venerdì 23 giugno 2017

Visioni lacustri nella prima metà del Novecento


Giusto un anno fa avevo scritto un post  riguardante il mare nell'arte, le sue atmosfere visive ed emotive, sull'artista o per i soggetti all'interno della scena compositiva.
Quest'anno ho voluto bissare, ma con un altro elemento a me più congeniale : il lago.
Si, per l'ambiente lacustre provo un'attrazione ben più forte, forse per le sue acque così difficili da scrutarne il fondo o una indefinibile sensazione di mistero e timore.
Il lago non ha meno fascino di un bel mare.
Qui propongo una piccola panoramica di paesaggi lacustri del primo Novecento, con brevi analisi temporali e tutte descritti a seconda di un sentimento, di un evento storico o soggettivo o per rimarcarne giusto la bellezza.


Buona Lettura.



"Estate, la vita è facile. I pesci saltano e il cotone cresce alto. Tuo padre è ricco e tua madre è bella, perciò taci, bambinello, non piangere."  "Summertime", Ella Fitzgerald


"Summertime" (1894), M. Cassatt

Alla fine del XIX secolo le distanze geografiche si erano ridotte. Il mondo non sembrava più così tanto vasto e sconfinato : le persone avevano imparato a viaggiare, non come prima per essere presenti nelle celebrazioni più o meno ufficiali della vita quotidiana, ma per puro piacere.
Questo dato di fatto era stato reso possibile grazie allo sviluppo inarrestabile della tecnologia : locomotive, navi, battelli, e agevolato da quel clima di euforia e ottimismo distintosi nella Belle Époque.
Nel 1873 venne pubblicato da Jules Verne "Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni" e le avventure del suo intraprendente protagonista, spinsero ancor maggiormente i viaggiatori verso quel bisogno di conoscenza e di progredimento sociale ed economico.
Le persone non erano più esclusivamente attratte dalle grandi capitali, altresì andavano scoprendo le campagne, posti lussureggianti, possibilmente vicini ad un lago o un ruscello, luoghi ameni, piccoli paradisi dove si poteva trasferirvi, senza troppe difficoltà, la mondanità e i divertimenti della vita cittadina.
La stessa pittrice americana Mary Cassatt (1844-1926), trascorse gli ultimi anni in Piccardia, nella zona nord della Francia.
La regione godeva allora di un notevole turismo, dovuto ai molti terreni boschivi dalle atmosfere incantate e alla riconosciuta bellezza dei suoi castelli medioevali. Mary Cassatt acquistò il castello di Beaufresne nel 1894, comprendente di decine di ettari di terreno e alberi. Aveva un gusto finissimo per il bello e investì molto sulla sua dimora, creando lei stessa vari ambienti naturali.
Proprio nell'estate di quell'anno, la Cassatt realizzò uno dei suoi celebri dipinti, "Summertime".
Ispirandosi al luogo caro, l'artista americana diede vita ad un'opera di straordinaria vitalità artistica.
Un lago, due figure siedono rilassate su una barca, lievemente in moto : sono una donna appoggiata sul bordo, con un grazioso cappellino e una bambina. Entrambe sono intente a guardare un gruppo di anatre che si avvicinano e godono insieme della bellezza di una giornata estiva.
La scena appare ferma e calma, ma è l'acqua increspata a dare movimento al dipinto, avendo un ruolo principale tanto quanto le due figure.
L'Impressionismo si stava esaurendo e cominciava a dare vita ad altre sue forme.
Qui la Cassatt riuscì a imprimere sulla tela, quel clima di intimità e riservatezza di un momento
fugace estivo.



All'inizio del XX secolo il turismo di massa conosceva il grande successo per le vacanze lacustri. In particolare, una delle mete di più alto prestigio risultava il nostro Golfo sul Lago Maggiore.
La bellezza del suo lago, delle Prealpi piemontesi e lombarde dalle coste frastagliate, delle grandi ville e dei più moderni servizi di navigazione che congiungevano i principali centri costieri tra loro, attirarono il pubblico nazionale e non. Qui gli ultimi aristocratici si confondevano con i nuovi ricchi, gli industriali che avevano intelligentemente saputo sfruttare quel periodo di relativo benessere. Il turismo alberghiero e costiero si stavano iniziando anche a tutti quei comfort che in seguito sarebbero diventati irrinunciabili e determinativi nella scelta delle varie élite.
Un quadro che rende bene l'idea di quell'epoca passata, è "Il Battello sul Lago Maggiore" del pittore italiano Angelo Morbelli (1854-1919).
Angelo Morbelli, appartenente al Divisionismo, per anni usò dipingere opere dalle tematiche sociali e veriste e solamente dal 1912 si dedicò con passione al paesaggio di cui cercò di catturarne il carattere luministico. "Il Battello sul Lago Maggiore" risulta fra gli ultimi lavori.

"Il Battello sul Lago Maggiore" (1915), A. Morbelli

Il pittore ritrae quel che era la principale attrazione della classi abbienti : il giro sul lago.
All'interno di un battello, si staglia in controluce la figura di una donna, mollemente adagiata mentre guarda un tratto del panorama che le sta di fronte : è quello dell'Isola Madre e della riva di Baveno.
I colori scuri del battello contrastano con quelli luminosi e chiari del paesaggio; le acque del lago si notano leggermente mosse al riverbero del sole. Sembra un'istante idilliaco ed emozionante, reso ancora più evidente dal taglio in diagonale che allunga il nostro orizzonte. Tutto sembra magicamente sospeso, come se questo tempo non dovesse mai mutare; ma è impossibile non scorgere all'estrema sinistra la nostra bandiera. Era il 1915 e  l'Italia era entrata nel primo conflitto mondiale.



Estremamente ottimista e armoniosa è la visione di Gustav Klimt (1862-1918), nel quadro "Litzlberg sull'Attersee".
L'artista austriaco lo realizzò fra il 1914 e il 1915 e i fatti che stavano sconvolgendo l'Europa di quegli anni, non risultano in nessun modo presenti nel suo lavoro.
L'Attersee è uno dei laghi più grandi dell'Austria, molto profondo e circondato da pittoreschi villaggi, di cui Litzlberg è uno di essi.
Nella Vienna della Belle Époque era un centro turistico molto noto ai grandi magnati ed artisti, per le sue limpide acque, perfino potabili e per le attrazioni come le gite in barca e il nuoto.

