mercoledì 7 febbraio 2018

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" di Paolo Di Paolo


A volte, da un romanzo, riporti anche solo una frase. Un'intuizione. Una cosa che ignoravi.
A volte, anche solo una visione o un gesto.
Altre volte, una storia che assomiglia alla tua.



Purtroppo conoscevo Paolo Di Paolo solo di notorietà. E dire che ha sempre orbitato in zone di Roma che frequento spesso. Ho mancato a molti dei suoi appuntamenti, anche limitrofi, solo per avere questo tremendo difetto di diffidenza nei confronti di scrittori viventi.
Paolo Di Paolo è un fiorente scrittore romano scoperto e sostenuto da Dacia Mariani e con la collaborazione di autori di importante calibro si è affermato nel panorama letterario; Nel 2013 è stato tra i finalisti del Premio Strega.
L'ultimo libro "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" pubblicato sul finire del 2016 e presentato alla manifestazione letteraria di Più Libri Più Liberi, è un'antologia di ventisette romanzi (più tanti altri brevemente citati) recensiti quasi seguendo l'uso abituale di un romanzo, un lungo racconto.
Per caso mi sono trovata davanti questo suo libro, passato fra altre mani e altri occhi e mi ha catturato, in questa fortuita circostanza, l'idea di tale libro-contenitore di romanzi, storie, selezionate non per l'altezza della loro fama o del riscontro favorevole su generazioni di lettori, ma per "affezione" dello scrittore-lettore.
Perché non è detto che libri di riconosciuta autorevolezza rientrino obbligatoriamente in quelli che più sentiamo nostri, che più ci hanno trascinato sentimentalmente.
In questo esperimento lo scrittore (ri)diventa lettore, ripassa la sua vita nella sua vita letteraria, dedicando per ogni opera un proprio passo, un concetto, una visuale somigliante o no alla sua.
Dedicato ad una signora realmente esistita che ha iniziato l'autore verso l'amore per i libri (come potremo scordare chi per primo ci ha portato per mano in questa avventura?) e dedicato nel particolare ai lettori forti, a chi perpetua con invariabile costanza, in ogni ritaglio di spazio la lettura (ma non è detto che anche altri non potrebbero approcciarsi), il saggio si inoltra nelle tante sfaccettature della letteratura che diventano le altrettante dell'uomo: se nella lettura è vero che si ricerca una certa evasione da tutto ciò che ci circonda, è ancor più vero che in essa noi (ri)troviamo una realtà più vicina alla nostra, che è stata, che poteva essere, perché arricchendoci delle storie, dei personaggi che si incontrano, si riflettono in noi le nostre stesse aspirazioni, sogni e delusioni o ciò che non abbiamo mai provato.
Chi non vorrebbe qualche volta "cancellare il lunedì" e poter allungare ancora di qualche ora le giornate spensierate proprio come Tom Sawer? Chi è riuscito a passare indenne l'adolescenza senza troppi turbamenti o ribellioni che torturavano invece l'animo di Holden Caulfield?
Probabilmente c'è stato nel passato un ragazzo che si è ritrovato nascosto nella sua cameretta a leggere i più che intimi monologhi di Portnoy, arrossendo ogniqualvolta gli venisse rivolta una domanda inquisitoria...
L'opera di Di Paolo è un caleidoscopio di sentimenti, situazioni, riflessioni letterarie che sarebbe troppo noioso e lungo descriverle tutte, quindi mi limiterò a scrivere solo alcune che mi hanno colpito.


Come Frédéric Moreau de "L'Educazione Sentimentale" di Flaubert ( da me apprezzato maggiormente della "Bovary"), giovane ardimentoso e di grande prospettive, vede sfumare l'occasione a cui ha sempre ambito perché in quell'attimo si ritrova distratto dal pensiero dell'amata.  Ma d'altronde una questione privata può avere la meglio su qualsiasi cosa succeda nel mondo; ogni orrore, guerra, viene dimenticata  quando in quel momento c'è qualcosa che ci strugge di più, come lo sa bene il partigiano Milton di Fenoglio. O Papà Goriot (di Balzac) che privandosi di qualunque cosa per amore delle figlie, muore infine solo e abbandonato da esse. Come muore lo stesso Padre di Cormac McCarthy nel romanzo "La Strada" preservando la vita al Figlio.
E anche se la morte alla fine dovesse arrivare inaspettatamente, noi riusciremo a capire per cosa siamo nati come Ivan Il'ic e che si dovrebbe vivere per amore e solidarietà verso il prossimo come dice Camus ne "La Peste".

Devo dire che non mi sono ritrovata in tutti i ragionamenti dell'autore sui ventisette romanzi scelti, ma la lettura è un affare anche soggettivo. Ho apprezzato invece l'umiltà di Paolo di Paolo nel porsi questa volta non nelle vesti a lui solite, bensì nel lettore. Si fa un gran parlare, oggi, di scrittori che ammettono di aver letto pochi libri nella loro esistenza, il che non è condannabile certamente, eppure ho rintracciato in questo caso la perfetta riprova della tesi di Eco sull'immortalità del lettore, che per un breve istante anche quest'ultimo e lo scrittore possono equipararsi, perché ciò che l'uomo per millenni ha sempre raccontato nella sua storia è prima di tutto la vita, vivere.
È vero che i libri non ci danno la soluzione su come viverla nel modo più congeniale o fortunato; non ci rendono né migliori né peggiori, né più colti o più belli, nondimeno senza di essi noi lettori ci sentiremmo degli altri; altri che non siamo noi.

Perché la letteratura ci racconta. La sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l'amore, le ambizioni, le illusioni - magari perdute; la voglia di andare lontano o di tornare a casa; la paura di invecchiare e tutte le paure, ma anche tutte le speranze.

M.P.





