "L'Età dell'Innocenza" , ancora della Wharton, alla fine dell'Ottocento nell'elitaria, alta classe borghese guidata dalle sue ridicole regole di morale e apparenza che continuano in  "Molti Matrimoni" di Sherwood Anderson, ambientato nei primi del Novecento con una chiara polemica ad una civiltà meccanizzata, votata all'industrialismo e alla repressione dei sentimenti. In "Benedizione" di Kent Haruf, tra i libri più letti dell'anno, si ritorna al paesaggio rurale americano, ad uno stile più silenzioso e minimalista ma non immune da denunce e ribellioni, come in questo caso, contro la guerra.
Il passaggio di ere, di miti, mondi, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi, già narrati da Edith Wharton, si ritrovano nella tragedia di William Shakespeare "Giulio Cesare" e ne "La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth (la recensione di quest'ultimo farà parte del nuovo anno, purtroppo per mancanza di tempo). Il crollo dei valori e dei principi della Repubblica romana, minati dalla guerra civile e dall'avvento dell'imperialismo, non sono così lontani dalle note descrittive della vena malinconica di Roth con la fine del grande impero asburgico attraverso la degradazione dell'animo umano fino ad arrivare alle disgrazie della Grande Guerra.

"Il ragazzo non disse nulla e quando vennero le giornate di piena estate e incominciò la mietitura dell'avena, il ragazzo se ne andò anche lui per i campi con la sua falce... Perché bisogna anche raccogliere quel che abbiamo seminato, e il ragazzo aveva seminato una buona semente." ("Ognuno Muore Solo", Hans Fallada)



Buon Anno Nuovo!




M.P.




lunedì 18 dicembre 2017

Più Libri Più Liberi alla Nuvola 2017 e l'incontro con Asli Erdoğan




Negli ultimi anni sembra che Roma (o almeno una parte di essa), abbia riaccaparrato il ruolo di centro culturale che le mancava da tempo.
Fra i pochi vanti di cui la città ha potuto godere davanti a tanti occhi puntati su di lei, ci sono stati questi cinque giorni dell'ormai consolidata fiera letteraria di Più Libri Più Liberi, promossa dall'associazione AIE e che da anni promuove la piccola e media editoria italiana, arrivata alla sua sedicesima edizione.
Il vecchio Palazzo dei Congressi non è più la sua locazione ufficiale e, per la verità, penso che nessuno possa rimpiangerlo o preferirlo al nuovo sito della Roma Convention Center o più comunemente denominato dai romani "la Nuvola" realizzato dai coniugi architetti Fuksas.
Un palazzone di vetro di architettura avveniristico, costato milioni e milioni di euro al quale si sono aggiunti rinvii, aspre critiche sulla costruzione nonché sull'estetica stessa, inaugurato nell'ottobre 2016 come nuovo centro congressi della capitale più spazioso e moderno.
La nota manifestazione ne ha giovato con un aumento delle case editrici, portate ad oltre cinquecento, un maggior numero di incontri con gli autori ed intellettuali e appuntamenti per le più svariate tematiche.Il lungo ponte dell'Immacolata non ha deluso le aspettative.
La mattina dell'otto il colpo d'occhio è stato tutto per questa titanica struttura stanziata nel bel quartiere dell'EUR che non smette mai di sorprendere per le sue inusuali prospettive.
L'ingresso al sito è presto diventato affollato come quello di uno stadio durante un'importante partita e purtroppo abbastanza caotico a causa della disorganizzazione delle tipologie dei vari biglietti acquistati (questa volta anche on-line) e una lunga e sommaria perquisizione da parte degli agenti addetti.
Dal primo piano, con la presenza di alcuni chioschi e guardarobieria, si accede al salone degli stand.
Diversamente dalla confusionaria sistemazione al Palazzo dei Congressi, la nuova forma a serpentina dei banchi ha dato più ordine e visibilità a tutte le case editrici.
Venendo a queste, sono stata fortunata nell'essere entrata in un momento di calma, e con più consapevolezza e raziocinio rispetto alla passata edizione dove sembravo più una novellina, mi sono inoltrata con tanta gioia fra gli spazi.
Non intendo descrivere nel particolare i molti editori partecipanti;  tutti comunque con i loro banchi colorati e briosi, ricchi di novità, cataloghi, autori più o meno conosciuti, giornalisti e quelli che facevano da padroni alla fiera come Sellerio, Fazi, Iperborea, Minimum Fax, forse un dubbio (già avuto lo scorso anno) di una più calorosa accoglienza riservata nelle ore di maggior afflusso, giustificabile assolutamente, ma comunque un poco deludente.
Alcuni hanno applicato anche dei piccoli sconti e c'è da sottolineare la coraggiosa decisione della Giulio Perrone Editore di scalare i prezzi dei libri del cinquanta per cento.
All'uscita laterale della sale si apre un grande spazio dove poter ammirare sopra le nostre testa la Nuvola, una grande struttura bianca tutta rivestita di vetro, e salendo quella che viene detta la scala mobile più lunga d'Europa, si arriva la secondo piano, con ulteriori stand, e prendendone un'altra centrale si entra direttamente dentro la Nuvola.
È qui che le persone più si assembravano, sostando un poco per ammirare l'interno, facendo fotografie lungo tutto il percorso mentre la calca diveniva maggiore.