"Litzlberg sull'Attersee" (1914-15), G. Klimt

Dal 1900 Klimt cominciò a passare le estati in questi incantevoli posti, passeggiando e dipingendo all'aperto. Quel che fu la guida della Secessione Viennese, si aprì negli ultimi anni alle correnti artistiche contemporanee. "Litzlberg sull'Attersee" , fra i più celebrati, apre il pittore al puntinismo.
Sulla sponda meridionale del lago, si scopre un villaggio attraverso un mosaico corposo di colori cesellati. Predominano i toni blu, i verdi e l'arancio dei tetti delle case. Queste sono raffigurate frontali, l'una vicina all'altra, le acque del lago appena mosse e più in alto una lussureggiante vegetazione con una porzione di cielo.
Quel che ci mostra l'artista è solamente una parte del paesaggio, la più insolita, e la serenità e l'immutabilità del tempo e dello spazio, inducono alla più completa contemplazione.
Klimt morirà pochi anni dopo, e con lui quell'epoca e la Vienna imperiale



Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'America degli anni '20 si era ritrovata nella morsa dell'isolazionismo, della xenofobia e del proibizionismo. Molti americani espatriarono nella vecchia Europa in cerca di fortuna, ma quelli che rimasero riuscirono comunque a fuggire dalla ruggente vita quotidiana.

"Notte Stellata sul Lago George" (1922), G. O' Keeffe

Il lago George si prospettava come un luogo in cui darsi pienamente alla natura, scordandosi della città : una zona molto turistica ma sconosciuta agli europei.
Il lago George è un lungo e stretto lago glaciale, situato fra le incantevoli montagne dell'Adirondack, nello stato di New York.
Qui il fotografo e gallerista Alfred Stieglitz (1864-1946), aveva una fattoria. Ma il protagonista di questa storia non è lui, bensì quella che diventerà in seguito sua moglie, Georgia O' Keeffe (1887-1986).
Scrivere di lei mi emoziona, forse perché in quell'epoca, fu senza dubbio una donna non convenzionale, energica, istintiva, sensitiva; Georgia O'Keeffe fu la più grande artista americana dell'era moderna. Raccontò, attraverso l'arte, il paesaggio americano, rappresentando fiori giganteschi, deserti e adottando come suo stile il precisionismo, movimento a metà strada tra realismo e cubismo, sorto dopo la guerra.
Ma molto prima di essere conquistata dalle zone aride del New Mexico, elesse a sua residenza la costa occidentale del lago George. Dal 1918 al 1934 produsse oltre duecento opere diverse sul lago.
La O'Keeffe possedeva la particolarità di assorbire lo spirito del luogo; infatti prima di mettere mano ai pennelli, esplorava il territorio, essendo molto sensibile al cambiamento delle stagioni, del tempo, degli effetti della luce e della luna; motivi molto importanti per la sua fantasia, di cui poi, sulla tela, ne trascriveva pensieri ed emozioni.
In questo modo nacque in una notte d'autunno del 1922 "Notte Stellata sul Lago George". È un'opera che ipnotizza lo spettatore per il suo lirismo e la dolcezza.
In un paesaggio blu intenso, stelle notturne, come sfolgoranti orbite di luce, illuminano il cielo notturno sopra la montagna dell'Adirondack, il loro riflesso scintilla nelle gonfie onde del lago. Alla linea dell'orizzonte, dove la montagna incontra l'acqua, due misteriose, brillanti luci appaiono sopra la costa, proiettando due lunghe linee che si irradiano nel lago.
Si viene con commozione rapiti da questa travolgente bellezza che emana ai nostri occhi quiete, tranquillità e purezza, rimandandoci alle stesse sensazioni di un dipinto di trentaquattro anni prima, "La Notte Stellata" di Van Gogh, (1888), di cui è chiaramente un omaggio.
Per Georgia O' Keeffe, gli elementi astratti potevano meglio arrivare al significato intrinseco dei nostri sentimenti.

"Il vento fresco spazzava via dubbi e scoraggiamenti, al tiepido sole di primavera si schiudevano idee e aspirazioni, dolci speranze e pensieri felici. Le onde del lago erano come una dolce marea che trascinava via le ombre del passato, le montagne antiche come il mondo che dominavano benevole dall'alto [...]" ("Piccole Donne Crescono", Louisa May Alcott)


Gli stessi motivi che inducevano Georgia O'Keeffe a dipingere, ricorrono in Emil Nolde (1867-1956), ma con sentimenti sfuggenti.
Emil Nold fu tra i massimi rappresentanti dell'Espressionismo tedesco; la sua arte influenzata da vari movimenti e vari artisti, fu allo stesso tempo fedele a se stessa e a quella combinazione tra mistico e grottesco.La seconda parte della sua vita fu dedicata all'acquarello, e il "Lago di Lucerna" (1930) è fra questi esempi. Meglio conosciuto come Lago dei Quattro Cantoni, si trova presso l'omonimo cantone.
Durante il primo conflitto, la Svizzera diede asilo a personaggi più o meno illustri del panorama artistico-letterario, i quali ricambiarono l'ospitalità con nuovi ritorni durante l'apparente periodo di pace seguente.
La nazione elvetica accoglieva i viaggiatori con le sue bellezze naturalistiche ed escursioni nei pressi del singolare lago dai numerosi bracci che si insinuavano tra i monti. Il luogo era anche importante crocevia di strade che collegavano le vie del Medio Reno, del Gottardo e delle valli della Svizzera centrale.

"Il Lago di Lucerna" (1930), Emil Nolde

Il pittore tedesco fornì una visione tutta soggettiva del lago di Lucerna, in cui il colore, vero protagonista, ebbe il ruolo di esprimere i sentimenti del suo creatore.
Questo dipinto sembra essere quasi nato da un ricordo di una giornata estiva, fatto evidente dal contrasto fra i colori chiari e scuri.
Un azzurro più intenso campeggia nel primissimo piano del dipinto, per poi regredire sullo sfondo. Strati e strati di nuvole si rispecchiano nelle acque del lago, mentre una punta di giallo fa capolino fra le montagne, il sole, che riflette anch'esso il suo bagliore.
Le grandi pennellate sono stese libere e i colori che insieme si fondono, dissolvono la forma dei vari elementi.
Di questo visionario e drammatico paesaggio non esiste una esatta interpretazione. Alcuni ne colgono il carattere angoscioso e penetrante, altri la nascita di un sentimento caldo che vince sui toni freddi e oscuri.
Il 1933 era ancora lontano, ed Emil Nolde poteva ancora dipingere ed esprimersi nella sua fantasia poetica.