Libro:

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie", P. Di Paolo, Editori Laterza




giovedì 1 febbraio 2018

"L'Amore in un Clima Freddo" di Nancy Mitford


«No, ma la cosa che davvero mi incuriosisce sul debutto in Inghilterra è l'amore. Tutti hanno storie d'amore? È l'unico argomento di conversazione?
Fui costretta ad ammettere che era così.»
«Oh, accidenti. Ero sicura che lo avresti detto... Succedeva anche in India, naturalmente, ma credevo che magari in un clima freddo...[...]»




La prima volta che mi sono imbattuta nelle sorelle Mitford fu nell'estate di due anni fa, leggendo la biografia di Angela Lambert su Eva Braun.
Erano citate come le sei ragazze inglesi snob figlie di David Mitford, secondo barone di Redesdale, divenute celebri nella prima metà del XX secolo per le loro vite ricche di eleganza, gioventù, bellezza e insieme di pettegolezzi, scandali e un privato non proprio pulito: due di loro, Diana (la più bella) e Unity (la minore) abbracciarono senza riserve il nazismo e Hitler sempre in cerca di appoggi importanti, prima della guerra, diede loro un'importanza politica che certo non possedevano nella realtà; "anche se antica [la famiglia Mitford] apparteneva più alla nobiltà di campagna che all'aristocrazia, con tenute nel Northumberland, nell'Oxfordshire e nel Gloucestershire".
Oggi chiameremo le Mitford come delle influencer, delle socialité fresche e spigliate, ambiziose di conquistare il mondo, di affascinarlo e sconvolgerlo con le loro esistenze. E così doveva essere allora.
Dopo la Grande Guerra, l'Inghilterra pur uscitane vincitrice, dovette attraversare un periodo, non breve, di incertezza economica e politica che non risparmiò nemmeno le grandi famiglie aristocratiche. Serpeggiò un clima di risentimento ed insoddisfazione (conciso con l'età del jazz) soprattutto fra i figli e le figlie più giovani del bel mondo patrizio e alto-borghese, di tutta una generazione che non aveva assistito agli orrori del conflitto.
Soprannominati come il gruppo di "Bright Young Things", questi giovani si distinguevano per i loro eccessi e per una vita trascorsa unicamente in uno sfrenato edonismo.
Questa società esclusiva venne immortalata nelle prime fotografie di Cecil Beaton (1904-1980), futuro sceneggiatore e partecipante anch'egli del gruppo insieme alle Mitford ed altri personaggi divenuti in seguito famosi.
Nancy Mitford (1904-1973) la maggiore e la più promettente delle sorelle in campo letterario, rievocò questo mondo frivolo e legato ai beni immobili, in una trilogia: "Inseguendo l'Amore" (1945), "L'Amore in un Clima Freddo" (1949), "Non Dirlo ad Alfred" (1960), di cui il più conosciuto è essenzialmente il secondo volume, non un capolavoro eppure fra i testi più letti e apprezzati in Inghilterra, per la prosa brillante e una narrazione piacevole ed arguta.


Ambientato nella campagna occidentale inglese fra le due guerre, la narratrice del romanzo, giovane debuttante dell'aristocrazia rurale, Fanny, fortunata spettatrice di vicende curiose e bizzarre di Hampton House, vasta proprietà terriera di una delle antiche famiglie dell'isola, Lord e Lady Montdore. Ritornati da un viaggio in India come rappresentanti della monarchia, organizzano il debutto "inglese" della loro unica figlia Polly, amica d'infanzia di Fanny.
I Montdore sono conservatori, incolti e tronfi del privilegio della loro posizione, dei legami con reali decaduti e più del denaro, della "visibilità" della loro ricchezza, fatta di gioielli e abiti, arredi e di una vita tendente all'eccesso. In particolare Lady Montdore ha spianato la strada al marito verso le più alte cariche mediante la sua rete di conoscenze e allevato la figlia negli agi, preservando la sua rara bellezza nella previsione di un matrimonio prestigioso.
Ma Polly bella come una dea eppure priva di immaginazione e apparentemente mancante di sentimento, rivela a Fanny di non essere adatta al matrimonio e di aver pensato che una volta tornata in Inghilterra, sarebbero cessati gli intrighi materni, visto il clima notoriamente rigido della nazione.
Fanny osserva il disfarsi e il riunirsi di questa famiglia non ancorata alla realtà ma ad obsoleti retaggi, sprovvista di buon senso, sopravvivere alla cieca tra maschere, sconsideratezze e misteri, incurante del bene o del male. Il libro si conclude come una fiaba, ma non gli stessi stereotipi.

Nancy Mitford foto di C. Beaton


"L'Amore in Clima Freddo" è essenzialmente un romanzo divertente e dissacrante, non corposo o formativo ma può rientrare fra quei libri di piacevole compagnia.
Ha una scorrevolezza narrativa fresca; non ricercata nelle noti descrittive la sua ricchezza si trova nella rappresentazione di un microcosmo affastellato di caricature più che di personaggi, portate all'esasperazione dalle loro perversioni, dal sesso. Non ci sono certezze, tutto è capovolto, imprevedibile, partendo dal modo di essere.
Fanny opera all'interno di questa elitaria classe, il ruolo di outsider, senza desiderare di entrare a farne parte ma nemmeno giudicandola o condannandola anche nei suoi aspetti negativi; la guarda con disincanto e bonomia nonostante tutto.
È difficile mettersi dalla parte della narratrice senza criticare questi personaggi grotteschi cadere così in basso nella dignità umana, se non ci fosse una spassosa ironia a salvarli, tenendo incollato il lettore per tutto il prosieguo della trama pur leggera.
Ma c'è anche altro nel sottosuolo del dileggio. C'è una società così racchiusa nel proprio confortevole ambiente e ottusa, incapace di mettere il naso fuori dal proprio egoismo, che non riesce ad intravedere la sua immagine specchiarsi nell'imminente fine; che dopo la Grande Guerra, questo è solamente un fatuo attimo, prima del dissolvimento definitivo.