Interno della Nuvola

Una grande sala ospitava quello che per tutti era l'appuntamento più notevole e per la manifestazione la sua punta di diamante: l'incontro con la scrittrice, attivista per i diritti umani e dissidente Asli Erdoğan.
Non conoscevo nulla della sua persona e per questo sono stata ragguagliata da mio cognato e di conseguenza ho cercato informazioni.
La Erdoğan riconosciuta oggi tra i più importanti scrittori turchi è stata imprigionata dopo il finto golpe del leader turco e rilasciata (eppure non ancora prosciolta) dopo numerose insistenze anche da parte dell'Italia a fine dello scorso anno.
Nell'intervista assistita dalla scrittrice Chiara Valerio (direttrice culturale di "Tempo di Libri" 2016) e del giornalista Pierluigi Battista, la Erdoğan ha aperto i suoi ricordi, aneddoti, raccontando della soppressione di qualsiasi forma di libertà e di pensiero che da anni vige sul territorio turco, inasprita ancor di più dopo il colpo di stato che ha portato soldati, civili e molti poeti ed intellettuali alla gogna, alle torture, non pochi alla morte.
La bella voce turca levatasi per secoli aggiungendo bellezza alla letteratura mondiale, si è spenta e con essa l'amore e i gesti quotidiani.
Perfino talune parole sono condannate, il passato, come il genocidio degli Armeni e dove due figure come Spinoza e Camus vengono scambiati come spie del PKK. Anche questo accade in un paese dove si è cancellata la cultura.
Ho apprezzato l'intervento di Battista nel dire che la Turchia, come nessun'altra nazione simile, dovrebbe far parte dell'Unione Europea.
Il dramma della prigionia, durata quattro mesi, è stato il passo più commuovente: le privazioni, perfino quelle più semplici, la sofferenza della relegazione e il momento della liberazione, quando ha chiesto a dei militari se fosse cambiata fisicamente e questi, rispondendole affermativamente e portandole uno specchio, si è messa a piangere.
In lei era avvenuta una profonda lacerazione, uno sdoppiamento tra la sopravvissuta e la vittima.
Avrebbero dovuto dare maggiore spazio alla scrittrice; non ho gradito le domande rivolte dalla Valerio, troppo specifiche e adatte ad un pubblico già preparato ai suoi scritti e per la verità, non ho apprezzato la stessa Valerio che tra l'altro si era resa protagonista di una alterata discussione con una giornalista/scrittrice del pubblico, rendendo il convegno non certo professionale e appropriato ad una levatura così importante.