M.P.


lunedì 12 giugno 2017

"Ognuno Muore Solo", la banalità del bene di Hans Fallada


"[...] se avessimo avuto un uomo che ci avesse detto : dovete agire così, questo o quello è il nostro piano. Ma se ci fosse stato un uomo simile in Germania, non avremmo mai avuto un 1933. Così abbiamo dovuto agire ognuno per conto suo, e siamo stati presi uno per uno, e ognuno di noi morrà solo. Ma non per questo siamo soli, Quangel, non per questo moriamo inutilmente. A questo mondo nulla accade inutilmente, e poiché combattiamo per la giustizia contro la forza bruta, saremo noi i vincitori, alla fine."


"Lettere da Berlino" (2016), di Vincent Pérez, basato sul romanzo di Fallada

Leggere Hans Fallada è stato un caso. Fra i miei "vizi" di lettrice c'è sempre stato quello di informarmi profondamente sull'autore del libro in lettura. Così leggendo "Cassandra" di Christa Wolf ad inizio anno, scoprii che la scrittrice tedesca aveva a lungo studiato un vecchio e dimenticato collega, Fallada appunto.
Andai a cercarlo e con esso uno dei suoi romanzi in cui, devo essere sincera, mi colpì a riguardo una frase di Primo Levi "il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo". 
"Ognuno Muore Solo" era basato su una storia vera, una rielaborazione letteraria dell'inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione di due coniugi berlinesi nel 1944.
Il successivo passo alla lettura è stato un atto naturale.
Per esperienza personale cerco di non celebrare questa o quella casa editrice, ma per quest'opera devo fare un'eccezione, vista la cura e lo studio che la Sellerio ha riposto in questo libro, tale da renderlo due volte un capolavoro.


Rudolf Ditzen, in arte Hans Fallada, nacque nel 1893 presso una famiglia tedesca agiata, proveniente da una di quelle belle cittadine affacciate sul Baltico. Non fu uno scrittore molto amato dalla sua nazione, forse nemmeno ora; l'America, dal 2002, si preoccupò di riscoprirlo e pubblicarlo.
Certo la sua figura così boderline non lo aiutò a farsi apprezzare di più.
Problemi psichici, un casuale omicidio in giovinezza, alcol, morfina, caratterizzarono una vita disordinata che si alternò a momenti di prolifico genio letterario.
Forse a Fallada non fu perdonato il fatto di non aver abbastanza lottato contro il regime nazista, di non essere fuggito come Mann o Zweig dagli orrori, né come loro intavolato accese oratorie contro.
Eppure questo scrittore divenne il più significativo esempio di quante, indefinibili presenze oscure potessero albergare nell'animo di un uomo qualunque e persino negli eroi.
"Ognuno Muore Solo" scritto ventiquattro giorni prima di morire nel 1947, doveva essere il romanzo del riscatto, da tutte quelle voci insinuanti e colpe attribuitegli.
Durante la ricostruzione, Fallada entrò in possesso di un fascicolo della Gestapo riguardante l'atto di resistenza di una coppia tedesca, Otto e Elise Hampel che dal 1940 al 1942 disseminarono nella parte nord di Berlino, in tutto duecentosettantasei cartoline, su cui avevano scritto frasi contro Hitler e il suo sistema. La coppia voleva rivelare quello che in realtà i più già conoscevano.
Il pregio dell'opera fu non soltanto nel raccontare ancora una volta, l'esistenza, in quegli anni bui, di tentativi di resistenza da parte del popolo tedesco, ma di più quella di descrivere la realtà tedesca, che proprio come quella ebraica, non era immune da paure e morte.
Pubblicato nel 1947, Fallada non poté assistere al riscontro del suo romanzo.


Nella Jacolbstrasse di una Berlino sette anni dopo l'ascesa politica di Hitler, Otto ed Anna Quangel, un operaio presso una ditta di mobili, l'altra una mite casalinga, ambedue di mezza età, ricevono la notizia della morte del loro unico figlio, avvenuta in guerra.
La Francia ha capitolato, il potere del dittatore ben saldo nelle sue redini, sullo sfondo una Germania in preda ad una incontrollata isteria, di spavento, minacce, morte e turpitudini. Il nazismo sembra una incessante catena di montaggio pronta a sopprimere chiunque vi cada dentro.
Otto ed Anna Qungel, dapprima sostenitori del sistema, con la morte in casa, cominciano ad intravedere le bassezze e atrocità.
Loro, piccoli e innocui topolini, decidono di comune accordo, di dar fastidio al "grosso elefante", per accellerarne la caduta.
Fornendosi di carta e penna, iniziano il loro progetto di scrivere su delle cartoline, filippiche contro Hitler e la sua ideologia, che lasciano poi di soppiatto neglia androni o sui davanzali delle finestre di uffici o abitazioni private, dove la gente più si accalca, sperando che esse possano passare di mano in mano e giungere ad una ribellione unitaria.
Nella monotonia domenicale, i Quangel trovano in questo espediente un'affinaità coniugale prima non trovata. Le cartoline si moltiplicano, arrivando ad un numero di duecentosettantasei, eppure nonostante la buona causa, il progetto cade nell'indifferenza e nei timori delle persone.
La Gestapo, dopo le prime indagini superfiaciali, assegna l'incarico al commissario Escherich che con paziente intelligenza punta le bandierine sulla mappa nelle zone dei rinvenimenti.
Aspetterà due anni per assistere al crollo dell'ultima, piccola umanità rimasta nell'uomo.

È sempre difficile buttare giù una recensione su un romanzo che abbiamo amato e che tanto ci ha insegnato. È dai tempi di "La Donna che amò Hitler" di Angela Lambert che non leggo un libro così dettagliato sul nazismo e il popolo tedesco.
Sì, perché indipendentemente dalla storia dei Quangel, "Ognuno Muore Solo" è un romanzo corale; un castello di personaggi che durano nella brevità di poche pagine, addirittura di poche righe : prendono con prepotenza la scena, per poi defilarsi definitivamente, ma per il lettore è impossibile diementicarli.
Delinquenti, accattoni, medici, avvocati, attori, ognuno in lotta contro il prossimo, per sopraffarlo, a vantaggio della propria sopravvivenza.
Figure inquiete, disadattate, trovano conforto nella morfina, nell'alcol e per tutti c'è una vita o una morte solitaria.
Fallada tra il romanzo e la veridicità storica, mostra un dettagliato disegno della società tedesca sotto la Seconda Guerra Mondiale : dagli alti gerarchi nazisti, idioti senza alcuna intelligenza, alla Gestapo, i borghesi, gli operai ubbidienti verso un fine assurdo, seguaci di un Dio tediato.
Mano a mano che la guerra va avanti, nella ditta di Otto non si costruiscono più bei mobili d'arredo resistenti ma bare; un'officina di morte.
Ho apprezzato come viene sdoganato il mito di un popolo tedesco forte e benestante. La popolazione pagava alte tasse per il "bene" del partito e in maggior misura nel periodo bellico e in quanto a sicurezza personale, passare da libero cittadino a sospettato non era poi una realtà così lontana : il totalitarismo prende la libertà, le vite e cosa di cui ben poco si parla, porta una nazione ad un declino dei valori morali e sociali.