M.P.







Libro:

"L'Amore in un Clima Freddo", N. Mitford, Adelphi


mercoledì 24 gennaio 2018

Ma esistono veramente i libri sopra-sottovalutati? Umile trattazione di un fenomeno sempre in voga




Quello dei libri sopra o sottovalutati è un argomento fra i più discussi dai lettori forti e non ; una domanda che ricorre spesso nei book social, nei forum, nei gruppi di lettura e se la domanda è sempre la stessa, molteplici sono le risposte e i sentimenti e le nature di ognuno, perché c'è chi si getta con foga nelle proprie opinioni e chi invita ad una pacata prudenza, chi chiama tutte le sue letture imprescindibili e chi sconsiglia la lettura di alcuni di questi.
Democraticamente chiunque può abbattersi contro un classico della letteratura e buttarlo senza indugio nel cestino della spazzatura o lanciarlo direttamente dalla finestra e al contempo osannare un'ultima pubblicazione o anche invertire le suddette azioni. Ma cosa sono i libri sopra o sottovalutati?
Se è lo stesso aggettivo ad indicarcelo, vorrei comunque sottolineare con una espressione più incisiva che sono tutti quei libri valutati più o meno di quanto effettivamente valgano.
Spero che nessuno me ne vorrà a male e che nessuno si sentirà preso in causa da questo post che è scritto in maniera umile e spensierata, perché non è un tema trattato negli ultimi venti o trent'anni ma in tutte le epoche c'è sempre stato un libro (o più) sopra-sottovalutato, si è sempre scritto o detto «Ecco, questo è il libro più sopra-sottovalutato della storia» e il fenomeno non ha solo riguardato i lettori o critici come si penserebbe, ma scrittori, case editrici ed eminenti fondazioni letterarie.
Nel 1850 Charlotte Brontë (1816-1855) dovette scrivere una prefazione a "Cime Tempestose" della sorella Emily per chiarire alcune critiche mosse verso questo romanzo, che erano sorte a causa della mancanza di familiarità dei lettori con l'autrice e il suo ambiente. Nonostante i buoni intenti, la prefazione non servì a molto, anzi non fece altro che relegare Emily Brontë (1818-1848) all'ombra della sorella per molto tempo.
Una sorte amara fu quella toccata a "Il Grande Gatsby"  di Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) che dopo il grande successo al momento della pubblicazione, passata però l'età del jazz, venne dimenticato dai più e sopravvalutato dalla nuova generazione di scrittori e lettori per la sua storia "troppo zoppicante".
Pur essendo stato il primo a cimentarsi nella scrittura Israel Joshua Singer (1893-1944), non conobbe mai la notorietà toccata invece al fratello Isaac Bashevis (1904-1991), premio Nobel per la letteratura 1978, considerato sopravvalutato per lo stile rispetto a quest'ultimo.
Non sono mai mancate le "denigrazioni" fra scrittori, celebri quelle di Gide su Proust (poi pentitosi) o Virginia Woolf (1882-1941) che scrisse dell'"Ulysses" di James Joyce (1882-1941) : "Genio non ne ha, direi, ma di una purezza inferiore. Il libro è prolisso. È torbido. È plebeo, non solo nel senso ovvio, ma nel senso letterario".
Nella primavera del 2012 Paulo Coelho in una intervista, parlando sempre dell'"Ulysses" lo definì quello che "ha causato male all'umanità", ritenendolo esclusivamente un esercizio di stile.
David Foster Wallace (1962-2008) non fu risparmiato dalle critiche dello scrittore di "American Psyco" Brett Easton Ellis dichiarato da questo "un impostore della letteratura". E si potrebbe andare avanti con Faletti su Kerouac, Dorfles su Baricco.
Ma tralasciando queste schermaglie fra scrittori, dettate a volte da un miscuglio di invidia e sana competizione, i libri più marcati dalla storia di sottovalutazione, sono stati scritti da donne.
Per secoli confinata come lettura d'evasione, leggera o per trascorrere un pigro pomeriggio, la letteratura fatta dalle donne è stata volutamente poco approfondita e studiata, tirata in ballo in un sottile gioco di sopra-sottovalutazione ed etichettata per questo a specificare il genere: letteratura femminile, come se la letteratura avesse bisogno di distinzioni.
Oggi questi testi sono ritornati alla ribalta e osservati da altri punti di vista, sono stati ristampati e godono di dignitosi successi, come le opere di Georgette Heyre (1902-1974), Shirley Jackson (1916-1965) o Daphne du Maurier (1907-1989).
Ma se è in corso per queste una possibile riabilitazione, si potrà mai perdonare l'Accademia Svedese che di recente ha rivelato di aver considerato nel 1961 sopravvalutati, all'epoca della loro popolarità, scrittori come Tolkien o Moravia, allontanandoli dal Nobel, il primo per la "sua prosa di seconda categoria" il secondo per una certa "forma di monotonia generale riscontrata nelle opere"?
D'altronde il confine tra la sopra e sottovalutazione è molto labile: un libro può passare dall'una all'altra categoria a seconda del momento storico o degli ideali o sogni di una generazione.
Così nel calderone dei libri sopravvalutati degli ultimi anni vi entrano: "Il Signore degli Anelli" perché benché osannato come pietra miliare del fantasy, il suo autore è considerato più un creativo che narratore, "Il Codice da Vinci" amato dalle masse ma criticato per gli elementi controversi e fonti non attendibili, "Cent'Anni di Solitudine" perché complesso e surreale come "Aspettando Godot" e "Moby Dick" ai quali si aggiunge "Don Chisciotte" e "Guerra e Pace" troppo lungo mentre in "Emma" della Austen non succede nulla per quattrocento pagine; Milan Kundera detiene il primato per essere sia sopra che sottovalutato.¹
Personalmente ho riscontrato che nemmeno Dacia Maraini può esimersi da queste riflessioni. Appena pubblico qualcosa che la riguarda, vengo inondata da critiche, sicuramente alcune accorte, ma non tutte, e che si uniscono anche a quelle del noto marito.
In passato io stessa ho sopravvalutato un romanzo molto popolare nei primi anni 2000, "Il Petalo Cremisi e il Bianco" dello scrittore olandese Michel Faber; eppure a distanza di qualche anno lo ricordo come un buon libro che ha saputo ricreare quell'atmosfera di turbamenti sessuali (solo in superficie repressi) della Londra vittoriana.
I best-seller, appunto, risultano quelli presi maggiormente in causa, confermando a volte i loro titoli nelle classifiche anche a distanza di tempo, altre volte scomparendo del tutto dopo un buon avvio: mi ricordo da ragazza casi letterari come le opere di Banana Yoshimoto o "La Solitudine dei Numeri Primi" o ancora "Storia di una Ladra di Libri".