Asli Erdoğan

Alla sua conclusione, la Erdoğan è rimasta per qualche minuto nella sala per le foto: io avevo il suo libro e attendevo di chiederle un autografo.
Stava così a pochi metri da me, eppure ripensando a tutto il dolore da lei provato, mi sono fatta piccola piccola ed ho rinunciato alla mia frivola vanità. Il mio fidanzato mi ha fatto notare di aver mancato, con la mia timidezza, ad un appuntamento con la storia. È vero. Ma quel che rimarrà sono le sue parole.

Spero che i bei risultati di quest'anno raggiunti dalla manifestazione, diano un più grande impulso culturale a Roma. Che nelle classifiche in questo settore non stia sempre dietro alle città di Torino o Milano. Perché se nella Capitale abbiamo altre principali urgenze, questa non può comunque esimersi dal suo enorme patrimonio che possiede e che deve essere valorizzato.


M.P.





mercoledì 13 dicembre 2017

"L'Età dell'Innocenza" di Edith Wharton


A quell'epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima strada, di un nuovo teatro dell'Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d'oro un po' logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l'avevano cara perché, piccola e scomoda com'era, non costituiva un richiamo per la gente nuova che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla.

"L'Età dell'Innocenza" (1993), Martin Scorsese

Era mancato poco che nel 1921 la Wharton non riuscisse a prendere il Pulitzer.
Ancora una volta era un uomo ad essere il favorito e la famosa scrittrice americana superò per un soffio il contendente maschile, così da divenire la prima donna della storia a vincerlo.
Alcuni dissero che non poteva essere altrimenti, perché quel romanzo che fece la sua fortuna e che spopolò nei primi Anni Ruggenti del Novecento, richiamava alla memoria degli americani un mondo o un modo di vivere che la Prima Guerra Mondiale aveva spazzato via per sempre tanto che di esso non era rimasto nessuna traccia nelle giovani generazioni.
"L'Età dell'Innocenza" è un romanzo senza tempo, uno di quelli che si rileggono più volte e che non conosce fine o noia.
Al momento della pubblicazione, nel 1920, Edith Wharton (1862-1937) era già una conosciuta ed amata scrittrice con alle spalle un'esistenza vissuta controcorrente e ribelle ai dettami della casta a cui apparteneva; coraggiosa nella penna come durante la guerra.
Forse, nemmeno si può adattare la parola "romanzo" a questo titolo visto più come un grande affresco ricco si simbologie, scenari oleografici, sottili dettagli metaforici celati in piccoli gesti, negli ampi abiti delle dame come nei fiori all'occhiello dei gentiluomini e negli ambienti dorati della ristretta alta società americana.
Nessun autore ha riportato in vita quel momento ottocentesco con tanta eleganza e sensibilità come la Wharton, ricreando quelle atmosfere borderline di seduzione e innocenza care a Madame de La Fayette come a Flaubert.
E questo capolavoro letterario si apre come attraverso un gioco emotivo della sua autrice, in bilico anche lei fra la condanna di un mondo tramontato e il suo rimpianto.
Questo è il secondo incontro con la Wharton, dopo la tiepida lettura di "Gli Sguardi della Luna" in estate. La seconda rilettura invece dell'"L'Età dell'Innocenza" (la prima avvenne anni prima), è stata determinata dalla bellissima recensione di Sara Antonelli, ascoltata sul portale di Rai Letteratura.
Le sue parole scelte con cura per rendere al meglio la trama del libro e il momento storico, mi hanno così convinto a riprendere in mano la lettura.