"I pensieri sono liberi, dicevano, ma avrebbero dovuto sapere che in questo Stato nemmeno i pensieri erano liberi."

Hans Fallada

Agli antipodi, Fallada porta avanti l'unico "vero bene", quello dell'integrità dei Quangel che non abbassa il capo davanti a nessuna paura o nefandezza, mostrando il coraggio che solo colui che è giusto e virtuoso può possedere.
Lo scrittore tedesco racconta l'impresa dei protagonisti come semplice, ingenua, prevedibile, visti anche i numerosi errori ortografici che la coppia fa nelle composizioni e in più ci dice che questi hanno fallito completamente. La preghiera dei Quangel è rimasta inascoltata. Ma chi può dirlo?
Chi può dire se fra anni o secoli, tutto questo non serva comunque da esempio?
Fallada ribadisce che quel che accade non accade inutilmente. E i sentimenti, la libertà, l'amore, si possono raggiungere solamente con il lavoro, in noi stessi e per gli altri, che l'unità può far fallire ogni oppressione.

"[...] laddove in Eichmann in Jerusalem (1963) Hannah Arendt disseziona e analizza la banalità del male, Ognuno Muore Solo di Hans Fallada comprende e celebra la banalità del bene." Geoff Wilkes

"Il ragazzo non disse nulla e quando vennero le giornate di piena estate e incominciò la mietitura dell'avena, il ragazzo se ne andò anche lui per i campi con la sua falce... Perché bisogna anche raccogliere quel che abbiamo seminato, e il ragazzo aveva seminato una buona semente."



M.P.






Ebook :

"Ognuno Muore Solo", H. Fallada, Sellerio

mercoledì 31 maggio 2017

La vita che esiste nei libri


"Non si mette la vita nei libri. La si trova." Alan Bennett "La Sovrana Lettrice"





Oh si, quella che si anima sotto i nostri occhi mentre scorriamo con pigrizia o avidità le parole sottostanti : le vicende prendono forma, si presentano nelle nostra mente in modo soggettivo, perché chi legge o ascolta può trarne la propria, personale, interpretazione.
Ma la vita che esiste nei libri si anima anche senza lo scorrere delle parole o delle pagine e può completamente estraniarsi dal suo contenuto.
Lo sanno bene i lettori quando nel loro agognato libro, magari acquistato nel mercatino dell'usato, scoprono all'interno lettere, cartoline, fiori essiccati, fotografie, scontrini, e se il libro in questione continua il suo passaggio di proprietà, anche la sua storia continua ad esistere.
Non si può immaginare la miriade di oggetti, alcuni ininfluenti, altri semplicemente bizzarri, che si possono trovare in un libro usato o prestato da un amico o conoscente; momenti fugaci di vita quotidiana, rubati al normale corso del tempo e incastonati come monili preziosi, in un'epoca dimenticata.
Chissà da quando le persone hanno incominciato a scordare effetti personali nei libri...
In un vecchio tema di quinta elementare, scrissi quanto mi piacesse depositare in questi, biglietti di auguri della Prima Comunione. Col tempo vi ho lasciato cartoline, fiori essiccati, i miei preferiti, le orchidee e una volta ho perfino rinvenuto venti euro, lasciati lì senza ricordarmi il motivo.
La questione che potrebbe risultare superficiale ai più, non è stata presa in questo modo dal noto portale Abebooks, specializzato nel mercato on line di libri dell'usato.
Il colosso canadese ha svolto un'indagine su questi insoliti ritrovamenti da parte dei sui acquirenti : quel che ne è uscito ha meravigliato anche chi pensava di aver visto tutto.
In un attimo, fra libri vecchi e nuovi, sono usciti fuori dollari, cartoline di Natale del secolo scorso, certificati di matrimonio, ricette, biglietti del tram di Milano, titoli di libri da leggere, molti santini, uno scarafaggio, un preservativo, addirittura un anello con un piccolo diamante. Talvolta il "tesoro" vale, in termini economici, più del libro quando ci si trova davanti ad una cartolina firmata da Lyman Frank Baum (1856-1919), o bozze di poesie di scrittori famosi.


Adam Tobin proprietario di una rinomata libreria indipendente a New York, "Unnameable Books", oltre a svolgere il proprio ruolo di venditore, ha realizzato una teca dove ha posto tutto quello che ha scoperto nei suoi libri, liste per la spesa, biglietti di concerti e musei e una lettera autenticata di C. S. Lewis (1898-1963), autore delle "Cronache di Narnia". Lo spazio occupava prima una piccola parte posteriore del negozio, quasi nascosta, ora risulta fra quelle più visitate.
La passione per quel che viene rinvenuto nei libri usati è passata anche nel nostro paese, attraverso i "casi fortuiti" raccontati dai lettori nella rubrica "Libri usati con qualcosa dentro" del sito letterario "Archivio Caltari". Come in un gioco, i più accaniti bibliofili possono pubblicare la foto del "reperto"  annessa a descrizione, luogo del ritrovamento e data.
Fiori e lettere d'amore sono generalmente gli oggetti più collocati fra le pagine. A proposito ho scoperto che esiste un perfetto decalogo su come essiccare e pressare anche i petali più carnosi con procedimenti minuziosi e accurati.
Eppure non sempre quel che nascondiamo nei libri si rivela come qualcosa di positivo. Alcune volte è imbarazzante, altre volte pericoloso.
Questo è quello che è accaduto al poeta surrealista francese Robert Desnos (1900-1945), autore di testi di grande sensibilità e amore per la cultura e la libertà, la cui poetica è ancora poco riconosciuta.
Nella Francia occupata dal regime nazista, Desnos pianificava atti di resistenza mediante biglietti e giornali in cui incitava i suoi concittadini alla speranza e al coraggio.
Una mattina del 22 febbraio 1944 avvertirono il poeta di una possibile perquisizione nel suo alloggio da parte della Gestapo. Desnos bruciò tutte le carte compromettenti sparse nella propria casa: negli armadi, sotto il letto, nei cassetti, nella biblioteca; e fu tradito proprio da un libro che si era dimenticato di ispezionare, l'unico, a cui si scordò di togliere un documento nascosto nella rilegatura.
Facciamo caso agli oggetti visibili ma anche ciò che è appena percettibile, come una sottolineatura, una nota a margine, può raccontare molto di noi; i nostri pensieri, quello che amiamo e ciò che siamo.