"La Lettrice", F. Zandomeneghi

E quindi esistono veramente i libri sopra o sottovalutati? E nel caso bisogna credere alle classifiche, ai ricordi, ai book-social, ai blogger o ai giudizi di importanti critici?
Cosa ci spinge ad ammonire o prendere a benevolenza quell'oggetto millenario che è il libro?
Per la mia nulla opinione, esistono ed esisteranno sempre perché siamo una società in evoluzione e rispetto a secoli prima, abbiamo il diritto di ribellarci a sistemi e convenzioni assodate, ma non per moda o passaparola, bensì attraverso un pensiero approfondito e soprattutto nostro.
La maggior parte delle opere che chiamiamo sopravvalutate risultano (forse) non capite (forse) le capiremo o (forse) non le capiremo mai.
E mancato il tempo, è stato dato troppo tempo o non era adatto il momento. Si potrebbe ricorrere alla teoria delle "affinità elettive", in quanto crediamo di essere legati ad un tale libro per poi renderci conto di avere un'affinità maggiore con un altro. E quindi una questione puramente di feeling, o di approccio.
Comunque anche questa spiegazione può rientrare nelle argomentazioni traballanti, allora mi rifaccio ad una citazione sentita di William Somerset Maugham (1874-1965): "l'unica cosa importante in un libro è il significato che ha per te".
Quindi se in questi esistono tematiche su cui è impossibile chiudere gli occhi, è anche vero che il messaggio finale è diverso per ogni lettore (critico o blogger che sia).
Bisognerebbe ritornare a leggere più spontaneamente e liberamente, non restando ossessionati da mode o tam tam mediatici; leggere per conoscere, non fermarsi a galleggiare sulla superficie del libro ma avere il coraggio di inoltrarsi e soffermarsi nelle e fra le parole.
Sarebbe più bello e confortevole dare una seconda opportunità a noi e al libro, e se proprio questo non è riuscito a soddisfarci, si potrebbe condizionare una pace perché c'è stato l'impegno e l'impegno è un atto d'amore.



M.P.




¹ Ho preso queste informazioni da varie riviste letterarie italiane ed inglesi.

martedì 16 gennaio 2018

"Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" di Carla Marcone


Teresa provò pena per quella donna e pena per se stessa e per ogni donna. E rabbia, rabbiosa, per quel marchio che le decretava diverse fin dalla nascita. Un marchio invisibile che le condannava a vivere sempre in guardia, a proteggere da pericoli reali o immaginari, a difendersi dentro e contro un mondo di uomini; a impegnarsi il doppio per ottenere meno della metà. Ciò che per un uomo era una banalità, per una donna diventava un rischio e richiedeva strategie e prudenza, risultando spesso irrealizzabile. Un marchio che le condannava a combattere o a soccombere.




Ho scelto di aprire le letture del nuovo anno con questo piccolo libro di nemmeno centosessanta pagine: un romanzo storico, ma non di quelli che rammentano grandi avvenimenti, scenografie epocali in cui sono inseriti nella miseria e nella nobiltà i drammi esistenziali di protagonisti contrastati.
Questo è un romanzo intimo e familiare. Familiare perché si sofferma su un periodo particolare della storia italiana, conosciuto assai bene ma talvolta perfino negato o nascosto abilmente per non far sentir troppo il puzzo della vergogna, anche a distanza di secoli.
Così qui, tra la verità storica e l'immaginario, si staglia la figura di una donna realmente esistita in una Italia confusa e persa nel difficile passaggio dell'età borbonica alla costruzione morale e storica di una nazione.
Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri (1826-1903) fu una nobildonna napoletana, scrittrice e filantropa, dimenticata con troppa fretta insieme alle sue carte e alle sue opere da una storia a lungo legata ad un unico genere, quello maschile.
Nel 1880 venne da lei inaugurato il primo ospedale moderno ed attrezzato, volto al ricovero dei bambini ammalati, gli orfani e disadattati di Napoli, continuato ad essere in uso fino al 1975.


Pubblicato nel 2017 dalla scrittrice napoletana Carla Marcone, "Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" è il ritratto di immagini vivide e sfocate di una vita eccezionale, costretta dalla natura a crinoline e sottomissione ma votata ad un temperamento ribelle nei confronti di un culto della tradizione troppo stretto; Teresa Filangieri incarna su di sé quel progresso morale e culturale negato alle donne.
La seguiamo nel romanzo muoversi nella famiglia, nel matrimonio, nel breve ruolo di madre e conseguentemente a questo, nel folle ma caparbio coraggio di realizzare il sogno del primo ricovero nel sud Italia per bambini senza asilo.
Una donna scontratasi contro un muro di potere maschile, indifferenze, miserie, il cui alto rango non ha avvantaggiato la sua impresa, ma anzi che ha dovuto supportare il suo sesso in mancanza di mezzi disponibili all'universo femminile dell'epoca.
Fuori una Napoli uscita dal dominio borbonico, cerca disperatamente una annessione, non solo geografica, ad un'Italia dimentica delle offerte promesse, una Napoli che confonde il sacro e il profano, divisa tra cielo e terra, dove gli angeli muoiono e i diavoli si redimono, dove i profumi delle belle dame e la bellezza del mare si mescola per le strade al sangue e agli escrementi di uomini e bestie e un popolo lazzarone trascinato tra colpe e grazie.