La vicenda si apre nel 1870, in America, coprendo un lasso di tempo di circa trentatré anni.
La New York di quell'epoca, pur glorificandosi del proprio status democratico e libero, aveva prodotto un modus vivendi nelle più alte sfere della società che si allineava nella sua etica ai sistemi elitari e conservatori della più stretta aristocrazia. 
Come espresso nel belllissimo incipit del libro, questa rindondate e vana classe era costituita da abbienti uomini la cui ricchezza, consolidata grazie alle fortune degli antichi avi, permetteva e faceva godere loro di un'immobilità fisica, spirituale e culturale tale da non volersi mischiare con i nuovi borghesi e con il modernismo che sembrava soffiare con sempre, maggiore costanza da oltreoceano.
Newland Archer giovane avvocato, modello perfetto di questo intricato ordine, sta per sposarsi con la più bella ragazza di New York, May Welland, fresca ma vuota, appartenente ad una delle famiglie più antiche del posto. L'unione portata avanti da anni dai rispettivi nucli familiari, viene improvvisamente disturbata dall'arrivo della cugina della promessa sposa Ellen Olenska.
Maritata ad un conte polacco la Olenska è fuggita da un'esistenza, seppur culturalmente brillante, offuscata dalla condotta disgraziata del coniuge; tornata in patria è mal sopportata dai parenti che vedono in lei non una vittima ma l'inizio di uno scandalo sociale, di un pericoloso rovesciamento dei dettami morali del sistema.
Newland si innamora di questa donna "diversa" dalle altre, che ha conosciuto la vita al di là di un ambiente refrattario e omertoso; riesce ad intravedere, attraverso lei, la realtà con la sua insicurezza ed impotenza sotto strati di cinismo e false innocenze.
Eppure, nonostante il vero e forte sentimento che lo lega ad Ellen è incapace ad uscir fuori da quel mondo protetto e sicuro e accentando il suo destino, rimane ultimo sopravvissuto di un'età in fase di decadenza.

Il concetto predominante per la Wharton è la rievocazione di un passato (di cui lei stessa aveva fatto parte) che l'America spinta prima dalla guerra poi dalla fascinazione del pensiero europeo, aveva dimenticato. Questo aveva portato similitudini con l'era vittoriana: una classe chiusa, dove più che l'individuo contava la solidarietà del gruppo, delle relazioni di sangue e dei rapporti coniugali, votata al culto dell'apparenza dove dispiaceri e sofferenze non si vivevano e nemmeno potevano essere menzionate. Una netta divisione tra l'universo maschile improntato nell'ozio, nel pettegolezzo e nell'ipocrisia mentre il corrispettivo femminile assicurato ad un'immagine eternamente ingenua e conservatrice del primordiale ruolo di sposa e madre.

Edith Wharton

La scrittrice tratteggia con maestria ripetute visioni di rituali di nozze, annuali balli nel grande salone dei Beaufort, oggetti che hanno una relaziona significativi con i vari personaggi, le eleganti cene che non dovevano iniziare troppo tardi, gli abiti che acquistati venivano messi da parte per due anni perché era sconveniente vestire all'ultima moda... E due protagonisti che vivendo la loro passione escono fuori dal collettivo e per questo vengono puniti.
La parte più nobile è affidata a Madame Olenska, l'unico personaggio vivo del romanzo, che si arrischia ad una vita indipendente, libera dalle suggestioni e da un'età che è definita dell'innocenza perché non è matura, non può essere reale.
Mi ha stupito il modo di raccontare tutto questo della Wharton, come se biasimasse e al tempo stesso giustificasse questo mondo che non diede spazio al trasporto dei sentimenti, alla ricerca dell'individualità umana.  Nelle ultime pagine il rancore anzi svanisce per far posto alla nostalgia di un tempo trascorso in fretta.
Questa dicotomia così misteriosa e bizzarra accompagnò molti dei suoi romanzi e parallelamente la vita, tanto che anni dopo la sua morte, il personaggio di Edith Wharton aleggiò tra i critici o come una scrittrice ottocentesca o come la precorritrice del romanzo del XX secolo.
Io preferisco pensare che fosse a conoscenza dei vari cambiamenti di epoche che ineluttabilmente portano via con sé mondi, uomini e valori, per ricostruirne altri a cui noi non sempre è dato da comprendere.


M.P.