"L'amatore della lettura, o lo studioso, ama sottolineare i libri contemporanei, anche perché a distanza di anni un certo tipo si sottolineatura, un segno a margine, una variazione tra pennarello nero e pennarello rosso, gli ricorda un'esperienza di lettura." Umberto Eco

Contravvenendo alle regole del "buon lettore", anni fa, ho voluto appuntare, con una matita, quello che ha segnato la mia lettura a trent'anni compiuti, "Anna Karenina".
La stessa attrice americana Marilyn Monroe (1926-1962), appassionata di letteratura, soleva annotare nei libri commenti o riflessioni su un argomento, un passo, che magari in quel preciso attimo rappresentavano le sue emozioni o dubbi.
E' impossibile, quindi, non considerare questo mondo silenzioso e polimorfo, importante quanto il valore del libro stesso, vista anche l'attrazione tutta umana per l'immortalità.
La vita esiste nei libri molto più di quanto noi pensiamo, perché anche senza lasciare nessuna traccia infine, in quel volume di fogli cuciti insieme, spendiamo gran parte del tempo; con le nostre lacrime, i nostri sorrisi, delusioni o sorprese, inconsapevolmente consegniamo a loro la nostra memoria.


M.P.





giovedì 18 maggio 2017

"La Ricetta del Dottor Wasser", di Lars Gustafsson


"La vita ha un senso? Che cosa vorrebbe significare? Che ha un utilizzo, come una chiave a tubo o una livella a bolla? O che ha una traduzione, come un passaggio strano e incomprensibile in un libro difficile? O una singolare formula matematica che non sembra affatto quadrare?
No, la vita un senso non ce l'ha. Però glielo si può dare. Forse è stato quel che ho fatto."

© Appuntario


Nei pochi programmi televisivi validi che sono rimasti, che parlano e consigliano libri, mi ha incuriosito il fatto che a distanza di pochi giorni, due abbiano discusso di una stessa opera.
Ci vuole poco ad essere influenzati, eppure ciò che mi ha fatto cedere all'acquisto di questo breve romanzo è stata la novità. Un personaggio nuovo, mai incontrato prima d'ora, nella sua sfrontatezza, nel suo cinismo, ma intelligente nel saper riconoscere i suoi limiti, e ancor di più il suo creatore,  nuovo.
Non ho mai letto nulla che andasse geograficamente oltre l'Inghilterra, e questo è stato il mio primo approccio con la letteratura nordica, di cui conosco ben poco e poco più i suggestivi paesaggi nordici con le loro luci abbacinanti e le loro fredde oscurità.
Lars Gustafsson (1936-2016), è stato lo scrittore e il personaggio più rappresentativo del mondo svedese. Laureato all'Università di Uppsala, dove partì il risveglio culturale del paese nel XVIII secolo e importante centro di materie scientifiche; nella sua lunga carriera scrisse molto e soprattutto indagando sulle problematiche del mondo svedese contemporaneo.
"La Ricetta del Dottor Wasser" pubblicata nel 2015 fu il suo ultimo lavoro.
L'autore è qui entrato nei meandri della letteratura già dibattuti : l'enigma dell'identità, del tempo, delle apparenze, qui configurate in una società che non si arresta, che perde la memoria nel suo affrettarsi.


La lunga ricetta del dottor Wasser è una confessione schietta e virtuale di una persona che ha reso la sua vita straordinaria, aggirando le normali convenzioni, ingannando se stesso e gli altri.
Un criminale? Eppure non nel senso stretto della parola, perché il dottore in questione è innanzi tutto un vincente : ex direttore generale di una clinica per i disturbi del sonno, vincitore di numerosi concorsi a premi e gran seduttore dell'universo femminile.
La narrazione si svolge in un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta ai primi decenni degli anni Duemila, in una incostante alternanza.
Kent Andersson, originario di una provincia del sud della Svezia, proviene da una famiglia disadattata e priva di mezzi, che lo induce fin da piccolo a arrabattarsi con piccoli lavori umili.
Nonostante tutto possiede una spiccata intelligenza e quando il caso fortuito lo porta a scoprire un cadavere in decomposizione nel fitto bosco, ha la sveltezza di prendere i documenti del malcapitato e la lungimiranza di aver carpito un affare che altrimenti non sarebbe più ricapitato.
I documenti personali appartenevano ad un giovane uomo, profugo della Germania dell'Est, laureato in medicina, Kurth Wasser.
Non subito, ma poco a poco, Kent Andersson inizia a prendere l'identità di Wasser
Grazie all'attestato di laurea del defunto, il nuovo Kurth Wasser si specializza nella branchia dei "disturbi del sonno", campo ancora inesplorato negli anni Sessanta e di cui è sicuro non potrà arrecare gravi danni, come un semplice medico o chirurgo.
Diventa dottore, dirigente di una clinica, sfruttando l'indifferenza delle persone, la sua astuzia, la coscienza di non andare oltre le sue possibilità, unendo una forte immedesimazione.
Scala le più alte gerarchie mediche suscitando stima e ammirazione dei colleghi o sottoposti per la sua intelligenza e capacità.

Lars Gustafsson

L'esposizione narrativa segue più l'ispirazione di una formula matematica che quella di una classica prosa : si sente l'influsso delle discipline scientifiche che formarono professionalmente il suo autore.
Giocando con temi pirandelliani e atmosfere kafkiane (tra l'altro non troppo surreali visto che i dottori senza laurea sembrano esistere eccome), Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
La particolarità del protagonista sta nel suo successo e nella dichiarata intelligenza :  non è un Bel-Ami che si arrischia con spavalderia nella sua scalata sociale seminando vittime e affari loschi, ma un uomo convincente, nato con l'unico svantaggio di essere indigente.

"Ma che ne è stato allora di chi gli è subentrato? La sua vita si è persa. Io l'ho scambiata. Si potrebbe perciò dire che io sono quello che sono. Ma sono anche quello che non sono."