"Pescatori sulla Spiaggia di Napoli" Elvira Raimondi

Il libro scritto molto bene, mi ha rimandato alla nostalgica letteratura delle autrici meridionali; il racconto sembra quasi un sussurro di voci olografiche venute dal passato o presenti, soffocate da desideri mai espressi, altre innalzate con rabbia e sentimento da una terra troppo calpestata, la cui storia sembra essere stata arrestata per sempre in quel punto: tra gli ultimi fasti dell'Ottocento e l'inizio di una unificazione mai raggiunta.
La Marcone ne mostra la povertà, l'arretratezza culturale e industriale di un ceto straccione, nomade eppure dignitoso e legato alla consanguineità della terra e degli intenti.
Ho condiviso il motivo della scrittura del romanzo che è stato quello di ridare vita ad una "donna che ha contribuito a rendere il mondo migliore": "[...] Tutto è stato trafugato, niente rimane di un sogno realizzato con fatica" perché quel luogo non è più un ospedale ma una sede amministrativa circondata da immondizia e sporco.
Negli ultimi tempi si sta riscrivendo un passato in cui le donne hanno il loro considerevole capitolo, tuttavia la strada verso il riconoscimento delle loro opere (e del debito che abbiamo con la nostra dimenticanza), è ancora lunga.
Forse verrà un giorno in cui si dedicheranno piazze, monumenti alle donne che con la loro vita hanno trasmesso lezioni di civiltà ai posteri; si leggeranno più libri e si osserveranno con più soddisfazione le loro creazioni, ma fino a quel giorno, ogni testimonianza, è una fonte preziosa da preservare per il futuro.




M.P.





Libro:

"Teresa Filangeri una duchessa contro un mondo di uomini", C. Marcone, Scrittura e Scritture

lunedì 8 gennaio 2018

"La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth


"Tutti i concerti di piazza - che avevano luogo sotto il balcone del signor capitano distrettuale - avevano inizio con la Marcia di Radetzky. Benché i membri della banda ne avessero una conoscenza tale da poterla suonare nel pieno della notte e del sonno senza ricevere indicazioni, il direttore riteneva necessario leggere ogni singola nota dello spartito."




Il 2018 è arrivato e colgo ancora l'occasione per augurare un buon anno a tutti i lettori del blog mentre mi appresto a recensire l'ultima lettura dell'anno passato che purtroppo non sono riuscita a completare prima, "La Marcia di Radetzky" di Roth.
Dopo la buona annata del 2017, il libro che lo ha concluso non mi ha lasciata molto entusiasta: ho trovato alcuni passi lenti, dovuti anche alle lunghe descrizioni e al repentino passaggio di un protagonista all'altro in modo discontinuo, e in alcuni momenti perfino noioso tanto da dover saltare (ahimè) qualche riga per non addormentarmi troppo. D'altro canto ho scorto dei brani encomiabili, soprattutto nel momento di dover trascrivere un concetto o un evento seguendo metafore o percezioni alludendo a sentimenti o azioni.
Questa strana dualità riscontrata, mi ha portata ad apprezzare nell'opera più i contenuti che la trama; meno gli uomini Trotta e più il suo messaggio finale, o meglio la morale perché tutto è narrato da Roth come una fiaba.
Joseph Roth (1894-1939) fu il più sensibile cantore della "finis Austriae" insieme a Stefan Zweig (1881-1942) e Ernst Lothar Müller (1890-1974), di quel momento storico e geografico del crollo del potente impero austro-ungarico e insieme nostalgico e spirituale per la sorte di milioni di popoli e di un mondo non sopravvissuto.
Joseph Roth fu un personaggio particolare. Austriaco ma nato in Galizia, portò dentro di sé la sua cultura ebraica e sostenitrice del regno asburgico e per questo la fine di quel mondo fu per lui una devastazione. Butterato dall'alcolismo e da alcune manie, Roth annegò le sue frustrazioni in un lento e disordinato declino fisico e interiore.
Il suo noto romanzo venne pubblicato nel 1932, un anno prima della dittatura hitleriana, e muove le sue basi all'interno del declino e della caduta dell'impero attraverso la storia di tre generazioni dell'immaginaria famiglia di origine slovena dei Trotta.
L'emblematico titolo ripreso dal brano musicale di Strauss, diventato il simbolo delle vittorie degli Asburgo dopo la vittoria a Custoza nel 1848, viene qui usato invece per schernire un tempo di glorie, fanfare, dorate armature, medaglie al valore che non esistono più, perché il romanzo si apre si con un gesto eroico ma nel bel mezzo della sconfitta degli austriaci a Solferino (la nostra II Guerra d'Indipendenza) nel 1859; il primo segnale di una imminente e lenta disfatta di un secolo in decadenza.


"La Marcia di Radetzky" racconta le alterne vicende di successo e di fallimenti di una famiglia di soldati e burocrati sloveni, dal loro zenit fino al nadir dell'impero austriaco e l'avvento della Grande Guerra. Joseph Trotta, sergente dell'esercito durante la battaglia nell'Italia settentrionale, salva la vita all'imperatore Francesco Giuseppe che concede al suo soldato una protezione eterna e il baronato del villaggio originario di Sipolje. Trotta diventa "l'eroe di Solferino", la pietra di paragone per i suoi cittadini e successori, ma la sua fede cieca e i suoi principi per l'imperatore vacillano a causa di un revisionismo storico. Il figlio Franz, capitano distrettuale di una provincia della Moravia, diviene anche lui il simbolo del potere ligio e onorevole di quell'epoca eppure già spettatore di un mondo presto in frantumi, attraverso la storia del triste e sensibile figlio Carl Joseph destinato alla carriera militare nelle zone del confine orientale.
Qui il tenente Carl Joseph rimane compromesso in una mondanità scellerata, fatta di promiscuità, giochi d'azzardo, duelli illegali, disonori pubblici, di quelle primi crepe visibili all'interno del grande imperial regio in attesa di una guerra salvificatrice che sarà altresì la sua tomba.