Libro:

"L'Età dell'Innocenza", E. Wharton, Tea Due



mercoledì 29 novembre 2017

I notturni di John Atkinson Grimshaw


Con la fine di novembre e l'arrivo di dicembre, il paesaggio urbano cambia notevolmente il suo aspetto. Non ci sono più i caldi raggi di settembre che come riflettori scenografici seguono il nostro cammino e invogliano la nostra mente ai buoni propositi per affrontare la stagione più faticosa né i bei colori di ottobre che con le loro sfumature dipingono come quadri squarci di mondo.
Si assiste ad un cambiamento radicale con forti venti, piogge consistenti, panorami lunari con alberi spogli e secchi, poca vegetazione e di notte, soprattutto, l'oscurità con la debole luce della luna rende il tutto misterioso e distante.
Proprio in questa conversione che precede il periodo delle nevi o delle gelate che mi ritrovo in affinità con i visionari dipinti del pittore inglese John Atkinson Grimshaw (1836-1893), un artista autodidatta che nell'era vittoriana ha saputo magistralmente realizzare nelle sue opere, atmosfere ricche di realismo e insieme di suggestioni, mistero e romanticismo; un connubio di ciò che guardiamo fuori e dentro di noi.



Si conosce poco della vita di Grimshaw; questo è dovuto al fatto che mentre gli artisti coevi hanno lasciato testimonianze e lettere, del pittore inglese non abbiamo nulla. Gran parte delle sue opere sono inoltre possedute da collezionisti privati e del loro passaggio da questo a quest'altro collezionista  non ci è dato sapere.
La parabola di John Atkinson Grimshaw fu però breve: nato a Leeds presso una famiglia battista, nel 1861 abbandonò il lavoro da impiegato presso le ferrovie per dedicarsi alla pittura e non seguendo nessun maestro e nessuna scuola, si aiutò attraverso la fotografia.
Un anno dopo partecipò ad una prima mostra con lavori semplici come nature morte, addentrandosi nel fairy painting, allora in voga, in ritratti di donne affascinanti, ma il suo stile divenne riconoscibile e ricercato soprattutto nel nord dell'Inghilterra attraverso la rappresentazione di scenari urbani moderni. Pur accostandosi di volta in volta nel corso della sua carriera, prima ai Preraffaelliti, poi Whistler infine a Tissot, Grimshaw restò sempre il pittore della poetica luce lunare, delle atmosfere vaghe, delle strade umide e buie.
Durante il British Empire la nazione godette di un influente incremento demografico con la conseguente fuga dalla terra e lo sviluppo dell'urbanesimo. Grimshaw attratto dal centro urbano, ritrasse questo mondo contemporaneo in crescita, nelle sue vedute al chiaro di luna di Leeds, Liverpool, Glasgow, non arrivando comunque (o non volendo arrivare) agli aspetti più lugubri e ambigui nascosti dietro a quel buio. Il suo lavoro era una celebrazione del progresso industriale equivalente a quei cambiamenti sociali descritti nelle opere di Dickens e della Gaskell.
Ed ecco che dai suoi dipinti si ergevano tra il crepuscolo o la notte più fonda case solitarie, vetrine luminose, luci a gas (sviluppatesi proprio all'epoca), pozzanghere, qualche figura solitaria in cammino o statica nella contemplazione del paesaggio, sentieri nebbiosi e bagnati.

"On Hampstead Hill" (1881) è considerato il capolavoro del pittore inglese che realizzava le sue opere per committenti soprattutto della media borghesia.
Grimshaw raffigura una delle strade più ricche e benestanti di Londra nel preciso istante del passaggio dal crepuscolo alla notte. La fioca luce della luna, circondata da massi di nuvole, rischiara, insieme ai lampioni a gas, il cammino di alcuni ultimi ritardatari: una carrozza e due figure assorte.
La maestria è evidente nel modo in cui egli riesce a catturare una quantità di diverse sfumature della luce, estremamente realistica.