Lo humor e il sottile erotismo accompagnante il dottor Wasser, serve a rendercelo e a renderlo nel suo ambiente ancora più enigmatico.
Tutto intorno è il mondo contemporaneo con la sua superficialità, la sua indifferenza e mancanza di profondità, a proliferare incessantemente e scuoterlo senza grandi motivi.
"La Ricetta del Dottor Wasser" è un piccolo spaccato dell'esistenza umana che come ha detto bene Michela Murgia "si interroga sulla domanda su quanti altri noi esistono; un lettore la risposta la sa : tutti quelli che ci sono nei libri."




M.P.





Libro :

"La Ricetta del Dottor Wasser", L. Gustafsson, Iperborea

giovedì 11 maggio 2017

"Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi

"Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il Lisboa aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte."





Ci sono libri che forniscono molto più di una piacevole lettura; altri si fanno portavoce di pensieri edificanti, ma pochi sanno "donarsi" come questo.
Donarsi come atto d'amore al lettore, nella più spontanea nudità, immediatezza, portandolo a sollevarsi dalle incurie del tempo e dell'uomo, perché anche la libertà di spirito deve essere conquistata.
E questo è quello che ha animato la vita dello scrittore italiano Antonio Tabucchi (1943-2012), e la summa dei suoi ideali e forse racchiusa proprio qui, nell'opera più celebre "Sostiene Pereira".
Antonio Tabucchi fu uno scrittore, giornalista, traduttore, appassionato di letteratura portoghese, curatore per le opere di Pessoa, uomo dai numerosi riconoscimenti, come quando nel 2000 il suo nome venne proposto nella lista dei premi Nobel per la letteratura e i suoi libri tradotti in quaranta lingue. Soprattutto fu un uomo dal pensiero libero, non ingabbiato nei piani di appetitose corruzioni e placide indifferenze. Come quando nel 2001 si rifiutò di partecipare ad un Festival Letterario in Brasile, poichè questa si ostinava ancora a proteggere il criminale Cesare Battisti o come nel 2009 quando venne denunciato per diffamazione da Schifani, allora presidente del Senato, in merito alle dubbie frequentazioni di quest'ultimo.
Allora molti intellettuali sostennero Tabucchi, perché no, non si può imbavagliare la verità e chiuderle gli occhi.


Pubblicato nel 1994 e vincitore nello stesso anno del Premio Campiello, "Sostiene Pereira" è ambientato nella Lisbona del 1938, in una torrida estate di un agosto vuoto e sonnolento; appare sulla scena il dottor Pereira, vecchio giornalista che per anni ha dedicato il suo lavoro ad articoli di cronaca nera, e ora dirige con orgoglio la rubrica culturale della neonata testata il "Lisboa".
Pereira è un uomo oberato dalla pesantezza fisica, da un cuore malato e da un passato inconsolabile. Appassionato di letteratura francese, Pereira trascorre con monotonia il suo tempo, tra l'ufficio, la casa, dove di sera parla la ritratto della defunta moglie e al Café Orquídea, ove consuma le amate omelette alle erbe aromatiche e le limonate zuccherate.
Ma questa è la Lisbona sotto la dittatura salzarista e le strade deserte, dove non si canta né si parla più con confidenza, sono intimorite da un feroce silenzio, da occhi ciechi e bocche mute, mentre oscure ombre sopraggiungono dall'Europa.

Antonio Tabucchi

Il dottor Pereira assume un giovane laureato, Monteiro Rossi, dall'aspetto insolito e poco curato, a cui propone il compito di scrivere necrologi anticipati sui più grandi scrittori ancora in vita.
I testi non superano l'approvazione per il loro contenuto "sovversivo", eppure il vecchio giornalista si lega al ragazzo e alla sua misteriosa "causa", di cui ne intravede piano piano il giusto fine.
È un risveglio che scuote la sua vita sedentaria e lo porta a tralasciare il passato, con i suoi anni giovanili, il ritratto della moglie, il giornale, per inseguire, questa volta, la realtà e una seconda possibilità.
Pereira non riuscirà a salvare la vita di Monteiro Rossi, già predestinata, ma salverà la sua.
I suoi occhi vedranno e la sua penna ricomincerà a scrivere, concludendo con la sua firma l'ultimo articolo, il primo atto da uomo libero.

Ho intrapreso questa lettura senza pretese, con poche informazioni, non sapendo che sarebbe entrata di fatto fra le più belle della mia vita.
È un breve romanzo che si apre al lettore cautamente, per poi irrompere, con la stessa semplicità, ad un finale vibrante e poetico.
Due mondi circondano Pereira : quello ambientale, del regime politico, del silenzio e delle crudeltà e quello degli incontri più o meno fortuiti, con passanti che preparano la strada che sta per essere battuta.
Il voltafaccia di Pereira non è eroismo, ma la presa di coscienza di un essere umano nei confronti di un sistema di omertà e chiusure; è il messaggio di Antonio Tabucchi contro la soppressione delle parole, dei fatti, contro i nazionalismi e le paure, a favore di quegli ideali di democrazia che la storia ha fatto e disfatto. Un accorato appello di conoscenza e libertà.

"Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione [...]"

Condanna aperta al totalitarismo, si, ma non retroattivo quando i nostri occhi si posano sui diritti aboliti di Erdogan, ai numerosi giornalisti e attivisti imprigionati e torturati in varie parti del mondo, alle incostituzionalità di un Venezuela sull'orlo della guerra civile.
L'autore contrappone a questo tacito caos, l'irruente compostezza del pensiero indipendente, della virtù delle parole, l'amore per i libri, l'utilità della letteratura nello smuovere coscienze, aprire dibattiti, iniziare alla giustizia, di cui lo Stato ci fa vedere poco e da lontano per disabituarci.
A fine lettura ho tratto un sospiro di sollievo e ho visto passarvi la commuovente bellezza della libertà.



M.P.





Libro : "Sostiene Pereira", A. Tabucchi, Feltrielli

mercoledì 3 maggio 2017

L'opera dimenticata di Elisabeth Chaplin


"Autoritratto in Rosa" (1921), Elisabeth Chaplin

Nel lungo, e purtroppo poco accessibile, Corridoio Vasariano, il visitatore fortunato può inoltrarsi nel luogo dove sembrano dimorare spiritualmente i più grandi artisti ricordati dalla storia.
La più nota e prestigiosa collezione di autoritratti al mondo si trova agli Uffizi : un monumento all'arte e chi la creò; scorrono in brevi passi i secoli attraverso Rembrandt, Velazquez, Guttuso, Chagall e il modo appassionato di fare arte.
In questo tempio storico-artistico, poche donne possono vantare questo omaggio ma non per questo i loro autoritratti guardano il visitatore con meno fierezza né sembrano sentire la pesante condizione di essere in minor numero.
Fra queste bisogna ricordare Marietta Robusti (1554-1590), la talentuosa figlia del Tintoretto, morta prematuramente, Elisabeth Vigée-Le Brun (1755-1842), che immortalò ai posteri l'immagine di Maria Antonietta e Elisabeth Chaplin (1890-1982), che diede alla Toscana un'ulteriore storia da raccontare.