Stefan Zweig nell'opera "Il Mondo di Ieri" aveva scritto lo sfaldamento di questo vasto regno nel suo settore politico, sociale ed intellettuale; Roth lo fa con quello che per secoli era stato il vanto di questa terra, l'esercito, la forza maggiore che sosteneva insieme milioni di popoli diversissimi fra loro.
L'autore mostra la degradazione di una coralità umana e religiosa, dove uomini immobili e annoiati nei loro acquartieramenti, svuotati di qualsiasi ordine e valore morale nelle zone più estreme del confine, dove ha inizio l'avvicinarsi di un tramonto ineluttabile, connaturato in primis nell'animo di una generazione malata ed alienata che si fa carico di una precedente armonia che in realtà era solamente illusoria e chimerica.

J. Roth

La fine del mondo di ieri fu per il collega Zweig (togliendo il disastro della guerra), l'aprirsi di un'era moderna e libera, forse il momento storico più felice per lui; diverso fu per Roth e questo è da ricercarsi in un motivo ideologico: la caduta dell'impero coincideva con quello dello shtlet ebraico, da cui egli proveniva, con la conseguente fuga degli ebrei dall'Europa Centrale costretti ad emigrare verso Occidente, significava una nuova diaspora e la dispersione di tutta quella cultura ebraica mitteleuropea¹ ritrovatasi senza protezione ed ignara di quel che sarebbe avvenuto nemmeno vent'anni dopo.
Joseph Roth è da considerarsi degnamente fra i più grandi rievocatori di epoche passate e non stupisce il suo stile malinconico e poetico passare fra le macerie di un villaggio in rovina, fra le vergogne, il silenzio, armature arrugginite, azioni non più adatte alla commemorazione. Il mondo di ieri era rimasto per lui solo una fiaba da rammentare.


M.P.



¹ Tema approfondito anche dallo scrittore yiddish Israel Joshua Singer in "Da un Mondo che non c'è Più"





Libro:

"La Marcia di Radetzky", J. Roth, Newton Compton.

venerdì 29 dicembre 2017

Riepilogo Letterario: una buona annata




Il 2016 si avvia verso la sua conclusione e per questo, rispetto alle solite, vecchie riflessioni che si fanno in questo periodo, voglio cambiare rotta scrivendo l'ultimo post sul riepilogo di un anno di letture, non molte a dir la verità ma che hanno avuto un grande valore letterario per me.
È stato un anno di riconferme per certi autori, tematiche, tipologie di letteratura e riletture, scoperte, luoghi, tempi e mondi e di personaggi indelebili, la cui fine tragica o no che fosse, ricca di speranze propositive per il futuro o profetizzante il crollo definitivo di un'era, ho trovato difficile il momento di dover chiudere il libro tante volte.
Alcuni di questi romanzi meritano una un'altra possibilità, una seconda citazione e magari possono essere visti come consigli letterari per l'anno nuovo.