"On Hampstead Hill"

Omaggio alla Gran Bretagna per l' espansione nel commercio è "Salthhouse Dock Liverpool".
Questo particolare porto della settentrionale città inglese costruito nella prima metà del Settecento per il commercio nel sale, divenne di grande importanza nella metà dell'Ottocento per le navi che al momento di fermarsi potevano caricare e scaricare le merci direttamente dai grandi magazzini. Gli affari riguardavano per lo più gli scambi con la Cina e le Indie Orientali.
Ebbene Grimshaw riporta sulla tela l'immagine del celebre porto in una serata offuscata. I nostri occhi si muovono nell'immagine appannata per cercare di definire le ultime incombenze di una giornata di lavoro volta alla conclusione. Tre carrozze transitano lungo la strada umida mentre gente ben vestita si attarda nell'ultima passeggiata; le vetrine dei negozi e  i lampioni ancora accesi rimandano agli ultimi affari serali, prima che sul porto possa calare definitivamente il buio.

"Salthhouse Dock Liverpool"

Nel 1879 diede vita ad un lavoro la cui rappresentazione prendeva spunto da un fatto di cronaca avvenuto a Scarborough: nel suo "In Peril" il pittore realizzò un'ambientazione portuale al chiaro di luna; questa volta non romantico né sognante ma drammatico.
Un incendio è scoppiato presso una stazione balneare, alcune persone accorrono verso il posto, altri sulla sinistra si sporgono dal muro per essere partecipi del fatto; Grimshaw coglie proprio il momento della deflagrazione in una notte tempestosa e dal mare agitato come si vede dalla grande onda in fondo a destra. In questa scena così ricca di effetti, il pittore riesce con drammatica maestria a catturare ed accostare la luce lunare con il bagliore del fuoco e i loro riflessi sulla strada.

"In Peril"


Scarborough, la località turistica della contea del North Yorkshire dove per molti anni visse il pittore con la famiglia, era una delle mete più ambite dei più ricchi fedeli della regina Vittoria, grazie alle sue acque termali che nel corso degli anni aggiunse numerosi edifici di villeggiatura, centri benessere e sale da concerto. Nel 1876 proprio la sala da concerto subì un grave incendio.
"Reflection on the Thames, Wstminster" (1880) è stato selezionato in questa panoramica per il semplice fatto di essere il mio preferito. Questa scelta seppur semplicistica è  stata dettata anche dai tanti motivi che di Grimshaw qui si ripetono in un'armonia affascinante e oltre tutto poetica: la luce lunare, Londra, il fiume e la figura in primo piano.

"Reflection on the Thames, Wstminster"

Sembra quasi che la stessa donna del quadro e lo spettatore coincidano. Questa guardando dal parapetto una Londra immersa al chiaro di luna, è in contemplazione, assorta forse dalla bellezza creatasi o forse anche da un pensiero sorto nello stesso momento. Dietro di lei appaiono altri personaggi, soprattutto donne, a rammentarci che nonostante l'ora tarda la vita scorre ugualmente.
Si notano gli edifici simbolo della città, l'abbazia di Westminster  e il Big Ben.
La luce della luna si riflette nelle calme acque del Tamigi dandone una rappresentazione evanescente.
Diversa è l'ambientazione dei seguenti dipinti. Grimshaw non adoperò esclusivamente soggetti pertinenti alle grandi vie cittadine, affollate e al passo con i tempi: come è da esempio "A Golden Beam".

"A Golden Beam"

 La scena si apre su una strada suburbana, forse nemmeno molto frequentata, dove una graziosa figura femminile la percorre in un pomeriggio autunnale colorato dal tiepido colore rosso delle foglie sparse sul selciato, dei riflessi del cielo e dell'oro che si intravede in fondo alla via. Nella parte destra, nascosta dai rami quasi spogli degli alberi, si nota una tipica villa vittoriana che ci ricorda ancora una volta il realismo dell'opera, pur in una visione tipicamente nostalgica e quasi sognante.

"The Lovers" 

Un paesaggio ancora più solitario in "The Lovers" accoglie l'intimità di due figure indistinte colte nel momento di una passeggiata serale. Il cielo offuscato, la strada bagnata d'oro con la riproposizione di una casa appena celata dalla sera e dalle file degli alberi, l'attenzione al dettaglio ne danno un'immagine romantica ed enigmatica, lontana eppur vicina al mondo vittoriano e certo piacque ai mecenati d'epoca che potevano riconoscersi in quelle vaghe apparenze.