Nascere in un ambiente aperto e moderno può rappresentare una migliore esistenza futura per una donna. E questo Elisabeth Chaplin l'ebbe.

E. Chaplin

Nata in terra francese, in una famiglia di pittori e scultori, era nipote di Charles Chaplin (1825-1891), l'artista divenuto famoso nella Parigi di Napoleone III e ammirato per i suoi toni delicati dall'imperatrice Eugenia, ed era figlia di Marguerite Bavier-Chaufour, una scultrice poetessa e di un ufficiale congedatosi nel 1900 in solidarietà ad Émile Zola durante il "caso Dreyfus".
Elisabeth Chaplin ebbe una vita creativa incessante : i suoi piedi andarono in luoghi dove ben poche donne erano ammesse, ma il suo cuore rimase per sempre perso nella lussureggiante campagna toscana.
Il rapporto tra l'artista e la Toscana nacque quando la sua famiglia  si trasferì nei primi anni del Novecento in quel di Fiesole, dove Elisabeth si ambientò subito nell'aperta e libera campagna che scelse per la vita.
Da autodidatta copiava le grandi opere dei maestri rinascimentali nelle sale degli Uffizi, con tratti veloci e leggeri. Il suo talento, unito ad una forte caparbietà, fu riconosciuto successivamente in Europa : nel 1914 partecipò alla Biennale di Venezia, nel '22 al Salon di Parigi. Qui decorò con un grande affresco l'abside della Chiesa dello Spirito Santo. In seguito, fra vari periodi di formazione a Roma e nella capitale francese, dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì definitivamente a Firenze dove ricevette numerose commissioni e premi.
Della sua vita privata si conosce ben poco, tranne il forte legame che la univa all'italiana Ida Copecchi.

"Ritratto di Ida Copecchi"
"Fanciulle in Giallo" (1921)

I primi lavori di Elisabeth Chaplin riflettono una produzione che accompagnava ancora influenze impressioniste di fine Ottocento, partendo dalla tecnica di Renoir unita allo stile della Cassat.
Dopo aver frequentato i Macchiaioli, nell'ambiente parigino diventa allieva di Maurice Denis (1870-1943), maestro della stessa Cassat, che avvicina la donna ai Nabis, un gruppo di artisti francesi della seconda generazione simbolista, di cui prende a modello le creazioni.

"Ritratto di Famiglia" (1906)
Una delle prime opere dell'artista francese realizzata a sedici anni
che le valse la medaglia d'oro dalla Società Fiorentina di Belle Arti

Pur non tralasciando l'amore per la natura, i soggetti della Chaplin sono desunti dalla vita intima e quotidiana : autoritratti, ritratti di famigliari, nature morte.
Se per secoli queste tipologie hanno delineato la cosiddetta pittura femminile, la Chaplin ribatte l'etichettatura mostrando una fine eleganza compositiva, contrasti di luce e scale di colori, con armonie déco, talvolta composte in grandi superfici.
Ma è nella riproduzione paesaggistica dove risulta ancora più evidente la sua destrezza, la ricerca evolutiva di un'arte originale e propria.

"Il Giardino del Trepiede"

Nell'"Autoritratto contro la finestra di San Domenico" (1910), la pittrice si raffigura con i pennelli in mano, l'aria ispirata e consapevole del lavoro che inizierà a momenti, dietro di lei la cittadina di San Domenico a Fiesole inondata di luce. La naturale posizione del suo corpo risulta più spontanea di qualsiasi pomposo autoritratto dei grandi maestri del passato.

"Autoritratto contro la finestra di San Domenico" (1910)

"Autoritratto con l'ombrello verde"  (1908)

Elisabeth Chaplin rappresentò nel Novecento fiorentino una autentica eccezione di donna impegnata a tutto tondo nella sua passione, vissuta con costante pratica e tecnica, riconosciuta a livelli internazionali.
Nel 1946 gli Uffizi acquisirono tre dei suoi dipinti e chiesero in donazione il famoso "Autoritratto con l'ombrello verde" del 1908, dove ella appare quasi in simbiosi con il paesaggi intorno.
La Galleria di Palazzo Pitti, oggi ospita più di ben settecento delle sue opere, la maggior parte delle quali non esposte. Riposano in qualche stanza lontana di un laboratorio, ma di cui, ne sono certa, nessuna polvere o ragnatela è riuscita a cancellarne la fierezza.
Una storia, purtroppo, che potrebbe essere scritta più degnamente.



M.P.


giovedì 13 aprile 2017

"Il Palazzo della Solitudine" di Soraya Esfandiari Bakhtiary


"Imperatrice. La parola fa sognare. Si immaginano candelabri scintillanti sorretti da lacchè, alla francese, grandi feste da ballo, un abito vaporoso che sfiora la superficie dorata di un pavimento di legno prezioso al suono di un valzer viennese, gioielli che esaltano lo splendore di un collo o di uno sguardo, bagni nel latte d'asina in una vasca a forma di cigno, il chiaro di luna profumato di gelsomino, un cavallo bianco che trotta  dolcemente nella nebbia leggera dell'alba, ondate di riso e di felicità...
E invece no, la mia vita d'imperatrice non è stata un sogno."


Soraya Esfandiari Bakhtiary


Lo scorso anno, leggendo la bella recensione che Cristina di Athenae Noctua scrisse dopo aver letto "Il Tramonto Birmano" , autobiografia dell'ex principessa birmana Inge Sargent, mi ha riportato alla mente un'altra autobiografia, di un'altra principessa che lessi tempo fa : quella di Soraya Esfandiari Bakhtiary.
Soraya (1932-2001), fu la seconda moglie dello scià dell'Iran Mohammed Reza Pahlavi (1919-1980), e visse gli ultimi splendori di una nazione ricca di cultura e storia vastissima, ma destinata, o predestinata al crollo, compreso quello del suo passato.
Dell'Iran conoscevo le remote glorie di Ciro il Grande, come conosco le crudeli vicende di oggi; ben poco della dinastia dei Pahlavi (1925-1979), ultima casa regnante della millenaria monarchia del paese, dove Soraya entrò a farne parte nel 1951, per poi essere ripudiata e allontanata.
Soraya fu una principessa disincantata.
Le principesse delle fiabe, dopo aver superato faticose prove, arrivano alla fine dei loro giorni felici e contente. Le principesse, nella realtà, ci hanno insegnato, non trovano tutte queste beatitudini.
Eppure fin da piccoli amiamo leggere ed ascoltare storie di civiltà perdute, mitici regni, di re e principesse e continuiamo ad amarle in seguito, da lontano.