Le uniche biografie che comprendono questo anno sono purtroppo soltanto due. Seppur questo sia un genere letterario che amo molto, in questo anno il romanzo sembra aver avuto di gran lunga la meglio.
Si passa da "Il Palazzo della Solitudine", biografia della penultima imperatrice dell'Iran, Soraya, e degli ultimi splendori di una terra ricca di cultura, raffinatezze e al tempo stesso di guerre e contrasti terribili, attraverso un libro di memorie con riferimenti personali e storici in un arco temporale lungo quarantotto anni, all'opera memorialistica "Ho visto partire il tuo treno" dell'attrice-scrittrice Elsa de' Giorgi. Ripubblicata da poco per conto della Feltrinelli, è un lungo racconto sulla sua breve storia d'amore con Italo Calvino, del suo personaggio attraverso gli scritti e la sua personalità, ma non solo, è un recupero acuto e sensibile di un'epoca, della vita politica e sociale di una Italia uscita dal dopoguerra e delusa per quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori.
Rimanendo nella prima metà del Novecento, tra biografia e romanzo si apre "Di là dal fiume e tra gli alberi" dello scrittore americano Ernest Hemingway. Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
L'universo femminile contrastato da un ordine patriarcale seppur in epoche lontane fra di loro, è quello espresso da Virginia Woolf e Christa Wolf  nei rispettivi libri "La Signora Dalloway in Bond Street"  e "Cassandra". Il mondo delle loro protagoniste vissuto nei loro conflitti interiori, solitudini, aspirazioni soffocate in una società in cui non si riconoscono, sono fra gli aspetti più belli della letteratura del Novecento e similmente unito dalla tecnica del flusso di coscienza.
Il mondo ebraico è stata invece una neo scoperta degli ultimi due anni e portata avanti in quest'ultimo nelle letture di "La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer e "Il Commesso"  di Bernard Malamud. Pubblicati a quattordici anni di distanza, ambedue uniscono i temi della letteratura ebraica a quella più moderna americana, la sottile ironia, la cultura come scambio di conoscenza fra i popoli. Più che romanzi, hanno l'andamento metaforico di una Bibbia, profana, americana in cerca di un riscatto morale e nel caso di Singer un capolavoro che se fosse più conosciuto, metterebbe il suo autore allo stesso piano di Tolstoj e Balzac.
Due opere di scrittori inglesi che ho ampiamente apprezzato sono "Ragione e Sentimento" di Jane Austen "Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham. Se le protagoniste della Austen godono di una personalità e psicologia analizzata come mai prima di lei seguendo una visione più realistica e al tempo stesso più umana nelle virtù e nelle debolezze, lo stesso motivo vale per Maugham. In tutti e due esiste la stessa ironia con cui deridono i vuoti valori dei ceti emergenti del tempo, il culto di se stesso, del denaro ma se la Austen tutto è raccontato bonariamente, in Maugham c'è tutta la ribellione alle sicurezze di un'epoca.
L'esplorazione del mondo moderno è invece visto attraverso la penna di Lars Gustafsson in "La Ricetta del Dottor Wasser", ultimo romanzo dello scrittore svedese che con una trama originalissima ci mostra i tanti enigmi e incomprensioni del nostro tempo. Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
"Altezza Reale" di Thomas Mann è un lungo racconto simbolico ambientato nella Germania guglielmina in una cornice fiabesca e decadente come decadenti sono le atmosfere delle giornate pigre e delle folli notti consumate nell'ebrezza di facili passioni e nei sogni presto abbandonati di Edith Wharton ne "Gli Sguardi della Luna", grande ed originale successo del 1922.
Una folgorazione è stata incontrare questa estate una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese, Katherine Mansfield in "Tutti i Racconti". Una incredibile arte evocativa unita ad una scrittura luminosa, la Mansfield percepisce la degradazione e i subbugli interiori della classe borghese non più scura e protetta al momento dell'uscita dall'età vittoriana.
Le inevitabili trasformazioni sociali apportate dalle guerre vengono osservate al microscopio nelle saghe famigliari di Irène Némirovsky ne "I Doni della Vita" ed Elizabeth Jane Howard nel romanzo "Allontanarsi". Nel primo romanzo la famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari in un piccolo villaggio del Nord della Francia si ritrovano coinvolti nei tragici eventi storici dal 1900 arrivando al 1940, tra matrimoni, morti e nascite mentre in "Allontanarsi" la famiglia dei Cazalet, ricchi commercianti di legname, affrontano in Inghilterra le ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale in un momento instabile ed incerto.
Più che la Seconda Guerra Mondiale "Ognuno Muore Solo" dello scrittore tedesco Hans Fallada (reputata personalmente come la migliore lettura dell'anno), sdogana il mito del popolo tedesco forte e benestante durante l'era del nazismo rivelandone una realtà che proprio come quella ebraica, non era immune da paure e morte. Primo Levi lo definì "il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo".
In "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi "Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez vengono proposte delle trame commuoventi e coinvolgenti; la prima sull'amicizia, la seconda sull'amore, ma ambedue contrastate dalla violenza della dittatura, dalla cecità e dalla ignoranza del tempo che arresta i sentimenti più puri e imbavaglia le parole.
La bella letteratura americana, a cui da qualche non so fare a meno già dal qualche anno, è stata esplorata storicamente e socialmente in "L'Età dell'Innocenza" , ancora della Wharton, alla fine dell'Ottocento nell'elitaria, alta classe borghese guidata dalle sue ridicole regole di morale e apparenza che continuano in  "Molti Matrimoni" di Sherwood Anderson, ambientato nei primi del Novecento con una chiara polemica ad una civiltà meccanizzata, votata all'industrialismo e alla repressione dei sentimenti. In "Benedizione" di Kent Haruf, tra i libri più letti dell'anno, si ritorna al paesaggio rurale americano, ad uno stile più silenzioso e minimalista ma non immune da denunce e ribellioni, come in questo caso, contro la guerra.
Il passaggio di ere, di miti, mondi, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi, già narrati da Edith Wharton, si ritrovano nella tragedia di William Shakespeare "Giulio Cesare" e ne "La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth (la recensione di quest'ultimo farà parte del nuovo anno, purtroppo per mancanza di tempo). Il crollo dei valori e dei principi della Repubblica romana, minati dalla guerra civile e dall'avvento dell'imperialismo, non sono così lontani dalle note descrittive della vena malinconica di Roth con la fine del grande impero asburgico attraverso la degradazione dell'animo umano fino ad arrivare alle disgrazie della Grande Guerra.

"Il ragazzo non disse nulla e quando vennero le giornate di piena estate e incominciò la mietitura dell'avena, il ragazzo se ne andò anche lui per i campi con la sua falce... Perché bisogna anche raccogliere quel che abbiamo seminato, e il ragazzo aveva seminato una buona semente." ("Ognuno Muore Solo", Hans Fallada)



Buon Anno Nuovo!




M.P.