M.P.

venerdì 17 novembre 2017

"Giulio Cesare" di William Shakespeare


C'è una marea
Nelle cose degli uomini, che presa
Quand'è alta, conduce alla fortuna;
Perduta questa, tutto il viaggio della vita
È confinato in secche e sventure.
Su tale mare in piena adesso galleggiamo,
E dobbiamo prendere la corrente quando serve
Oppure perdere il carico. (Bruto a Cassio, atto IV scena III)




La passione e la curiosità per il mondo romano sono sempre state maggiori, per me, rispetto al pur nobile passato greco, dove dono nati quelle prime sfumature di democrazia e libertà; molto ha provveduto la mia nascita romana.
Alcuni studiosi, dalla fervida immaginazione, hanno voluto accostare allegoricamente la civiltà romana ad un'alba mentre quella greca ad un tramonto e la corrispettiva preferenza di un mondo rispetto ad un altro dichiarano chiaramente la diversa sensibilità del soggetto appassionato: più positiva nella prima ipotesi, malinconica nella seconda.
Ma lasciando perdere queste simpatiche disquisizioni, c'è un momento della storia romana in particolare che critici, studiosi e studenti hanno con tutta la gravità del caso, affrontato per la particolare importanza nel percorso evolutivo dell'uomo: il passaggio dalla Repubblica all'Impero e addentrandoci ancora meglio, raffigurando questi due sistemi alle emblematiche persone di Bruto e Giulio Cesare.
Un po' tutti noi, chi più chi meno, ha parteggiato negli anni scolastici per il personaggio immortale di Giulio Cesare, denigrando di conseguenza il traditore, l'assassino Bruto.
Anche nella "Divina Commedia" Bruto non fa certo una bella figura, condannato da Dante all'Inferno come traditore del suo benefattore Giulio Cesare, ma ultimamente non sono pochi i critici che hanno voluto "riconsiderare" da un altro punto di vista la personalità di Bruto.
Forse, primo fra tutti esplicitamente William Shakespeare (1564-1616) che ha fatto del suo Bruto un personaggio gentile, amato per il suo onore anche dai nemici e ultimo conservatore e portavoce degli antichi ideali romani repubblicani di libertà ed individualità e quindi nella sua iconografia sacrificatore e sacrificato.


Il "Giulio Cesare" venne composto nel 1599, se non il primo, fra le prime opere a essere rappresentata nel nuovo "Globe Theatre" di Londra costruito un anno prima. Prendendo ispirazione da "Le Vite Parallele" di Plutarco, si tratta di una composizione non fra le più eccelse di Shakespeare come il seguente "Amleto" e nemmeno come le altre tragedie o drammi futuri, eppure significativa per la sua atmosfera allusiva a passaggi di ere, di miti che crollano, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi. Rievocando la storia romana, Shakespeare non faceva altro che accennare alla grave instabilità politica nell'Inghilterra elisabettiana, con le sue incertezze e lotte per il potere.
Nonostante il titolo porti direttamente al celebre console e dittatore romano, non è lui il vero protagonista della tragedia che non invero non vediamo più già dal terzo atto, ma il filius Marco Giunio Bruto, la cui ultima vicenda personale diventa il fulcro del libro. Come il principe danese, Bruto presenta le sue stesse istanze ma la sua risolutezza, il suo inseguire un ideale già tramontato e virtù non più richieste, lo rendono a differenza di Amleto, più umano.