Soraya pubblicò la sua autobiografia, "Il Palazzo della Solitudine", nel 1991, quando ormai la Repubblica Islamica dell'Iran aveva da tempo preso il posto della monarchia, con il colpo di stato del 1979 : non più palazzi dorati, il trono del pavone, né feste né maggiordomi o dame ossequiose, né i fasti di un tempo.
I drammatici fatti del Medio Oriente si erano inaspriti con la guerra del Golfo, e Soraya era solamente una ex sovrana a cui era stato lasciato il titolo di principessa e molti benefici.
Il libro di memorie va dalla sua nascita sino agli ultimi anni ottanta e con maggiori riferimenti personali e storici dal 1951 al 1958, quando lasciato l'Iran cominciò la sua errabonda vita.
Se durante la permanenza nel paese da imperatrice, la narrazione appare nitida e ben strutturata, in seguito viene lasciato tutto al lungo flusso casuale di ricordi, impressioni un po' sbiadite, nell'alternanza di stagioni, viaggi, incontri, profumi e mondanità di una vita intensa ma solitaria.

Soraya era figlia di un importante membro del clan dei Bakhtiary, famiglia nomade persiana di grandi ricchezze, venutasi, poi, a scontrare con i poteri degli scià, dovette ridimensionare le sue fortune.
Bella, di una bellezza hollywoodiana, colta e abbastanza docile secondo le regole persiane, bilanciava le sue origini antiche con quelle occidentali della madre tedesca.
Aspirante attrice, venne notata appena sedicenne in una fotografia, dallo scià regnante Mohammed Reza che volle sposarla il dodici febbraio 1951.
Il loro fu un matrimonio d'amore ma non immune dagli intrighi e pericoli, dove le donne della cerchia reale pur non avendo diritto a comparire nella scena politica, godevano di molta influenza.
L'Iran, che aveva abbandonato nel 1935 il nome di Persia per privilegiare le origini indoeuropee, era un paese devastato dalla miseria e dalle gravi condizioni economiche, i cui giacimenti petroliferi erano sotto il controllo inglese.
La prima ardua prova fu il momento dell'ascesa di Mohammed Mosadeq (1882-1967), a primo ministro. Questi nazionalizzando il petrolio e quindi estromettendo la compagnia inglese, limitò di fatto i poteri del sovrano, portandolo a fuggire in esilio a Roma.
Nel libro Soraya minimizza l'intervento americano sulla deposizione di Mosadeq, rafforzando il maggior aiuto interno.
Seguirono anni di apparente stabilità, grazie ai finanziamenti esteri, dove l'imperatrice dedicò tutta se stessa alla costruzione di orfanotrofi, ospedali, lotte per migliorare la condizione dei bambini e delle donne, violando tabù e costrizioni religiose.

"Ho lottato molto per l'emancipazione della donna iraniana e ho cercato di offrirle tutte le opportunità nell'ambito della sua vita affettiva perché non dovesse più subire il dominio dell'uomo che troppo a lungo l'aveva umiliata al ruolo di fattrice dei suoi figli per garantirsi una discendenza."


Improntando l'Iran verso l'apertura con l'Occidente, fu portata a viaggiare per il mondo dove incontrò grandi nomi della politica e dello spettacolo, da Eisenhower alla regina d'Inghilterra, da Gary Cooper al giovane senatore americano John Fitzgerald Kennedy.
Eppure la soffocante e maliziosa gentilezza persiana non le risparmiò nel 1958 il ripudio per non aver dato, in sette anni, un discendente maschile allo Stato.


"Voglio sfuggire ai fotografi che mi braccano e mi spiano giorno e notte per immortalare la lacrima destinata a suscitare la curiosità morbosa dei lettori dei rotocalchi e a permettere un'ennesima variazione sul tema "Soraya,la principessa dagli occhi tristi", Insieme a Soraya tutto l'Iran piange...
No, sono io che piango il mio Iran."



Rifuggiatasi nell'ambiente cinematografico romano, tra cene e feste della società più in vista, riuscì a realizzare il desiderio di partecipare come attrice nel film di De Laurentiis "I Tre Volti", insieme ad Alberto Sordi nel 1965, dove interpretò se stessa.
Rinascendo una seconda volta, durante le riprese conobbe il regista Franco Indovina al quale si unì in una relazione spezzata alla morte di lui nel 1972.
Il libro pur non rappresentando un capolavoro della letteratura è entrato nello scaffale dove ripongo quelli a me più cari, sia per la rarità ( è uscito fuori catalogo), sia per alcuni punti che mi hanno colpito e che rendono questo testo degno di essere letto non solo da appassionati di stirpi reali.
In primis quello di una donna andata coscientemente  sposa ad un sovrano e una nazione non certo facili, in seguito allontanata per quello che la sua natura di donna non ha saputo dare.
Se ci sembrano lontani gli anni di una Caterina d'Aragona o di una Soraya, certo ci sbagliamo, visto che l'educazione di genere paritaria e l'indipendenza femminile sono oggi delle realtà non ancora conquistate.
Il leitmotiv commuovente  e non banale dell'opera è la ricerca costante e ostinata dell'autrice verso un lieto finale. Perché dopo tante traversie e dolori sopportati, quel che rimane nelle nostre memorie è la bellezza e l'amore di cui abbiamo goduto. 

"Sulle tombe dei re galoppano le gazzelle.
Su quella del poeta fiorisce la margherita.

Come essere tristi, quando nel cuore si ha un galoppo di gazelle... e una margherita?
Come essere tristi, se esistono il passato e l'avvenire?"

Un ultimo sguardo è rivolto all'Iran, a tutto quello che qui si è perso dopo anni anni di conflitti, guerre interne e ingordigia e atrocità occidentali.
Dove sono le immortali vestigia dei persiani? E la magnificenza dei loro banchetti o sale ricoperte di oro? E i profondi inchini delle belle dame?
Tutto molto lontano.




M.P.





Libro :

"Il Palazzo della Solitudine", Soraya E. Bakhtiary, Arnoldo Mondadori Editore 1992