lunedì 18 dicembre 2017

Più Libri Più Liberi alla Nuvola 2017 e l'incontro con Asli Erdoğan




Negli ultimi anni sembra che Roma (o almeno una parte di essa), abbia riaccaparrato il ruolo di centro culturale che le mancava da tempo.
Fra i pochi vanti di cui la città ha potuto godere davanti a tanti occhi puntati su di lei, ci sono stati questi cinque giorni dell'ormai consolidata fiera letteraria di Più Libri Più Liberi, promossa dall'associazione AIE e che da anni promuove la piccola e media editoria italiana, arrivata alla sua sedicesima edizione.
Il vecchio Palazzo dei Congressi non è più la sua locazione ufficiale e, per la verità, penso che nessuno possa rimpiangerlo o preferirlo al nuovo sito della Roma Convention Center o più comunemente denominato dai romani "la Nuvola" realizzato dai coniugi architetti Fuksas.
Un palazzone di vetro di architettura avveniristico, costato milioni e milioni di euro al quale si sono aggiunti rinvii, aspre critiche sulla costruzione nonché sull'estetica stessa, inaugurato nell'ottobre 2016 come nuovo centro congressi della capitale più spazioso e moderno.
La nota manifestazione ne ha giovato con un aumento delle case editrici, portate ad oltre cinquecento, un maggior numero di incontri con gli autori ed intellettuali e appuntamenti per le più svariate tematiche.Il lungo ponte dell'Immacolata non ha deluso le aspettative.
La mattina dell'otto il colpo d'occhio è stato tutto per questa titanica struttura stanziata nel bel quartiere dell'EUR che non smette mai di sorprendere per le sue inusuali prospettive.
L'ingresso al sito è presto diventato affollato come quello di uno stadio durante un'importante partita e purtroppo abbastanza caotico a causa della disorganizzazione delle tipologie dei vari biglietti acquistati (questa volta anche on-line) e una lunga e sommaria perquisizione da parte degli agenti addetti.
Dal primo piano, con la presenza di alcuni chioschi e guardarobieria, si accede al salone degli stand.
Diversamente dalla confusionaria sistemazione al Palazzo dei Congressi, la nuova forma a serpentina dei banchi ha dato più ordine e visibilità a tutte le case editrici.
Venendo a queste, sono stata fortunata nell'essere entrata in un momento di calma, e con più consapevolezza e raziocinio rispetto alla passata edizione dove sembravo più una novellina, mi sono inoltrata con tanta gioia fra gli spazi.
Non intendo descrivere nel particolare i molti editori partecipanti;  tutti comunque con i loro banchi colorati e briosi, ricchi di novità, cataloghi, autori più o meno conosciuti, giornalisti e quelli che facevano da padroni alla fiera come Sellerio, Fazi, Iperborea, Minimum Fax, forse un dubbio (già avuto lo scorso anno) di una più calorosa accoglienza riservata nelle ore di maggior afflusso, giustificabile assolutamente, ma comunque un poco deludente.
Alcuni hanno applicato anche dei piccoli sconti e c'è da sottolineare la coraggiosa decisione della Giulio Perrone Editore di scalare i prezzi dei libri del cinquanta per cento.
All'uscita laterale della sale si apre un grande spazio dove poter ammirare sopra le nostre testa la Nuvola, una grande struttura bianca tutta rivestita di vetro, e salendo quella che viene detta la scala mobile più lunga d'Europa, si arriva la secondo piano, con ulteriori stand, e prendendone un'altra centrale si entra direttamente dentro la Nuvola.
È qui che le persone più si assembravano, sostando un poco per ammirare l'interno, facendo fotografie lungo tutto il percorso mentre la calca diveniva maggiore.


Interno della Nuvola

Una grande sala ospitava quello che per tutti era l'appuntamento più notevole e per la manifestazione la sua punta di diamante: l'incontro con la scrittrice, attivista per i diritti umani e dissidente Asli Erdoğan.
Non conoscevo nulla della sua persona e per questo sono stata ragguagliata da mio cognato e di conseguenza ho cercato informazioni.
La Erdoğan riconosciuta oggi tra i più importanti scrittori turchi è stata imprigionata dopo il finto golpe del leader turco e rilasciata (eppure non ancora prosciolta) dopo numerose insistenze anche da parte dell'Italia a fine dello scorso anno.
Nell'intervista assistita dalla scrittrice Chiara Valerio (direttrice culturale di "Tempo di Libri" 2016) e del giornalista Pierluigi Battista, la Erdoğan ha aperto i suoi ricordi, aneddoti, raccontando della soppressione di qualsiasi forma di libertà e di pensiero che da anni vige sul territorio turco, inasprita ancor di più dopo il colpo di stato che ha portato soldati, civili e molti poeti ed intellettuali alla gogna, alle torture, non pochi alla morte.
La bella voce turca levatasi per secoli aggiungendo bellezza alla letteratura mondiale, si è spenta e con essa l'amore e i gesti quotidiani.
Perfino talune parole sono condannate, il passato, come il genocidio degli Armeni e dove due figure come Spinoza e Camus vengono scambiati come spie del PKK. Anche questo accade in un paese dove si è cancellata la cultura.
Ho apprezzato l'intervento di Battista nel dire che la Turchia, come nessun'altra nazione simile, dovrebbe far parte dell'Unione Europea.
Il dramma della prigionia, durata quattro mesi, è stato il passo più commuovente: le privazioni, perfino quelle più semplici, la sofferenza della relegazione e il momento della liberazione, quando ha chiesto a dei militari se fosse cambiata fisicamente e questi, rispondendole affermativamente e portandole uno specchio, si è messa a piangere.
In lei era avvenuta una profonda lacerazione, uno sdoppiamento tra la sopravvissuta e la vittima.
Avrebbero dovuto dare maggiore spazio alla scrittrice; non ho gradito le domande rivolte dalla Valerio, troppo specifiche e adatte ad un pubblico già preparato ai suoi scritti e per la verità, non ho apprezzato la stessa Valerio che tra l'altro si era resa protagonista di una alterata discussione con una giornalista/scrittrice del pubblico, rendendo il convegno non certo professionale e appropriato ad una levatura così importante.

Asli Erdoğan

Alla sua conclusione, la Erdoğan è rimasta per qualche minuto nella sala per le foto: io avevo il suo libro e attendevo di chiederle un autografo.
Stava così a pochi metri da me, eppure ripensando a tutto il dolore da lei provato, mi sono fatta piccola piccola ed ho rinunciato alla mia frivola vanità. Il mio fidanzato mi ha fatto notare di aver mancato, con la mia timidezza, ad un appuntamento con la storia. È vero. Ma quel che rimarrà sono le sue parole.

Spero che i bei risultati di quest'anno raggiunti dalla manifestazione, diano un più grande impulso culturale a Roma. Che nelle classifiche in questo settore non stia sempre dietro alle città di Torino o Milano. Perché se nella Capitale abbiamo altre principali urgenze, questa non può comunque esimersi dal suo enorme patrimonio che possiede e che deve essere valorizzato.


M.P.