L'opera si apre sulla strada di una Roma repubblicana, dove una moltitudine di persone aspetta i festeggiamenti per il ritorno di Giulio Cesare vittorioso in Egitto sui figli di Pompeo, come anni prima attendeva le vittorie di quest'ultimo.
Ma sull'Urbe aleggia un possibile rovesciamento di governo, dato dallo strapotere del sempre trionfante Cesare, nonostante egli abbia per tre volte rifiutato (seppur con riluttanza) la corono di Roma durante la festa dei Lupercali.
Si costituisce quindi, nella migliore classe della città, una fronda di giovani uomini intenzionati a fermare il dominio incontrastato del dittatore con a capo Cassio e Bruto.
Il nobile Bruto pur amando sinceramente Cesare, teme la sua ambizione; teme la soppressione di ogni libertà e giustizia, il crollo degli ideali della Repubblica romana, delle sue virtù, e amando più di ogni altra cosa Roma, la libertà e la virtù, su istigazione anche di Cassio che lo sprona all'azione e non ad aspettare il corso degli eventi, si decide ad uccidere non l'uomo ma il tiranno.
Malgrado gli avvisi degli indovini di stare lontano dalle idi di Marzo, il sogno premonitore di Calpurnia, Cesare va incontro alla sua morte. I cospiratori fanno in tempo a chiarire al popolo il dovuto omicidio dell'illustre Cesare per il bene di Roma ma Marco Antonio con un formidabile monologo, sottilmente accusatorio, riesce a sobillare il popolo contro i Cesaricidi che sono costretti alla fuga.

Marlon Brando è Marc'Antonio
in "Giulio Cesare" 1953

Roma si prepara alla guerra civile, da un lato Cassio e Bruto, dall'altro Marco Antonio e il giovane Ottaviano, erede di Cesare, venuto a legittimare il suo posto.
Nell'atto IV scena III negli accampamenti dei Cesaricidi, Bruto nel dormiveglia vede il fantasma Giulio Cesare che gli avverte della sua futura disfatta.
A Filippi la vittoria sembra andare alla fazione di Bruto eppure per una serie di coincidenze fatali, Cassio pensando di essere sconfitto si uccide. Bruto pur vincendo Ottaviano, viene accerchiato da Antonio e abbandonando ogni speranza, prima di uccidersi, con un commuovente saluto, lascia i suoi amici con grande dignità, pronosticando il futuro conflitto tra i due vincitori.

Addio a te; e a te; e a te Valerio.
Stratone, hai dormito tutto il tempo:
Addio anche a te, Stratone. Concittadini,
Il mio cuore gioisce perché in tutta la vita
Non ho trovato uomo che non mi fosse fedele.
Avrò più gloria io in questo giorno di sconfitta
Di quella che Ottaviano e Marc'Antonio
Otterranno con questa vile vittoria.
Addio, allora, perché la lingua di Bruto
Ha quasi finito la storia della sua vita.
La notte mi cade sugli occhi, le mie ossa
Vogliono riposare. Hanno faticato 
Per raggiungere quest'ora. (Bruto, Atto V, scena V)

Ottaviano e Antonio seppelliranno con grandi onori "il più nobile tra tutti i romani".

È tangibile la simpatia che Shakespeare ha per Bruto. In un mondo confuso dove non ci sono certezze, né valori, non ci sono modelli, perché non può esserlo Giulio Cesare descritto già come un anziano, non può esserlo Marco Antonio, lussurioso e vile e né Cassio, avido e istigatore (un novello Iago).
L'unico che si staglia dal caos è Bruto: lo vediamo nella sua interezza ed umanità, nell'amore per la moglie Portia, nella fratellanza genuina verso Cassio e i suoi soldati, nel perdono, nobile, gentile, dolce. Egli incarna l'uomo libero dalle corruzioni, dalle dittature e se non è un eroe, porta comunque sulle proprie spalle il peso delle sue virtù come delle colpe; non esistono destini o dei a muovere le fila degli eventi.
E perché non andare più lontano, perché non vedere in Bruto l'uomo moderno del Rinascimento (in fondo siamo alla fine dell'epoca di Elisabetta I), l'intellettuale con la sua lungimiranza e per questo motivo solo?
Quest'opera ci dona ad una riflessione in più sui tragici eventi del passato e degli uomini che vi sono stati travolti.

Gli uomini talvolta sono padroni del loro destino; la colpa, Bruto, non è nelle nostre stelle ma in noi.



M.P.





Libro:

"Giulio Cesare", W. Shakespeare, Feltrinelli